L’efficientismo vale solo per Vasco o avremo mai strade senza buche e cantieri conclusi in tempo?

Di Mauro Bottarelli , il - 22 commenti


Non ho niente di sociologicamente intelligente da dire su Paolo Villaggio nel giorno della sua morte, nonostante i social trabocchino di omaggi alla sua figura di attore. Ho visto i primi tre episodi della saga di “Fantozzi” è ho sempre riso, pur con i loro stereotipi a volte al limite del parossismo. Quindi, evito dotte disquisizione sul suo aver incarnato vizi e virtù dell’italiano medio e gli auguro buon viaggio finale, qualsiasi sia la destinazione. Una cosa però mi ha fatto riflettere e ha fatto riaffiorare nella mia testa le parole di Albert Einstein: “Dio non gioca a dadi con l’universo”.

E forse non è un caso che Paolo Villaggio se ne sia andato di lunedì mattina. Anzi, questo lunedì mattina. Un po’ perché Fantozzi, come tutti i lavoratori, odiava questo giorno e andarsene è stato un po’ un modo estremo e simbolico di vendicarsi della dittatura della sveglia e del cartellino. Un po’ perché gli avvenimenti del fine settimana richiamano molto alcune sfaccettature patetiche che Villaggio incarnava nel suo personaggio: l’accettare le cose come stanno, il quieto vivere della frittatona davanti al tavolinetto rispetto alla lotta contro le ingiustizie della megaditta, l’accettazione della sottomissione come via maestra per una vita piatta, grigia ma senza scossoni. E senza troppe domande.

Mi spiego. Questo fine settimana è stato caratterizzato da due eventi: il mega-concerto di Vasco Rossi a Modena e il vertice sull’immigrazione a Parigi, presente il ministro dell’Interno, Marco Minniti. In entrambe i casi, un successo. Partiamo dal caso più serio, il secondo. Leggendo le cronache dei giornali, la figura del titolare del Viminale emerge come punta di diamante dell’esecutivo ma, soprattutto, come pietra angolare del possibile sblocco della situazione che attanaglia i nostri porti, forse già giovedì al vertice dei ministri dell’Interno UE a Tallin. Di più, il capo della commissione UE, Superciuk Juncker, ha annunciato per domani le prime misure concrete da parte dell’Unione: fossi in voi, tremerei. Di fatto, una vittoria – ancorché ancora sulla carta – da iscrivere al ministro dell’Interno e al suo attivismo determinato.

Eppure si tratta dello stesso Minniti che, al netto della direttiva sicurezza che prevedeva lo strumento del Daspo per i sindaci (inapplicabile nella realtà, stante la mancanza di uomini e mezzi per attuarlo), ha continuato a negare l’emergenza fino a due settimane fa. Addirittura, fu il suo dicastero a fare la voce grossa contro Virginia Raggi quando, il giorno dopo i ballottaggi delle amministrative, la prima cittadina di Roma disse che la capitale aveva raggiunto il limite massimo di accoglienza e non avrebbe accettato altri migranti. Di fatto, fino ai 12mila sbarcati in 48 di una settimana fa, Marco Minniti rientrava nella schiera dei negazionisti dell’emergenza e dell’invasione. Sicuri che qualche migliaio di arrivi in più della media, al netto di 200mila persone attese proprio dal Viminale per l’intero 2017 e 63mila arrivate prima del maxi-sbarco, abbia cambiato la situazione così drasticamente, addirittura a livello europeo? Sicuri che sia il Viminale da ringraziare?

Me lo chiedo perché si tratta dello stesso Viminale che ha speso tre mesi del suo tempo e qualche centinaio di migliaia di euro per cercare Ivan il russo, senza cavare un ragno dal buco, pur avendo messo in campo mezzi degni di una missione in Siria. E si tratta dello stesso Viminale che, ancora in queste ore e proprio dallo scorso fine settimana, sta cercando disperatamente Johnny lo Zingaro, pluri-pregiudicato evaso durante un permesso di lavoro che, novello Mullah Omar, ha fatto perdere le sue tracce – udite udite – prendendo un taxi da Fossano a Genova. Ma si sa, i successi finiscono in prima pagina, le sconfitte in fondo al giornale: se si può godere di buona stampa, ovviamente. Non ho nulla contro Marco Minniti, anzi. Il problema è che vederlo trasformato in Metternich della diplomazia sui flussi migratori mi fa un po’ ridere, visto che tre quarti dei centri di accoglienza stanno esplodendo e, fino a prova contraria, la politica di accoglienza dipende dal suo dicastero.

Si poteva fare qualcosa al riguardo per prevenire i prevedibili scoppi d’ira dei clandestini, stante una situazione di sovraffollamento resa ancora più nervosa dal caldo? Sì, se si fosse evitato di negare l’emergenza fino alla scorsa settimana, chiaramente con finalità politica e ideologica. Perché è evidente anche a un bambino che sei i pugni sul tavolo si fossero battuti a marzo-aprile, prima della stagione estiva, forse si sarebbe potuta gestire in maniera diversa l’accoglienza di chi era già arrivato in Italia (troppi, comunque). Ora, invece, ci indigniamo per le molotov contro gli alberghi e per le rivolte nei CARA: non ci voleva Rommel per capire che sarebbe finita così, eppure oggi assistiamo alla beatificazione in vita di Marco Minniti. Ma si sa, siamo in tempi di emergenza.

Ed eccoci al secondo punto, il concerto di Vasco Rossi a Modena. Un successone di pubblico, 220mila persone sul prato e il 36% di share alla tv: addirittura, durante il finale con “Albachiara”, un italiano su due davanti alla televisione era sintonizzato su RaiUno. Un grande business, 12 milioni di euro di incasso e, stando a un calcolo de “Il Giornale”, un flusso di denaro generato in generale dall’evento pari a 36 milioni di euro. Un bene, coi tempi che corrono. La città di Modena ha visto bar, ristoranti e alberghi fare festa ma anche i cinema, dove veniva proiettato il concerto. La cosa che fa ridere è che di tutto quanto successo, resta un solo messaggio: Modena è un modello. Per cosa? Organizzazione e sicurezza. Ora, nessuno nega che un concerto di quelle dimensioni sia uno sforzo organizzativo enorme ma il comune cosa cazzo c’entra, di fatto?

E’ stato un soggetto privato a organizzarlo e montare il palco, mentre l’amministrazione avrà garantito la sicurezza della viabilità attraverso i vigili urbani e, immagino, la dislocazione dei bagni chimici e altre infrastrutture simili. Il palco l’hanno montato e smontato privati, la sicurezza l’hanno garantita le forze dell’ordine gestite da Viminale e ministero della Difesa e la security privata ingaggiata dal management: ancora una volta, Modena ha messo i vigili urbani a gestire viabilità e deflusso. Importantissimo, per carità, a fronte di 220mila cristiani ma non hanno costruito un ponte che li unisca alla Croazia o inventato il tortellino che si cuoce con lo sguardo, trattandosi di una ricca città della ricca Emilia.

Quanti mega-festival ci sono in giro per l’Europa nel periodo estivo? Tantissimi e presenti da decenni, come Rock-am-Ring in Germania e Roskilde in Danimarca: nel primo caso, ad esempio, quest’anno si è incorsi in un allarme terrorismo che ha visto evacuare 90mila persone in assoluta tranquillità. Quindi capite che quando il sindaco di Modena, Gian Carlo Muzzarelli, come accade in queste ore sembra diventato il sindaco d’Europa fa un po’ ridere, soprattutto quando in un’intervista all’AGI rivendica che ormai “Modena è un modello, grazie al lavoro di squadra e alla pianificazione a medio e lungo termine”. Che cazzo ha inventato, l’acqua calda? Alla fine hanno garantito un deflusso di persone, non gestito la rivolta di Caracas contro Maduro, oltretutto con la security garantita da agenzie private e forze dell’ordine, nulla che fosse in capo all’amministrazione comunale.

Dico questo perché, alla fine, quando passano a pioggia messaggi così sui media, poi scatta la mentalità pavloviana di Fantozzi: il tg di dice che il Paese va bene, a Modena non è morto nessuno e addirittura è un modello europeo, quindi chissenefrega di incazzarsi del fatto che per una Modena che funziona c’è una Roma dove ti ammazzi in motorino per le buche e in periferia sembra il set di “Zoolander” per quante specie animali pascolano liberamente, c’è una Lombardia con statali che fanno impazzire le piccole e medie imprese, c’è un Mezzogiorno con ferrovie degne del far west, c’è Amatrice ancora nelle condizioni immediatamente post-sisma, c’è la Sicilia senza superstrade, c’è la circumvesuviana a Napoli che viene studiata come caso limite nelle università africane, eccetera eccetera.

E queste cose non fanno incazzare solo i cittadini/utenti, devastano l’economia e ci mettono in coda alla competitività europea. Bisogna smettere di essere Fantozzi e dire a Minniti e al sindaco di Modena ciò che va loro detto, al netto dei trionfalismi della stampa leccaculo. Ovvero, che il primo ha negato il problema immigrazione fino a ieri, portando i centri al collasso e che se ora cava un ragno dal buco è solo per gentile concessione di Juncker e il secondo che ha fatto solo il suo dovere, stante la natura privatistica dell’evento che la sua amministrazione si è trovata a ospitare e non gestire direttamente. E non per voler rompere i coglioni sempre e comunque ma perché è ridicolo parlare di “modello Modena” per un concerto andato bene, quando non ci troviamo di fronte al primo caso di mega-evento in Italia e in Emilia-Romagna in particolare.

Vorrei sapere, poi, se il “modello Modena” salvaguarda anche la sicurezza dei cittadini che la sera scendono a portare il cane a fare pipì, se si preoccupa del traffico anche quando Vasco Rossi non è in zona, se utilizza medesimo scrupolo con parcheggi e viabilità anche quando la stampa di mezzo mondo non è in città. Vorrei un Paese normale, tutto qui. Ecco perché rompo così tanto i coglioni. Perché l’auto-celebrazione alla geometra Calboni, infarcita di balle, è il peggior nemico di ogni processo di miglioramento.

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