Chissà cosa direbbe Paolo Borsellino dell’allegro sottobosco che gravita attorno all’accoglienza?

Di Mauro Bottarelli , il - 30 commenti


Oggi, insieme al 23 maggio, rappresenta uno dei due giorni l’anno in cui l’italiano medio si sente in dovere di essere un uomo migliore. Glielo ricordano tv e giornali con giorni d’anticipo, ci pensano i politici con i loro discorsi ampollosi, la Rete comincia a germogliare immagini-feticcio e frasi ad effetto da condividere: occorre ricordare che la mafia esiste e che è un dovere combatterla. Almeno per due giorni l’anno. Il 23 maggio per ricordare la strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta, il 19 luglio quella di via D’Amelio in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli agenti che lo accompagnavano in visita dalla madre. Non voglio, proprio per rispetto sovrano di quei due servitori dello Stato, mettermi qui a disquisire sulle mille ombre che accompagnarono gli ultimi periodi del loro lavoro, i corvi utilizzati per screditarlo, la manovre politiche, il cosiddetto patto Stato-mafia, l’agenda rossa sparita.

Ci penseranno i giudici e la Storia a scrivere le sentenze, io sono solo un umile scribacchino e cittadino di questo Paese che, alla luce di quanto accade ogni giorno, chiede la possibilità di eliminare le date del 23 maggio e del 19 luglio dal calendario. Perché farsa e tragedia spesso e volentieri vanno a braccetto ma la memoria di chi ha sacrificato la vita per stroncare la mafia merita rispetto, non celebrazioni tanto ufficiali quanto patetiche: il ricordo di Falcone e Borsellino, anno dopo anno, diviene sempre più un tragicomico varo della nave di Fantozzi, con il celebrante di turno nel ruolo della Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare e qualche mal capitato a rimetterci il dito con anello vescovile, quasi una nemesi del vincitore e del vinto.

E’ talmente un rito vuoto, quelle che verrà celebrato oggi, da necessitare il colpo di scena. Un po’ come quei padri divorziati che si dimenticano per tutto l’anno di avere dei figli e che poi, il giorno del compleanno, pensano di compensare con regali da 2.000 euro: non funziona così. Eppure, la logica è quella. Perché quando ti svegli, apri il computer e la prima notizia che leggi è questa – “Sequestro beni per 1,5 milioni a Totò Riina e famiglia” – capisci che ti conviene affidarti alla categoria delle coincidenze, se non vuoi rovinarti la giornata di buon mattino. Poi, quando stai per cercare conforto nel caffè, ecco che il carico aumenta: “Duro colpo al clan palermitano del Brancaccio. La Polizia di Stato e la Guardia di Finanza di Palermo stanno procedendo, in Sicilia, Toscana, Lazio, Puglia, Emilia Romagna e Liguria, all’esecuzione di decine di misure cautelari personali nei confronti dei maggiori esponenti del Mandamento mafioso di Brancaccio e di altrettanti loro complici, nonché al sequestro di numerose aziende, per un valore complessivo di circa 60 milioni di euro”.

Bene, benissimo: ma qui entriamo nell’ambito dell’hollywodiano, del colpo di teatro. E sapete perché? Perché la guerra contro la mafia è persa, quindi occorre mostrare lo scalpo delle battaglie per non perdere del tutto la faccia. Lo Stato, nel 1992, fu sfidato a colpi di bombe. Oggi, basta sfregiare una stele e distruggere dule statue per mandare un messaggio di forza, talmente lo Stato è debole. Esattamente come è accaduto nei giorni scorsi, guadagnando i titoli dei telegiornali, le prime pagine e la somma indignazioni degli astanti in attesa della celebrazione rituale di oggi, quando i Saviano di turno tolgono dall’armadio il vestito buono e ci dicono – svelandoci il segreto dell’acqua calda – che i roghi di queste ore sono propedeutici ad affari illeciti che un domani si sostanzieranno su quei chilometri di cenere che un tempo erano boschi.

Mi piacerebbe tanto, se potessi esprimere un desiderio, vedere con quale faccia Paolo Borsellino, accendendosi l’ennesima sigaretta, starebbe guardando all’Italia da lassù. Sarebbe bello conoscere il suo pensiero sul fiorire di business legato al traffico illecito di esseri umani, sulle miracolose conversioni di coop che fino a ieri si occupavano di autismo e adesso sono più africane dell’Africa stessa, sui bilanci delle stesse che passano da essere simili a quelli di una drogheria all’empireo di uno società quotata, sull’ipocrisia senza freni di chi parla di accoglienza e la traduce in strutture fatiscenti che lo Stato paga a peso d’oro per alloggiare migliaia d clandestini il cui destino appare già scritto, soprattutto al Sud. Ovvero, andare a rinfoltire le fila della forza lavoro gestita dalla mafia attraverso il caporalato, la stessa mafia che Borsellino ha combattuto fino alla morte. Sapere che chi arriva finirà, con ottime probabilità, a raccogliere pomodori per un euro l’ora o a spacciare eroina e lasciarlo arrivare, non è forse il più sublime tradimento all’eredità morale e politica di Falcone e Borsellino?

Fuor di retorica, perché so già che la risposta tipo sarebbe: la missione non è bloccare chi fugge da guerre e fame ma combattere il caporalato. Bene, il Parlamento ha legiferato, c’è una legge contro il caporalato: il fenomeno è stato stroncato? No. Quanti arresti con quel tipo di aggravante sono stati compiuti? Diciamo che possiamo contarli sulle dita di due mani, a essere generosi? Di cosa stiamo parlando? Se, come accade in molte zone del Meridione, lo Stato non c’è, la gente si affida allo Stato parallelo, ovvero la criminalità organizzata che si sostituisce alle istituzioni nel garantire un lavoro per portare il pane in tavola, una primitiva pace sociale attraverso la rete del controllo del territorio e, soprattutto, un riferimento in caso di necessità. A cosa serve un sindaco senza fondi a causa del Patto di stabilità interno, quando posso andare dal capobastone di turno a chiedere il favore che mi serve, sapendo che quasi certamente lo esaudirà?

Perché ancora celebrazioni per il 23 maggio e il 19 luglio? Perché lo Stato non issa bandiera bianca e la smette di oltraggiare la memoria di chi quella lotta l’aveva intrapresa davvero, ostacolato – prima di tutto – da una mentalità pluri-decennale e da parte di quelle stesse istituzioni in nome delle quali combatteva Cosa nostra? Sarebbe più dignitoso: sono 25 anni che, come un orologio rotto che due volte al giorno segna l’ora esatta, lo Stato si ricorda di avere un’incombenza sospesa, quando arriva l’estate e nell’aria non c’è solo profumo di fiori ma l’acre sentore del tritolo dei ricordi. C’è qualcosa di perverso in questo continuo lavorio di dissimulazione da parte dello Stato e, per riflesso pavloviano, di quella strana creatura chiamata “società civile”, rispetto alla natura stessa della mafia e delle altre organizzazioni criminali.

Finché continueremo a vederle come banditi in passamontagna e non come parte dello Stato, la lotta sarà non solo impari ma inutile. O, forse, strumentale. E’ inutile negare che il ruolo legittimante di para-Stato fu garantito alla mafia dagli Alleati, in cambio della sicurezza del porto di New York durante a Seconda Guerra Mondiale attraverso gli affiliati espatriati Oltreoceano. E, soprattutto, della logistica interna per lo sbarco in Sicilia: quanto accadde tra il 9 e il 10 luglio del 1943, è lì a ricordarcelo. Patton e Montgomery erano certamente militari di prim’ordine ma Gela e Pachino erano pronte ad accoglierli a porte aperte. E in guanti bianchi.

Già nella primavera del 1942, la marina degli Stati Uniti decise di entrare in contatto con la mafia che, notoriamente, controlla i docks del porto di New York. Due boss, Joseph “Socks” Lanza e Meyer “Little Man” Lansky vanno segretamente a incontrare in carcere Charles “Lucky” Luciano. Il terreno è assolutamente favorevole a un compromesso: i mafiosi, per quanto le autorità statunitensi non se ne rendano conto, sono animati da patriottismo e inoltre gli americani hanno simpatizzato con i loro confratelli siciliani messi in carcere da Mussolini. Lansky, gangster newyorkese, è uno dei pochi non italiani ma è ebreo e, quindi, odia Hitler per le persecuzioni anti-ebraiche in Europa. Nessuna sorpresa, quindi, quando Luciano dichiara che il porto di New York sarebbe stato completamente dalla parte degli Alleati. E nessuna sorpresa, nemmeno, che le autorità americane non si pongano problemi morali: l’imperativo numero uno è vincere la guerra.

E ci sta. Ci mancherebbe altro. Solo che se dopo aver ottenuto il risultato, lasci che sia il para-Stato mafioso a continuare a occuparsi del territorio, in piena ricostruzione e in balie di fame e macerie, appare difficile sradicare certe abitudini, certe consuetudini sociali, certi riflessi padronali. Ieri come oggi. E non c’è differenza tra la buona battaglia contro il fascismo di ieri e quella in favore della migrazione di massa oggi: il “Corriere della Sera” in una sua inchiesta, parla chiaro e ci dice che l’economia parallela mossa dal business dei migranti è valutabile almeno in 400 milioni di euro. Io penso molto di più ed è uno scherzo del destino che sia attesa per domani la prima sentenza per il processo su Mafia Capitale, quello che ci ha detto chiaro e forte in faccia che il traffico di uomini è più redditizio di quello della droga.

Oggi sarà il giorno delle belle parole, degli impegni solenni, dei fazzoletti madidi e delle poesie da recitare davanti ai monumenti in ricordo. Domani, sarà un altro giorno. Un giorno in cui tornare, ad esempio, a farsi le canne, scordando che ogni spinello equivale a proiettili pagati per qualche organizzazione mafiosa o terroristica. Tornare a chiedere il favore all’amico assessore o vigile urbano, tornare allo sport nazionale di bypassare le regole, tanto lo fanno tutti. Tornare, insomma, a celebrare la nostra ontologica continuità con l’ipocrisia dello Stato, conniventi a un sistema che si regge sull’equilibrio sottile del compromesso perenne. Un sistema che, come massima espressione di durezza contro l’illegalità, tenta di far chiudere “spiagge fasciste” e vuole la galera per chi vende portachiavi con l’effige di Mussolini, estremo atto di mostrare i muscoli, come una foto ritoccata in quell’Instagram del reale che si chiama società dei mass media.

Lo stesso Stato che, passasse la legge Fiano, magari mi perseguirebbe, se pubblicassi queste parole: “Vostra Eccellenza ha carta bianca, l’autorità dello Stato deve essere assolutamente, ripeto assolutamente, ristabilita in Sicilia. Se le leggi attualmente in vigore la ostacoleranno, non costituirà problema, noi faremo nuove leggi”. E’ il testo del telegramma di Benito Mussolini al prefetto Cesare Mori, inviato in Sicilia per stroncare la mafia. Cosa che fece, anche brutalmente. Alla Duterte con la narcotraffico, per capirci, magari un po’ meno sanguinario. Peccato che poi la mafia fu fatta tornare al suo ruolo monopolista del potere grazie ai buoni uffici degli Alleati e, in realtà, rimasta mai troppo disturbata nel Dopoguerra dallo Stato in questo suo ruolo di supplenza, visto che garantisce bacino elettorale e pax mafiosa sul territorio. Vi prego, cancelliamo dal calendario il 23 maggio e il 19 luglio. Perché Falcone e Borsellino meritano di meglio. Meritano la misericordia laica dell’oblio, se il dovere della memoria è officiato da uno Stato come questo.

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