Israele scarica Soros ma punta l’Europa dell’Est contro Mosca. E l’asse con Trump passa da Roma

Di Mauro Bottarelli , il - 76 commenti


Forse è solo strategia temporanea. O forse è davvero la fine di un’era. Il governo di Israele, nella maniera più ufficiale e diretta possibile, ha infatti attaccato duramente George Soros e l’attività delle sue ONG, schierandosi totalmente al fianco del premier ungherese, Viktor Orban. Il giochino delle “rivoluzioni colorate”, fatte esplodere tramite l’attività di associazioni per i diritti civili, ha stufato? O, più semplicemente, non solo è stato scoperto ma potrebbe a breve far saltare fuori scheletri dagli armadi talmente grandi da necessitare una presa di distanza che sia la più rumorosa e anticipata possibile? Il tutto, aprendo un nuovo scenario di influenza per Tel Aviv, proprio in quell’Europa dell’Est percorsa da tensioni tra NATO e Russia e che vede nell’Ungheria anti-migranti una pietra angolare prima di consenso politico che di strategicità militare. Non riesco francamente a trovare altra chiave interpretativa a quanto accaduto nelle ultime 36 ore, quindi meglio partire da principio. Il governo guidato da Viktor Orbam ha infatti tappezzato il Paese con questi manifesti,


recanti la scritta “Non lasciare che sia Soros a ridere per ultimo”, chiaro elemento di propaganda relativo alla legge anti-ONG votata a stragrande maggioranza dal Parlamento magiaro e chiaramente indirizzata a contrastare l’attività della Open Society Foundation nel Paese, in particolare l’Università internazionale di Budapest. Le comunità ebraiche ungheresi e Human Rights Watch, organizzazione finanziata da Soros, hanno immediatamente attaccato la campagna pubblicitaria, dicendo che “evoca le memorie dei poster nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale” e facendo notare come molti manifesti siano stati imbrattati con graffiti antisemiti, tra cui la scritta “ebreo puzzolente”. Nel corso del fine settimana, l’ambasciatore israeliano in Ungheria ha diffuso un comunicato nel quale denunciava la campagna e i suoi toni e sottolineava che “oltre a evocare memorie tristi, getta i semi dell’odio e della paura”, soprattutto alla luce della deportazioni di 500mila ebrei dall’Ungheria durante l’Olocausto.

Poche ore e il ministero degli Esteri israeliano pubblicava una nota di chiarimento ufficiale, nella quale – di fatto – si diceva che le critiche ungheresi verso Soros era legittime. Ecco le parole del portavoce del ministero degli Esteri israeliano: “In nessuna maniera, la dichiarazione del nostro ambasciatore rappresenta una delegittimazione della critiche verso George Soros, il quale continua a minare i governi democraticamente eletti in Israele. Le organizzazioni finanziate da Soros diffamano lo Stato ebraico e cercano di negare il nostro diritto alla difesa”. Certo, la visita di Netanyahu a Budapest prevista fra pochi giorni può certamente aver avuto un peso ma la mossa ufficiale del ministero degli Esteri è senza precedenti: di fatto, George Soros viene definito un nemico e una minaccia della democrazia in Israele e dell’esistenza stessa dello Stato ebraico.

Certo, Human Rights Watch è sempre stata molto critica verso la politica di Tel Aviv in Cisgiordania e lo stesso Parlamento israeliano ha varato una legge per limitare l’influenza delle ONG che ricevono grossi finanziamenti esteri, come nel caso della Open Society Initiative di Soros ma qui siamo al passo successivo: c’è qualcosa di strategico. Come spiegare questa totale apertura di credito e solidarietà di Israele verso un leader politico, Viktor Orban, il quale non pù tardi di un mese fa aveva creato scandalo per le parole pronunciate in memoria di Miklos Horthy, leader ungherese durante la Seconda Guerra Mondiale, alleato di Hitler e fautore delle leggi razziali che permisero la deportazione nei lager tedeschi di migliaia di ebrei ungheresi? Orban lo definì “un eccezionale statista”, suscitando le reazioni politiche e dei media israeliani.

Ma nel giro di pochi giorni, l’intera vicenda si ricompose – e ai più alti livelli -, quando Tel Aviv disse di aver accettato la spiegazione fornita da Orban, ovvero che quella frase non intaccava affatto la tolleranza zero in vigore in Ungheria verso l’antisemitismo e non suggeriva che Horthy avesse fatto solo cose positive. E che il forte rapporto fra Netanyahu e Orban sia ormai palese lo testimonia il nervosismo al riguardo dell’UE, la quale ha messo da tempo nel mirino il governo magiaro per le sue politiche sull’immigrazione e per il suo populismo. In molti spiegano questa liasion con un duplice vantaggio reciproco: Orban intende acquistare da Israele strutture di sicurezza hi-tech per i confini del Paese, un business miliardario, mentre Tel Aviv liscerebbe il pelo a Budapest per avere un alleato in seno all’UE, la quale più di una volta ha criticato la politica israeliana.

Va bene i soldi ma siamo certi che per qualche commessa commerciale, Tel Aviv dia vita a una inversione a U simile? E poi, per cosa, per ingraziarsi come alleato in seno all’Ue, uno che l’Unione vorrebbe cacciarlo fuori a calci e che viene bersagliato di procedure d’infrazione? Deboluccia come motivazione. Diverso sarebbe se, alla luce dell’ormai inutile supporto alla causa globalista, Israele avesse deciso un cambio di approccio che si basasse sull’abbandono totale dei Democratici USA – e dei loro addentellati – come rifermento politico e si puntasse all’instaurazione di un asse davvero forte con Donald Trump in chiave anti-iraniana, il vero bersaglio di Tel Aviv. E cosa di meglio, per prendere due piccioni con una fava, che corteggiare un Paese forte di quell’Europa dell’Est che è, oggi più che mai, in bilico tra le due forze di influenza, ovvero USA-NATO e Russia?

Oltretutto, un leader e un Paese che hanno solidi e recentemente rinnovati rapporti di amicizia con il Cremlino. Al netto delle scenette da Gianni e Pinotto viste nell’incontro bilaterale di Amburgo, occorre ricordare le parole ferocemente anti-russe pronunciate da Donald Trump a Varsavia, tra gli applausi e il delirio della gente: Baltico ed Est Europa sono la chiave per l’allargamento di influenza NATO e per spezzare sul nascere ogni eventuale dialogo fra Europa e Federazione Russa, tanto che alla luce di questi accadimenti, appaiono sensati anche gli impacciati tentativi di riavvicinamento fra Angela Merkel e Vladimir Putin, proprio prima del G20. E quando i think tank USA cominciano a far circolare insistentemente outlook simili della situazione russa,



viene il dubbio che Mosca possa essere presto messa sotto attacco duplice sul fronte politico – attraverso la riattivazione in grande stile del Russiagate, visto l’attacco di ieri del “New York Times” al figlio di Trump e la ripesa in questi giorni delle audizioni alla Commissione intelligence del Senato – e finanziario, evitando di intraprendere la lunga e ormai poco efficacie strategia della destabilizzazione da ONG, essendo Alexei Navalny poco più di un burattino, ormai senza più credito alcuno (tranne che su “Repubblica”).

In tal senso, due notizie arrivate nelle ultime 24 ore, sembrano proporre uno scenario simile. Primo, interpellato dai giornalisti riguardo la posizione ufficiale di Israele rispetto alla tregua sancita in Siria da USA e Russia, il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, ha detto chiaramente che “non siamo parte in causa nell’accordo, quindi riteniamo di aver completa libertà d’azione in Siria. La nostra responsabilità esclusiva è quella di garantire la sicurezza dei cittadini israeliani, un qualcosa che ci offre libertà assoluta per fare ciò che è necessario”. Provocazioni sul Golan e false flag comprese.

Secondo, dopo mesi di fumate nere, da ieri l’Italia ha un nuovo ambasciatore americano a Roma. Si tratta di Lewis Michael Eisenberg, tesoriere del Partito repubblicano, ex Goldman Sachs, nonni di discendenza ebraica germano-polacca e, soprattutto, durante gli attacchi dell’11 settembre, presidente della Port Authority di New York e New Jersey, l’agenzia pubblica che controlla le infrastrutture tra i due Stati. E, all’epoca, anche il World Trade center. Nel 2002, viene nominato direttore della Lower Manhattan Development Corporation che gestisce la ricostruzione di Ground Zero e, poi, la politica in campo repubblicano alle spalle di Bush figlio, John McCain e ora Donald Trump.

Un uomo non casuale, un uomo da dossier e missioni forti. L’uomo giusto per gestire la più grande colonia statunitense d’Oltremare, da sempre ago della bilancia nelle relazioni Est-Ovest. Se, prossimamente, il tasso (già alto) di russofobia di politica e media italiani dovesse ulteriormente salire, allora avremmo la conferma che la campagna d’accerchiamento è partita, alla faccia dei sorrisi di Amburgo. E noi ne saremo la quinta colonna in seno all’UE, mentre Budapest giocherà la partita ad Est. Il tutto, per arrivare al bersaglio grosso: l’Iran.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Shares
Grazie per avere votato! Ora dillo a tutto il mondo via Twitter!
Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"
Come ti senti dopo avere letto questo post?
  • Eccitato
  • Affascinato
  • Divertito
  • Annoiato
  • Triste
  • Arrabbiato

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi