Perifrasi della costituzione italiana: art.36 – salario e ferie costituzionali, ahahah !!!

Di JLS , il - 46 commenti

Forse credevate che i salari, l’orario di lavoro, le ferie fossero esclusiva materia di sindacati, aziende e contratti nazionali collettivi? Sbagliato. I guai cominciano molto prima con l’art.35 del corano statalista, che proclama il verbo anche su questa materia.

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

 

L’enunciazione costituzionale sulla retribuzione è vaga e quindi inconsistente anche solo da un punto di vista logico, oltre che scientifico. Cosa sono infatti la quantità e la qualità del lavoro? ma soprattutto come si misurano? Se un’entità non è definita o non ne è possibile la misurazione, come si potrà parlare di proporzionalità con un’altra entità (la retribuzione)?

La suddetta enunciazione costituzionale è peraltro una bestemmia economica perché contraddice la natura degli scambi economici, dove quello che conta è il valore, non la quantità e la qualità di un lavoro. Cosa infatti potremmo dire di un quadro di Picasso che ad un’asta viene battuto per milioni di euro, o dell’ingaggio milionario di un calciatore, paragonati ad un intervento chirurgico che salva la vita ad un paziente, se ragionassimo applicando le bestialità costituzionali dell’art.35?

Karl Menger nel 1871, mise in evidenza nel suo “Principi fondamentali di economia” che il valore economico non è costituito dalla quantità di ore lavorate, o dalla quantità prodotta, e neppure dalla qualità del lavoro (la qualità di un bene o servizio non è altro che il rispetto dei requisiti contrattuali, quindi è obbligatoria e definita). Il valore dipende dalle persone, e in particolare dalle loro preferenze, gusti, priorità, conoscenze, bisogni, condizioni.

La bestialità costituzionale della prima parte dell’art.35 pone dunque le basi perché un bene come il lavoro non sia fondato sul paradigma del valore, ma su quello di due cose indefinite (quantità e qualità) e di una proporzione non meglio chiarita. Ripeto, uno sano di mente che legge queste stupidaggini, prende la costituzione e le dà fuoco.

L’arroganza dell’art.36, da cui sono discesi tutti i macelli della contrattazione nazionale, di quella pubblica e di quella privata, è una vera e propria distorsione del prezzo, elemento chiave di qualsiasi scambio commerciale, risultato di meccanismi complessi e mutevoli che incrociano i bisogni dei clienti con le capacità dei fornitori. Il prezzo mette d’accordo due contraenti che dallo scambio ricavano un reciproco beneficio. Il fatto che sul prezzo vi sia un attore del tutto esterno, che con la coercizione delle sue regolamentazioni e irreggimentazioni si arroga il diritto di determinarlo dall’esterno, ha le seguenti conseguenze:

  • Discriminazione di una delle due parti che effettuano lo scambio, in barba ai tanto sbandierati principi di eguaglianza dei cittadini degli articoli precedenti del corano statalista
  • Condizionamento artificioso non solo dei meccanismi di scambio, ma di tutto quello che li precede (produzione) e di tutto quello che li segue (consumo)
  • Falsificazione dell’equilibrio economico dello scambio con conseguenti decisioni errate o non efficienti degli attori (lavoratore e datore di lavoro)

Nella pretesa costituzionale che da questa presunta proporzionalità tra quantità e qualità del lavoro e la retribuzione, discendano condizioni di vita libera e dignitosa per il lavoratore e la sua famiglia, l’inconsistenza la fa da padrona: cosa è un’esistenza libera, e cosa è un’esistenza dignitosa? Chi lo stabilisce? Come potremo misurare la condizioni di libertà o dignità?

La libertà e la dignità sono concetti talmente soggettivi, che le loro scale di misura possono avere estremi lontanissimi. Quindi?

Il riposo settimanale, le ferie, la durata della giornata lavorativa non sono altro che declinazioni diverse dell’arroganza dei padri costituenti e della repubblica delle banane che hanno fondato. Arroganza liberticida mascherata da premurosa cura, che in qualsiasi modo e a qualunque costo, pur di esercitare un potere di controllo e di veto, ha l’obiettivo di fissare un prezzo che fissato non è. Questa arroganza politica, unita al massimo grado di ignoranza della scienza economica da parte dei kattokomunisti autori di queste bestialità, ha avuto ed ha le più nefaste delle conseguenze sociali: dal lavoro nero, alla delocalizzazione delle attività, dalla disoccupazione giovanile alla fuga dei cervelli, dal fallimento di migliaia di imprese alla liquefazione irreversibile di milioni di posti di lavoro.

Il divieto per il lavoratore alla rinuncia alle ferie e al riposo costituisce per finire uno dei peggiori esempi non solo dell’aggressione dello stato sull’individuo lavoratore, ma anche di quel paternalismo statalista da cui milioni di nostri connazionali sono stati allevati e di cui purtroppo non riescono più a fare a meno per tutta la vita.

 

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