Ma se Assad è un macellaio, come mai 500mila profughi (veri) siriani sono già ritornati a casa?

Di Mauro Bottarelli , il - Replica


Non so se avete notato ma, sui media mainstream, la copertura cronachistica della liberazione di Mosul dall’Isis ha goduto di un’enfasi vagamente maggiore di quella riservata ad Aleppo, proprio una differenza quasi impercettibile. Nel primo caso c’era quasi da dolersi, lutti al braccio nei talk-show e scenari apocalittici come quelli prefigurati dell’editoriale da codice penale di Rula Jebreal a “Piazza pulita”, evocante stupri di massa da parte dei militari siriani e nefandezze di ogni genere dei russi, loro alleati. Oggi, invece, ecco che si festeggia la libertà, quella vera, perché non ha a che fare né con Assad, né con Putin e né, tantomeno, col grande orco iraniano. La libertà a stelle e strisce, almeno nella simbologia che ci viene appiccicata sopra.

Perché dobbiamo fermare il genocidio di Aleppo

D’altronde, la narrativa occidentale sulla Siria si basa su pochi punti precisi, ribaditi con martellante periodicità: il primo, ovviamente, è che la colpa della guerra e, quindi, dell’esodo di profughi sia di Assad, il quale ha represso le proteste pacifiche del suo popolo che chiedeva pane e democrazia, innescando la guerra civile che prosegue ormai da sei anni. Il “macellaio” è l’appellativo usato per il presidente siriano, termine ritenuto opportuno da politici e media occidentali per sottolinearne efferatezza e spietatezza. E chi osa difendere, magari non tanto lui, quanto la sovranità siriana, si ritrova metaforicamente con un coltellaccio in mano e il dito puntato dell’opinione pubblica indignata. Vai tu a spiegarglielo che è dura parlare di guerra civile, quando fin dall’inizio su territorio siriano erano presenti mercenari e volontari d 10 Paesi arabi diversi (più qualche addestratore USA, britannico e israeliano).

C’è però un problema: la realtà, per quanto la si voglia tenere coperta, prima o poi segue il destino della proverbiale immondizia sotto il tappeto. Salta fuori. E questa volta lo fa con il crisma dell’ufficialità più assoluta, come ci mostra questo tweet:


è infatti l’ONU a confermare che mezzo milione di profughi, da inizio anno, ha dimostrato di essere così pazzo da essere tornato in Siria. Di più, addirittura nelle zone controllate dal governo di Damasco! Masochisti, sono scampati alla guerra e si gettano volontariamente tra le braccia del macellaio! Stando a dati dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati, infatti, nella prima metà del 2017, circa 440mila profughi rimasti nel Paese sono potuti tornare nelle loro case, ai quali vanno sommati i 31mila tornati in patria dai campi profughi dei Paesi confinanti e i 260mila che si era spostati in altre nazioni e che sono tornati in Siria a partire dal 2015. A confermare numeri e tendenza ci ha pensato Andrej Mahecic, un portavoce proprio dell’UNHCR, il quale giustamente parla di queste cifre come di una “frazione” dei 5 milioni di siriani ospitati nei campi profughi della regione ma che sottolinea come “tra i fattori di questo ritorno anticipato, ci siano certamente la volontà di ritrovare i parenti e controllare lo stato delle proprietà ma anche un reale o percepito miglioramento delle condizioni di sicurezza”.

E qui casca l’asino. Anzi, il media infingardo. Confermando che è “troppo presto per trarre delle conclusioni definitive”, Mahecic parla però dell’accordo fra Russia e Turchia dello scorso maggio come motivo principale di questa rinnovata fiducia, anche grazie alla creazione di “safe zones” cui quel patto ha portato. E a conferma di questo, cita le parole nientemeno che dell’inviato speciale per la Siria dell’ONU, Steffan de Mistura, di fronte al Consiglio di sicurezza: “Dall’accordo del 4 maggio in poi, la violenza è certamente calata. Migliaia di siriani vedono le loro vite divenire più libere ogni settimana e molte città sono tornate a un livello di normalità accettabile”. Io sarò anche distratto ma sono quasi certo di non aver sentito nulla di simile al tg, nemmeno una minima parte: perché per Mosul si dà vita a filmografie stile Istituto Luce e per la Siria che faticosamente torna alla normalità, nemmeno una riga?

Come mai l’ultima notizia al riguardo è stata l’ennesima bufala a orologeria svelata dalla tregua imposta dai russi e non questo? Oppure, il fatto che ieri – per la prima volta – anche le fazioni ribelli hanno accettato di sedersi al tavolo delle trattative di Astana, di fatto gestito da russi, turchi e iraniani? La politica e i media occidentali vogliono la pace in Siria o soltanto la LORO pace in Siria? Perchè la strada è lunga e serve l’aiuto onesto di tutto, come sottolinea Mahecic: “Ci sono speranze sempre crescenti legate ai progressi dei colloqui in atto ad Astana e Ginevra ma, per quanto riguarda la popolazione civile, rimangono rischi significativi per un ritorno in patria sicuro e dignitoso. In parti della nazione, la situazione non è ancora del tutto sotto controllo e la sfida chiave rimane proprio l’accesso delle istituzioni verso la gente siriana in cerca di stabilità”.

Insomma, molte criticità ma anche una certezza: se la gente torna ad Aleppo, Hama, Homs e Damasco è perché si sente sicura, altrimenti resterebbe dov’è e dove è rimasta per mesi e mesi. Forse, quindi, non si scappava dal “macellaio” Assad ma dai ribelli moderati finanziati e supportati da USA, Arabia Saudita e Israele, i quali una volta cacciati dalle loro roccaforti non fanno più paura: e la gente torna a casa. Con passo dolente, patibolare ma pronta a ricominciare, in qualche modo. Un qualcosa di inaccettabile per l’Occidente: l’intera narrativa della guerra civile scatenata dalla repressione di Assad, sputtanata in questa maniera. Oltretutto con dati ONU a conferma.

Sicuri che Assad sia percepito davvero come un brutale dittatore dalla sua gente? Qualche dubbio al riguardo lo ha mosso il senatore per lo Stato della Virginia, Richard Black, il quale non si è fidato della propaganda di casa e lo scorso dicembre si è recato a Damasco, dove ha incontrato proprio Bashar al-Assad. E il nostro Black è uno che non le manda a dire, visto che ha rivelato come “in base a report interni della nostra intelligence che ho potuto visionare, se in Siria si andasse al voto oggi, Assad vincerebbe con il 90% dei consensi”. Ecco le sue parole, stranamente circolate poco sui grandi media USA ma molto tra la stampa indipendente: “Ho collaborato con gente che ha avuto accesso a materiale di intelligence sulla Siria e sono saltate fuori cose molto interessanti. Oggi come oggi, posso dire con certezza che se venissero indette elezioni in Siria, il presidente Assad potrebbe probabilmente essere rieletto con il 90% dei suffragi e questo comprese anche le aree ancora occupate dai terroristi”.

Parlando della sua visita a Damasco, ecco come Black parla di Assad e della moglie Asma: “Sono persone totalmente votate al sacrificio per la loro gente, a differenza di molti leader non sono avidi e non stanno ammassando ricchezze nazionali per uso personale. Si stanno sacrificando per il futuro della nazione, per questo la gente li ama”. Infine, poche parole sull’esercito siriano: “C’è una pressoché totale unità e presenza delle religioni: cristiani, sunniti, sciti, alawiti, drusi. Tutti combattono insieme per riconquistare la Siria”. E chi cazzo glielo dice all’americano medio, quello che pensa che la Siria sia una contea montuosa del Wisconsin, che quanto sentito finora alla televisione erano cazzate? O, magari, Richard Black è stato comprato da Assad, noto corruttore, oltre che macellaio. E così anche l’UNHCR, banda di venduti. O forse sono stati gli hacker russi, quei maledetti. C’è poco da fare, non esiste tappeto abbastanza grande da contenere immondizia in eterno.

Piaccia o meno, Assad ha garantito pace e sicurezza al suo Paese, oltre a una convivenza assolutamente pacifica fra tutti i credo religiosi, ponendo però al di sopra di tutto la laica supremazia dello Stato. All’Occidente non piace? Cazzi suoi, ai siriani sì. E siccome i piangina isterici dello scontro di civiltà, stile “Il Foglio”, evocano guerra ovunque, “affinché non cambino il nostro stile di vita”, comincino facendo una bella cosa: lasciando che siano i siriani (e gli iracheni, afghani, iraniani e chi più ne ha, più destabilizzi) a scegliere il loro.

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