In un Paese civile, il j’accuse di Mattarella farebbe tremare il Parlamento. Qui lo farà il ministro Costa

Di Mauro Bottarelli , il - 27 commenti


Ci sono molti modi per offendere la memoria. Non averne, ad esempio. Averla e fare finta del contrario. Oppure ignorarla. Oggi la politica italiana ha deciso di dimenticarsi dell’anniversario della strage di Capaci e di concentrarsi sulla propria sopravvivenza: il ministro alfaniano per gli Affari regionali, Enrico Costa si è dimesso, dopo lo stop allo “ius soli” e dopo aver avviato il percorso di riavvicinamento a Forza Italia. In una lettera al presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, Costa spiega: “A chi mi consiglia di mantenere comodamente il ruolo di governo, dando un colpo al cerchio e uno alla botte, rispondo che non voglio equivoci, né ambiguità. Allungherò la lista, peraltro cortissima, di ministri che si sono dimessi spontaneamente”. Praticamente, a fegato se la gioca con Che Guevara, tanto che prima di dimettersi ha giurato nuova fedeltà al Cavaliere.

Un gesto subito apprezzato da Gentiloni, che lo ha ringraziato ed ha assunto l’interim degli Affari regionali: della serie, fotte sega, ora è Matteo Renzi a dover aver paura, io ho alle spalle Mattarella e la UE, oltre ai sondaggi. Critico, invece, lo stesso Angelino Alfano: “Le dimissioni di Enrico Costa sono inevitabili e tardive. Credevo lo facesse già un paio di giorni fa. Noi vogliamo costruire un’area autonoma, una forza indipendente da destra e da sinistra. Abbiamo idee, forza e coraggio per fare qualcosa di grande. Comprendiamo che chi non ce la fa, faccia scelte diverse”. Insomma, la solita miseria in cui si sostanzia la politica italiana: vivacchiare fino all’ultimo, salvo poi saltare sul carro del probabile vincitore e scappare come topi dal Titanic in avvicinamento all’iceberg chiamato elezioni. E, tutto attorno, nani e ballerine che si agitano come se davvero le sorti di questo Paese risiedessero in Camera e Senato. O, ancor più, nel presunto voto popolare, nella cosiddetta democrazia rappresentativa.

Ma anche un’altra politica ha parlato oggi. Lo ha fatto alle celebrazioni della strage di via D’Amelio, lo ha fatto con toni durissimi e con altri più istituzionali ma, stranamente, meno dosati del solito. La prima a farlo è stata Fiammetta Borsellino, 44enne terzogenita del magistrato ucciso, la quale ha deciso di parlare “contro questi 25 anni di schifezze e menzogne” con il “Corriere della Sera”, dopo lo sfogo contro lo Stato cui si lasciò andare intervistata da Fabio Fazio. E a chi voleva parlare? Alla Commissione antimafia, alla quale “più che dire, consegnerò inconfutabili atti processuali dai quali si evincono le manovre per occultare la verità sulla trama di via D’Amelio. Ovvero, i quattro processi di Caltanissetta. Perché, a suo dire, questo abbiamo avuto: un balordo della Guadagna come pentito fasullo e una Procura massonica guidata all’epoca da Gianni Tinebra che è morto, ma dove c’erano Annamaria Palma, Carmelo Petralia, Nino Di Matteo, altri…”.

Strage via D'Amelio, Fiammetta Borsellino: "25 anni di buchi neri. Un Paese senza verità"

E a chi le adombra il sospetto della sottovalutazione, ecco cosa risponde: “Chiamarla così è un complimento. Mio padre fu lasciato solo in vita e dopo. Dovrebbe essere l’intero Paese a sentire il bisogno di una restituzione della verità. Ma sembra un Paese che preferisce nascondere verità inconfessabili”. Poi, una fucilata al magistrato simbolo della nuova stagione antimafia, Nino di Matteo, l’eroe di Travaglio e soci: “So che dal 1994 c’è stato pure lui, insieme a quell’efficientissimo team di magistrati. Io non so se era alle prime armi. E comunque mio padre non si meritava giudici alle prime armi, che sia chiaro”.

Poi, un diluvio: “Ai magistrati in servizio al momento della strage di Capaci rimprovero di non avere mai sentito mio padre, nonostante avesse detto di volere parlare con loro… Dopo via D’Amelio, riconsegnata dal questore La Barbera la borsa di mio padre pur senza l’agenda rossa, non hanno nemmeno disposto l’esame del Dna. Non furono adottate le più elementari procedure sulla scena del crimine. Il dovere di chi investigava era di non alterare i luoghi del delitto. Ma su via D’Amelio passò la mandria dei bufali”. Poi, sulla natura della strage: “A mio padre stavano a cuore i legami tra mafia, appalti e potere economico. Questa delega gli fu negata dal suo capo, Piero Giammanco, che decise di assegnargliela con una strana telefonata alle 7 del mattino di quel 19 luglio. Ma pm e investigatori non hanno mai assunto come testimone Giammanco, colui che ha omesso di informare mio padre sull’arrivo del tritolo a Palermo…”.

Un Paese, davanti a parole simili, si ferma. Non per l’obbligo della memoria ma perché non può più muoversi: l’architrave della fiducia stessa nelle istituzioni è minato e, fino a quando qualcuno non cancellerà quelle accuse con prove a discolpa, nessuno muoverà più un passo nei confronti delle istituzioni. Di quello Stato che ha costretto i familiari delle vittime all’ergastolo del dolore prima e a quello della rabbia, poi. Certo, le parole di una figlia grondano lacrime. C’è il lato emotivo, la necessità di giustizia come unica possibilità, se non di perdono, quanto meno di rivalsa, di formale attribuzione di responsabilità, di indispensabile ammissione di colpa, di redenzione: perché in quelle parole ci sono accuse chiare verso politica, inquirenti, magistrati. Paradossalmente, non appare la mafia. Quella è stata soltanto la mano. Ma una mano, senza detonatore, può fare poco. Senza tritolo, ancora meno.

Ma, paradossalmente, a far paura davvero sono state le parole pronunciate davanti al CSM dall’uomo politico più equilibrato e incapace di eccessi d’Italia, il presidente Sergio Mattarella, uno che le ferite del piombo mafioso le porta nell’anima, da quando ha portato via il fratello Piersanti, il 6 gennaio del 1980. “La tragica morte di Paolo Borsellino, insieme a coloro che lo scortavano con affetto, deve ancora avere una definitiva parola di giustizia. Troppe sono state le incertezze e gli errori che hanno accompagnato il cammino nella ricerca della verità sulla strage di via D’Amelio, e ancora tanti sono gli interrogativi sul percorso per assicurare la giusta condanna ai responsabili di quel delitto efferato”.

Anche qui, la mafia – la stessa che ha dilaniato la sua famiglia – appare comprimaria, macellaio che altro non può fare. Perché qui non si tratta di lupara bianca, di vendetta, qui si tratta di trame stragiste, roba che richiede organizzazione, tempo, soldi, disponibilità. E certezza pressoché assoluta di impunità, plasticamente rappresentata dall’accettazione di un palese mitomane come Gaspare Spatuzza come pentito ad orologeria, credibile quanto il riconoscimento in Questura a Milano di Pietro Valpreda da parte del taxista Cornelio Rolandi, anche grazie a questa fotografia,

nella quale il ballerino anarchico non era affatto caratterizzato a livello di abbigliamento e fattezze rispetto agli altri tre uomini sottoposti a confronto: mancava che gli mettessero un cappello da clown e un targhetta col nome, come agli alcolisti anonimi.

Già, Valpreda. Piazza Fontana. La strage di Stato. Fu Guido Crepax a rendere famosa quella frase, anzi quella formula, quasi una sentenza: ci fece un manifesto che la zia di Valpreda, Rachele, aveva attaccato vicino alla libreria di casa sua. E che non tolse mai, fino a quando morì. Anche Pietro Valpreda è morto, scagionato ma segnato a vita: lo frequentai per un periodo, io offrivo Marsala e lui mi raccontava. Mai nel suo locale però, sempre in un bar di Piazzale Baiamonti che ora è – segno dei tempi – gestito da cinesi e orribilmente arredato da videopoker. All’epoca, era il 1998, c’era ancora il fumo denso delle Nazionali, il biliardo, le bestemmie e il dialetto milanese al bancone, misto ai mille che Milano aveva adottato negli anni. Un pentito non credibile, un colpevole innocente incastrato da un taxista pret-a-porter: in comune, dopo tanti anni e tanti morti che non possono più parlare, resta solo una cosa. Il sospetto.

Legato a doppio filo alla parola Stato, declinata e declinabile in politica, imprenditoria, magistratura, forze dell’ordine, servizi segreti. Omissioni? Depistaggi? Trame parallele, esattamente sovrapponibili a quelle degli “anni di piombo” e della “strategia della tensione”? Temo che non lo sapremo mai. Come non sappiamo ancora oggi la realtà di quelle stragi lontane, se non grazie a qualche sentenza di comodo, una delle quali arrivata poche settimane fa su Piazza della Loggia a Brescia. Perché è ancora troppo presto, siamo ancora troppo vergini, per sapere fino a che punto lo Stato, più o meno complice, più o meno ricattato, si è spinto per sostenere certi equilibri, quando stavano crollando sotto il peso della Guerra Fredda, cavalcando il caos per ottenere stabilità.

Viviamo in un Paese dove, da domani, gli unici timori che interesseranno saranno quelli per la tenuta del governo, dopo le dimissioni del ministro Costa. Quelli legati alla stabilità stessa dello Stato, dopo le parole del presidente Mattarella e di Fiammetta Borsellino, verranno rimessi in discussione i prossimi 23 maggio e 19 luglio, quando cadrà il 26 anniversario delle stragi di mafia. C’è tempo. Quasi certamente, prima di quei giorni di lacrime facili e retorica da Gaviscon, ci saranno state le elezioni, avremo un nuovo governo, una nuova stabilità. E proprio quando c’è in ballo la ricerca della stabilità che occorre aver paura: fu così nella stagione 1992-1993, fu così nel 2001 con quel G8 di Genova di cui ricorre in questi giorni l’anniversario e che ha visto stamattina il capo della polizia, Franco Gabrielli, ammettere in una lunga intervista a “La Repubblica” che, in effetti, “il G8 fu una catastrofe” e che “alla Diaz ci fu tortura”.

Poi, una bella legnata al capo della polizia dell’epoca, Gianni De Gennaro: “Al suo posto mi sarei dimesso”. Come il ministro Costa. L’Italia è questo: un eterno, enorme e infinito nascondino di responsabilità. Mancano sempre e solo due cose: la verità e il colpevole. Ma, con tutto il rispetto che merita il presidente della Repubblica, le parole di oggi di Sergio Mattarella sono state il corrispettivo quasi silenzioso, rispettoso, istituzionale, moderato ma al tempo stesso lacerato di quella frase scritta tanti anni fa da Crepax: la strage è di Stato. Parola, ancorché mai proferita per amor di Patria, di capo dello Stato.

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