Gli sbarchi? E’ colpa dei francesi in Niger (proprio oggi, casualmente). Senza scordare il Russiagate

Di Mauro Bottarelli , il - 136 commenti


Non so voi ma io ho un rapporto strano con Fiorella Mannoia. La trovo umanamente insopportabile, come il 90% dei cosiddetti “artisti impegnati” ma devo ammettere che la sua voce ha un qualcosa di magico che la rende unica, un’interprete fuori dal normale. Ricorderete come uno dei suoi più grandi successi si intitoli “Come si cambia”, inno a un trasformismo di sopravvivenza in un modo falso e mutevole, soprattutto in amore e soprattutto per le donne. Bene, appena ho letto i giornali di stamattina, quella canzone è cominciata a risuonare nelle mie orecchie come un mantra: la questione migranti è come l’amore per la Mannoia, tocca cambiare per evitare di morire. O,in subordine, figure di merda. Questa è la prima pagina di “Repubblica”,

la quale mostra tutta la sua faccia governativa: apertura dedicata al monito di Mattarella verso l’UE e poi, come approfondimento, un bel reportage dal Delta del Niger dove le truppe francesi, quelle stronze, lasciano passare indisturbate le colonne di profughi diretti in Libia per poi approdare, via gommone, in Italia. E’ così da qualche anno, di fatto: i francesi fanno i guardiani ai piani destabilizzanti di USA e convitati di pietra alla Soros, dando vita a movimenti ribelli fantocccio come i “Niger Delta Avangers” (l’unico gruppo para-terroristico al mondo con un sito Internet ufficiale stile Justin Bieber) e ammantando con rivendicazioni sovraniste su terre e petrolio, operazioni che sono di ben altra natura.

Fiorella Mannoia – Come si cambia

A “Repubblica” ovviamente lo sanno e, fino a quando l’Italia non ha cominciato a sguazzare ansimante nella merda degli sbarchi senza fine, si sono ben guardati dal denunciare quanto accadesse in Niger: ora, invece, l’attacco frontale in nome della libertà di informazione. E’ tutta colpa delle truppe francesi, di fatto fiancheggiatrici – con la loro inazione – del traffico di uomini che si arricchisce con i barconi che approdano nei nostri porti. Non sarà che questo straordinario reportage cada un pochino ad orologeria rispetto all’incontro previsto proprio per oggi a Parigi fra le due anime della Libia, al-Sarraj e il general Haftar, con Emmanuel Macron gran cerimoniere del summit che dovrebbe gettare le basi per un futuro pacificato in Libia (contratti petroliferi inclusi)?

Viene da chiederselo, perché fino a non più tardi di due settimane fa, se qualcuno osava tratteggiare la questione migranti con qualcosa che non fosse totale empatia verso chi “scappava da guerra e fame” veniva additato al pubblico ludibrio come razzista e fascista, ora invece tutto il marcio che sta dietro i flussi migratori diventa ragione mistificante per nascondere le responsabilità di un governo che con quello schifo è sceso a patti attraverso l’accordo su Triton, salvo ora rompere i coglioni alla truppe francesi in Niger. Primo, è loro mandato quello di bloccare i flussi di persone o devono solo garantire sicurezza ai giacimenti petroliferi e far finta di contrastare i “Power rangers” del Dipartimento di Stato, di Soros e della Clinton Foundation? Come mai questa scelta tardiva? Come mai proprio oggi, quando a Parigi si celebrerà la nostra ennesima figura di merda sul fronte della diplomazia estera e geopolitica?

New Delta Avengers are not people of Delta state – Governor Okowa

Ha proprio ragione la Mannoia, “come si cambia per non morire, come si cambia per ricominciare”. E’ ufficiale: Emmanuel Macron, il salvatore dell’Europa dal fantasma neo-fascista della Le Pen, ora è uno stronzo patentato, un egoista nemico del principio di solidarietà di Spinelli a Ventotene, un cinico stratega degli interessi egemonici francesi. Insomma, è l’ennesimo che – utilizzando un linguaggio diplomatico – ce lo mette nel culo. E si sa, “Repubblica” è favorevole a certe pratiche solo se riferite al Ddl Cirinnà, quando vede che la questione si amplia nel suo raggio d’azione, scatta subito il bel reportage sul Niger. Quanto aveva ragione il buon Ricucci, nella sua ruspante saggezza.

E “La Stampa”, il quotidiano che sta alla verità come Dracula alla donazione di sangue? Eccola qua,

in tutto il suo splendore: il tema migranti è ridotto a un mini-tassello di richiamo all’intervista con Angelino Alfano proprio sul tema della Libia, nella quale il ministro degli Esteri denuncia le troppe iniziative estemporanee in atto. Come dire, ci hanno fottuto ma adesso gliene canto quattro. All’Eliseo e al Quai d’Orsay la paura era palpabile, nessuno vuole incrociare le spade con il leader di Alternativa Popolare e anche i Rothshield invitano alla prudenza, prima di un tale passo. In compenso, ecco l’apertura: se Macron stronzo lo è diventato, Trump invece lo è sempre stato. Ma, ora, anche con il timbro dell’FMI e delle sue lisergiche proiezioni sulla crescita, una revisione dei dati di aprile che potrebbe essere giustificata unicamente con l’immersione degli analisti in una piscina di gin-tonic allungato con meta-anfetamine.

L’Europa? Una bomba, una locomotiva in piena corsa. La Cina? Il traino del mondo, senza mezza criticità macro. Gli USA? Una merda da rivedere al ribasso, esattamente come il Regno Unito che ha avuto la mancanza di pudore di scegliere il Brexit. Nulla di ideologico, come vedete. Semplicemente, la colpa è di Trump e del suo prospettato boom economico che non si è avverato. Insomma, il giornale che per otto anni ha spacciato come un pusher di periferia le balle sull’Obamanomics, dipingendo l’inquilino della Casa Bianca come una sorta di Re Mida e scordando di far notare le minuscole criticità macro di un Paese che vede il PIl retto al 70% dai consumi personali, non ha dubbi: Trump è un fallimento. Non c’è nemmeno il “teorema Raggi” da invocare, il presidente USA non può chiedere tempo e invocare una moratoria, essendo in carica da poco più di sei mesi: è già finito. E, in questo caso, “La Stampa” non pecca di eccessiva “sindrome Mannoia” rispetto al boom dei primi mesi di presidenza Trump, visto che questi grafici,



ci mostrano chiaramente che chiunque non fosse in malafede, avesse capito fin da subito che Wall Street beneficiava unicamente dell’effetto FED che si sostanziava sulla certezza proprio del fallimento del piano Trump. Il quale, tra l’altro, non ha dedicato nemmeno uno dei suoi 157 tweets quotidiani a quegli stronzi dell’FMI e alla loro revisione al ribasso: come mai, a vostro modo di vedere? Forse perché più cattiva narrativa si catalizza sull’economia USA, più il dollaro si deprezza sull’euro, facendo volare l’export? A pensar male.. Perché altrimenti non si spiega come un giornale attento agli affari USA come “La Stampa” si sia lasciato sfuggire questo,

ovvero il dibattito andato in scena il venerdì scorso al prestigioso Aspen Institute, il rituale Security Forum dedicato agli argomenti di maggior interesse pubblico discussi da un panel di esperti. Bene, attorno al minuto 43 potete sentire l’ex direttore della CIA, John Brennan, invocare un colpo di Stato da parte dei deputati e senatori repubblicani in caso Donald Trump decidesse di licenziare il super-procuratore sul caso Russiagate, l’ex capo dell’FBI, Robert Mueller. Non male come professione di democrazia.

D’altronde, sono giorni caldi per la graticola giudiziaria su cui il Deep State intende cucinarsi Trump: ieri è stato sentito dal Comitato intelligence del Senato il genero, Jared Kushner, mentre domani sarà la volta del figlio Donald Jr. e dell’ex capo della campagna elettorale, Paul Manafort, riguardo ai rapporti con l’avvocatessa venuta dal freddo, quella che doveva portare notizie compromettenti contro Hillary Clinton e che, casualmente, è entrata nel Paese solo grazie a un “visto straordinario” garantitele – chissà come mai – da quello stesso ministero della Giustizia all’epoca in mano a Nancy Pelosi. Che cosa fantastica, il Russiagate, non trovate? Decine di audizioni, scoop di “New York Times” e “Washington Post”, false flag nei campi da baseball, migliaia e migliaia di tweets, una richiesta di impeachment già formalmente presentata dai Democratici a fronte di cosa, a livello di prove? Zero. Tanto più che mentre Jared Kushner testimoniava, ecco cosa dichiarava il capogruppo Democratico al Senato, Chuck Schumer:

Schumer takes shot at Clinton: Our biggest mistake in 2016 was not telling people what we stood for

capito, l’errore più grande dei Democratici è stato concentrarsi unicamente su Trump. “Quando perdi contro qualcuno che ha il 40% di popolarità, non puoi dare la colpa a Comey o alla Russia, è colpa tua. La gente non ha capito per cosa ci presentavamo, sapeva solo che eravamo contro Trump. E continua a crederlo”, ha dichiarato Schumer alla ABC, di fatto sconfessando l’impianto stesso del Russiagate e delle accuse verso intromissioni del Cremlino e hacker. Ma non importa, perché i media mainstream USA ragionano come “La Stampa” e il risultato, pubblicato ieri da Statista, è questo:

Trump peggio di Nixon, sempre più gente spinge per l’impeachment, di fatto a fronte di alcuna prova della sua colpevolezza. Ma si sa, la strategia è antica: ripeti mille volte una bugia e questa verrà percepita come realtà. Siamo alla settimana clou per Trump, qualcosa davvero bolle in pentola di così grosso da ridurlo a un’anatra coppa a meno di un anno dall’inizio della sua amministrazione? Chissà, ormai realtà e fiction vanno di pari passo: siamo ben oltre Orwell, siamo alla “democrazia del pizzicotto”, necessario a capire se siamo o svegli o stiamo sognando, di fronte a pressoché qualsiasi notizia ci viene dispensata. Ma c’è anche chi fa del realismo un atto di fede, come “Il Messaggero”:

no, non guardate il titoli di apertura, quello serve solo ad accalappiare i lettori in edicola, come fa “Il Vernacoliere” parlando di figa e pisani. Guardate il titolo di spalla nel corpo centrale: siamo pronti a pagare pur di toglierci le risorse dai coglioni. E chi manterrà in equilibrio i conti dell’INPS, così facendo? Chi arricchirà la nostra società, decadente, vecchia e da rieducare? Chi invertirà il trend demografico? Ma, soprattutto, ora chi farà i lavori che gli italiani non vogliono più fare? Il Re è nudo, siamo talmente nella merda che abbiamo optato per la “variabile sequestri”, si paga e passa la paura. Anzi, paghiamo. Perché sono soldi nostri quelli con cui si vuole incentivare il ritorno a casa di chi è stato fatto venire qui in massa tramite un patto scellerato in seno a Triton. Altro che assalto al Palazzo d’inverno…

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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