Sui migranti, il governo tenta il blitz con Malta e Austria. Ma Macron ora mette le mani sulla Libia

Di Mauro Bottarelli , il - 49 commenti


La situazione si fa seria. Perché quando si comincia con i giochi di sponda, allora vuol dire che si segue la vecchia regola dei due ubriachi che si reggono uno con l’altra, di lampione in lampione, per cercare di arrivare a casa sani e salvi. Deve esserci stato parecchio traffico telefonico tra Roma e Vienna nelle ultime 36 ore, non c’è dubbio. E, altrettanto certo, è il fatto che in Austria il tema migranti sicuramente non interessi direttamente il Brennero a livello di flussi ma pesi, terribilmente, in vista del voto del 15 ottobre. Il Cancelliere austriaco, Christian Kern, infatti, ha lanciato un ramoscello d’ulivo da una tonnellata verso l’Italia oggi quando, dopo aver telefonato a Paolo Gentiloni, ha rilasciato le seguenti frasi in un’intervista alla “Presse am Sonntag” in uscita domani: “Serve più sensibilità nei confronti dell’Italia. Così non va, non possiamo posizionarci contro l’Italia”, ovviamente riferendosi alle parole del ministro degli Esteri, Sebastian Kurz, nel suo incontro con Angelino Alfano, rispetto all’utilizzo di Lampedusa come centro di detenzione.

Per il cancelliere, “al Brennero viene messa in scena un’emergenza che non esiste. Ancora oggi dai Balcani arrivano più richiedenti asilo che dal Brennero. Una chiusura del Brennero colpirebbe soprattutto l’Alto Adige. Per questo, Vienna deve stare attenta a non finire in un gruppo con Viktor Orban e la Lega Nord. Chi è contro tutti, resta solo. La reputazione dell’Austria non va messa a rischio per una campagna elettorale”. Infine, “il tema migranti va tenuto fuori dal dibattito pubblico e dalla campagna elettorale austriaca, poiché la politica estera e la diplomazia vanno fatte a porte chiuse”. Unica digressione sul tema morandiano del “in ginocchio da te”, un duro appunto verso il sindaco di Lampedusa, definendo “inaccettabile” il paragone del ministro degli Esteri, Sebastian Kurz, con un naziskin da lui proposto.

Insomma, manca che a ogni italiano che varchi il Brennero vengano pagate le cartelle di Equitalia che ha in sospeso e diciamo che Vienna si è umiliata abbastanza, oltretutto a soli quindici giorni dal voltafaccia relativo ai carrarmati al Brennero. Non lamentiamoci più troppo delle nostre campagne elettorali, anche all’estero riescono a fare abbastanza pietà. L’unico sollievo è che se un popolare come Kurz insegue a destra la FPO e un socialdemocratico come Kern è obbligato a smarcamenti strategici, visto che sul tema migranti non è credibile, forse questo è il segnale che la destra stavolta può davvero farcela, salvo brogli o scoperte dell’ultim’ora di cellule stile SA pronte a entrare in azione nelle birrerie della Carinzia (la RAI ha già allertato Lucia Goracci). Ma non solo il lato istituzionale ha forzato la mano nelle ultime ore, anche quello diplomatico. Nella fattispecie, penso quello del Viminale.

Questa mattina, infatti, il “Sole24Ore” rilanciava la notizia della mossa a sorpresa della Libia alla vigilia del vertice di lunedì a Tunisi dei ministri dell’Interno di Europa e Africa sull’immigrazione. E cosa ha fatto Tripoli? Ha dichiarato – come formalità vuole – la sua zona SaR (Search and Rescue) marittima, l’area di propria competenza per la ricerca e il soccorso, attraverso una lettera ufficiale all’IMO (International Maritime Organization), agenzia dell’ONU per la cooperazione marittima e la sicurezza della navigazione. Strano timing, sarebbe partita subito dopo la visita di Minniti a Tripoli per incontrare i sindaci del Sud del Paese. E cosa sta scritto nella missiva? “Vista l’attuale carenza di risorse e di strutture, dovute al fatto che la guardia costiera e le capacità delle forze aeree sono state distrutte durante le operazioni militari del 2011, il governo libico delegherà Malta a coprire la regione SaR di Tripoli”. Il tutto, anche sulla base “di un accordo bilaterale con il governo di Malta nel 2009”.

La Valletta è fottuta e non può più scaricare tutte le navi sull’Italia in nome di Triton e dei suoi accordi sottobanco? Potrebbe essere, tanto più che la mossa libica si muove nel solco dell’action plan del 4 luglio, quello destinato a sostenere l’Italia attraverso una riduzione della pressione migratoria. Inoltre, lo stesso piano della Commissione UE prevede che “i partner dell’Africa settentrionale, in particolare la Tunisia, l’Egitto e la Libia, dovrebbero essere incoraggiati a notificare formalmente le proprie aree di attività di ricerca e salvataggio e a creare Mrcc (Maritime Rescue Coordination Center)”. Il fatto che Malta abbia negato l’intesa con Tripoli sul coordinamento dei soccorsi, la dice lunga sull’odore di merda che debba ammorbare l’Isola in queste ore. Tanto più che sempre lunedì, in contemporanea con il vertice di Tunisi, a Varsavia si incontrerà per la seconda volta – nella sede di Frontex – il gruppo dei tecnici dei Paesi membri dell’Unione e non è affatto escluso che la lettera della Libia – con il richiamo all’impegno di Malta – sia citata e discussa. Così fosse, chapeau a Minniti, un mezzo capolavoro di inculatura diplomatica.

Ma attenzione, perché la mossa di Roma potrebbe essere vanificata da quella di Parigi, roba da scacco matto che riproporrebbe uno scenario da 2011, senza bisogno dei Mirage in volo. Emmanuel Macron sta infatti tentando di scalzare l’Italia nella partita libica, facendo entrare la Francia nel dossier del Paese maghrebino. E lo sta facendo non a parole ma con la pretesa concreta e sul brevissimo termine di far incontrare il presidente del Governo di accordo nazionale (Gna), Fayez al-Sarraj e il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, in un vertice fissato a Parigi per martedì prossimo, al fine di gettare le basi per la creazione di un esercito nazionale unitario. Insomma, Macron intende autoproclamarsi mediatore privilegiato nel processo di riconciliazione del Paese, cercando di ridimensionare il ruolo svolto dall’Italia che per prima paga le ricadute, specie in termini di afflusso di migranti, del caos libico degli ultimi sei anni.

E lo sdoganamento di fatto di Haftar insito nell’iniziativa francese ha raccolto immediatamente il plauso di Emirati Arabi Uniti ed Egitto, i due principali sponsor del generale, specie nei suoi sforzi bellici a Derna, Bengasi e nel Sud della Libia. Stranamente, poi, questa iniziativa così estemporanea e ben poco rispettosa della ritualità sia tra Paesi membri che, formalmente, verso l’UE – quantomeno nei riguardi di quell’ectoplasma diplomatico che risponde al nome di Federica Mogherini -, giunge a pochi giorni dall’incontro bilaterale tra lo stesso Macron e Donald Trump in occasione delle celebrazioni del 14 luglio a Parigi.

Casualmente, l’attivismo del titolare dell’Eliseo ha coinciso con l’incontro di Amman del 9 luglio tra l’ambasciatore USA in Libia, Peter William Bodde e lo stesso Haftar: “L’obiettivo è creare pressioni sul generale per un accordo con Tripoli”, spiegano fonti vicine al Gna riportate da “La Stampa”. Al netto del dossier migranti, importantissimo, perdere il rapporto privilegiato e il ruolo di mediatore naturale in Libia sarebbe devastante, non ultimo per l’agenda petrolifera.

E se tutto questo intreccio dovesse tramutarsi in un enorme casino, tanto per usare un linguaggio strettamente di gergo diplomatico? Tranquilli, per l’opinione pubblica è pronto un nuovo fantasma con cui giocare, evitando di rompere i coglioni a chi sta tramando nell’ombra per evitare che anni e anni di responsabilità sul tema saltino fuori, non ultimo l’incontro Gentiloni-Soros del 3 maggio scorso. E a confezionarlo, come un uovo di Pasqua destinato a far bella figura solo esteticamente, sono stati come sempre gli USA, anzi la loro intelligence che ha passato la bomba all’Interpol, la quale a sua volta ha lanciato l’allarme: esiste una lista di 173 militanti dell’Isis che sarebbero stati addestrati per organizzare attacchi suicida in Europa per vendicarsi delle sconfitte militari del gruppo in Medio Oriente. Lo scrive oggi in esclusiva la versione on-line del “Guardian”, house organ britannico di George Soros, a detta del quale la lista sarebbe stata stilata in base ad informazioni raccolte in Siria e in Iraq.

La panzana è talmente grande e destinata unicamente a ridare un po’ di vita al cadavere della paura permanente in Europa che, riportandola, lo stesso Guardian ammette che “nulla dimostri per il momento che i jihadisti siano penetrati sul territorio europeo ma l’Interpol sottolinea l’entità della sfida cui l’Europa deve rispondere”. Tranquilli, altra acqua al mulino della condivisione di intelligence, vedrete che bella agenzia unificata – sotto guida NATO, magari – nascerà entro un paio di vertici europei, massimo per Natale. I jihadisti in questione – di cui nella lista ci sono nomi e cognomi, un po’ come per Salah Adbelslam e soci – vengono definiti come “individui che potrebbero essere stati addestrati per costruire e piazzare ordigni esplosivi in modo da causare numerosi morti e feriti. Si ritiene che possano viaggiare internazionalmente, per partecipare ad attività terroristiche”. Sti cazzi, che novità! Queste sì che sono informazioni sensibili!

Ma non basta: l’Interpol chiede ai Paesi partner informazioni sulle persone della lista, come documenti di identità ed eventuali movimenti, “pur non escludendo che possano trattarsi di pseudonimi o di false identità” Mah no, chi l’avrebbe mai detto! Che fenomeni questi dell’Interpol, l’ispettore Clouseau gli fa una pippa! Tutto come al solito, insomma. Lavorio sotterraneo per ciò che conta e fumo e specchi per l’opinione pubblica. Una cosa sola, importa: non perdere il nostro ruolo in Libia. A costo di giocare sporco che più sporco non si può. Esattamente come fa Emmaneul Macron dal primo istante in cui ha messo piede all’Eliseo, attitudine testimoniata dalla incredibile sparizioni di suoi fans in Italia. Chiamate la Sciarelli.

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