Vasco, Bonolis e la paura sono il paradigma dei nostri tempi: ogni messaggio, necessita di filtro

Di Mauro Bottarelli , il - 108 commenti


Inutile negarlo, parlano le cifre: ieri l’Italia si è fermata per Vasco Rossi. Erano in 230mila al Modena Park e oltre 5 milioni di mezzo davanti ai televisori (oltre il 36% di share) per il concerto-evento che ha festeggiato i quaranta anni di carriera del rocker di Zocca: chapeau, piacciano o no lui e la sua musica. Paradossalmente, il fulcro mediatico e social della serata è stata la patetica presenza da voce narrante di Paolo Bonolis, uno che sta al concetto di vita spericolata come Trump e Briatore al pauperismo. Con indosso una camicia da codice penale, il noto conduttore aveva un ruolo fondamentale a livello tecnico: tappare i buchi della diretta, visto che la RAI non poteva mandare in onda l’intero concerto e serviva qualcuno che riempisse gli spazi tra un blocco di canzoni in chiaro e uno vietato.

Il problema è che – come ha scritto un utente su Twtter – la sua presenza è stata tra il patetico e l’irritante: “Come se in un porno ogni due minuti apparisse Piero Angela a spiegare la riproduzione”. Geniale. Ed estremamente social, visto che al netto del successo dell’evento, sono stati gli insulti a Bonolis a prendersi la scena. E non altro, il quale è passato bellamente sottotraccia ma è diventato il vero motivo dominante della serata: la lotta alla paura. Ovvero, il terrorismo come componente assolutizzante del presente occidentale. Lo ha detto Vasco Rossi, dal palco: non ci chiuderanno in casa per paura, l’amore batte la paura. L’ha ribadito, cosa più importante, il Viminale, dicendo che l’appuntamento modenese era il più a rischio di tutto il cartello di eventi estivi. E poi, il sindaco della città emiliana, Gian Carlo Muzzareli, a detta quel quale “questa serata diventerà un esempio per tutta Europa. A Modena lavoriamo da sempre anche sull’integrazione”.

E cosa cazzo c’entra l’integrazione in tutta questa vicenda? C’entra. Eccome. Quello andato in onda ieri sera, dal vivo come sulla RAI, è stato oltre che un concerto rock anche un enorme esperimento di condizionamento sociale, solo falsamente sovrastato dall’ironia su Bonolis e la sua imbarazzante performance: i protagonisti non sono stati Vasco, le canzoni, il pubblico, la coreografia. No, sono stati la paura e la sua quotidiana presenza nella nostra vita, ancorché declinata in lotta contro la stessa. Le ragioni reali per cui l’Italia, culla del cristianesimo, non sia ancora stata colpita dal terrorismo sono profonde e, temo, inconfessabili ma occorre che i messaggi passino comunque, soprattutto ora: chi si preoccupa della crisi dei migranti, quando c’è Vasco che ci incita a combattere la paura e, così facendo, ne rafforza la presenza e la minaccia mentale collettiva? L’Europa ci ha detto chiaro e tondo che questa settimana al vertice dei ministri dell’Interno a Tallin ascolterà il resoconto delle autorità italiane ma non prenderà alcun provvedimento: altro schiaffone, dopo quello di Berlino. Ma non importa, la notizia è già scivolata di pagina in pagina, de-priorizzata. E de-emergenzializzata. Guardate le prime pagine di “Repubblica” e “Stampa” di oggi,


nel richiamare i servizi sul concerto: ovunque è presente il concetto di paura. “Il Foglio”, poi, notoriamente grancassa italica delle peggio pulsioni neo-con, è andato oltre, lamentando la poca eco avuta in Europa dal concerto di Vasco: e non per come ha interpretato “Sally” o “Gli spari sopra” ma per l’organizzazione e il coraggio dimostrati nell’affrontare la paura del terrorismo. Edoardo Bennato diceva che erano “solo canzonette” ma non è così: è molto di più. E’ la veicolazione di un messaggio, è un lavaggio del cervello innocuo e leggero. Come una canzone.

Guardate questo grafico,

preparato da Statista su un’elaborazione di Dyfed Loesche: cosa ci dice? Che, al netto del picco reso possibile dalla continua strage in Siria, il mondo non è mai stato un luogo così pacifico come la prima decade del nuovo millennio. Già, quella di fatto iniziata con l’11 settembre: eppure, partendo dal 1945, il numero di morti ogni 100mila abitanti su base annua parla chiaro: viviamo tempi tranquilli. Perché quindi così tanta gente ha l’impressione del contrario? Sostanzialmente per un punto, sentenzia lo studio: la copertura mediatica, ossessiva, degli eventi. E, non secondario, l’avvento dei social media. Già, perché troppe persone non pensano abbastanza a cosa postano, lo fanno e basta. Ma per qualcuno quelle sono tracce, sono briciole al pari di quelle lasciate da Pollicino per tornare a casa. Briciole per predire. O per indirizzare.

Stando a uno studio della Pacific Northwest National Laboratory in collaborazione con la University of Washington, ciò che scriviamo sui social può essere utilizzato da software per predire gli eventi futuri. Twitter, ad esempio, funziona da ottimo proxy attraverso i trend topic degli hashtag, come ad esempio accadde per le primavere arabe. Esiste un sistema chiamato EMBERS (Early Model Based Event Recognition using Surrogates), il quale non solo ha ottenuto straordinari risultati nell’indagare gli eventi ma anche nell’indagare e riconoscere specifiche proprietà di quegli eventi. Finora è stato usato in Sud America e ha portato all’80% di accuratezza rispetto alla previsione di eventi in Brasile e al 50% in Venezuela. E non pensiate a tesi complottiste, ci sono aziende private che stanno lavorando per governi a programmi di previsione: lautamente pagate. E’ chiamata “Sentiment World Simulation” e la finalità del programma, a detta del suo stesso inventore, è “quello di essere un modello a specchio del mondo reale in continuo aggiornamento e in continua funzione, un qualcosa che può essere usato per predire e valutare futuri eventi e il corso dell’azione”.

Insomma, una simulazione com miliardi di “nodi” che rappresentano virtualmente ogn persona sulla terra. Il progetto è basato sul lavoro del Synthetic Environment for Analysis and Simulations Laboaratory della Purdue University in Indiana, guidato da Alok Chaturvedi, il quale oltre a lavorare per l’università ha reso il progetto commercialmente disponibile per la sua azienda, la Simulex Inc., la quale può vantare clienti del calibro di Dipartimento della Difesa e della Giustizia o privati come la Lockheed Martin. Tutto questo, a vostro modo di vedere, serve per cercare di fermare qualche decina di migliaia di fanatici terroristi operativi o c’è dietro dell’altro? Ad esempio, uno strumento di controllo sociale e indirizzamento/previsione di eventi, alla base del quale soggiace un business miliardario per aziende tech e del comparto bellico-industriale?

Vi pare strano che venerdì scorso, il disegno di legge presentato dalla deputata democratica Tulsi Gabbard e dal senatore repubblicano, Rand Paul, finalizzato a rendere illegale il fatto che agenzie federali usino denaro pubblico per armare, addestrare e fornire intelligence a gruppi terroristici, sia stato appoggiato solo dal 13% dei congressisti USA? Qualche lobby con forti interessi e agganci al Pentagono lo ha stroncato sul nascere? Ovviamente, sì: guerra, commercio d’armi e paura servono. Anzi, sono l’unica dinamica della crescita. E quale è stato, ad esempio, il trend topic dopo la fine del concerto di Vasco? Bonolis e la sua camicia? No, l’amore batte la paura. Ma, nominandola di continuo in contesti così social, la legittima. E la fa crescere.

Altrimenti, se non avessi paura di finire nella tua personalissima versione del Bataclan o di Manchester, magari ti porresti il problema del fatto che da inizio anno sono oltre 83mila i clandestini arrivati in Italia, contro i poco più di 6mila in Grecia e 4mila in Spagna.

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E al netto della psicosi, è più facile che la tua sicurezza personale sia messa a repentaglio da questo che dall’ipotesi di un pazzo che si lancia con la macchina sulla folla, visto anche da dove arriva la stragrande maggioranza di chi sbarca. E l’operazione in atto è importante, perché le rivolte nei centri di accoglienza a causa del sovraffollamento si stanno susseguendo – pur nel silenzio dei media – in questi giorni e comincia a succedere anche questo:
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meglio stemperare, meglio dare in pasto la camicia di Bonolis, l’inno alla libertà dalla paura di Vasco e l’ansia da kamikaze. Altrimenti, potresti accorgerti di questo,

ovvero che a Parigi, nonostante il sindaco Anne Hidalgo ne neghi l’esistenza stessa, le no-go areas legate all’afflusso indiscriminato e incontrollato di clandestini e immigrati sono talmente un problema reale da aver portato alla nascita di un applicazione ad hoc per smartphone: vuoi evitare rapine, scippi e stupri? Scarica la app per sopravvivere a Parigi. E ho detto Parigi, non Kinshasa. E al netto di questo video,


fresco fresco di giornata, penso che sarà presto disponibile anche la versione per Calais, visto che – complice anche il Brexit – migliaia di risorse sono tornate in quel che resta della “Giungla”, dando sfogo alle loro naturali inclinazioni. Capito perché a Ventimiglia, Macron non fa passare nemmeno l’aria?

E negli USA, il Paese che la guerra permanente al terrorismo l’ha lanciata con grande successo e ora sta facendo di tutto per perpetuarla per un altro decennio, cosa potrebbe scoprire la gente, una volta calata la tensione da attentato? Forse questo,


ovvero lo straordinario modello di società statunitense, talmente basato sul debito che il cittadino medio quando schiatta si lascia alle spalle in media 61.500 dollari di prestiti da onorare? Oppure questo,

il fatto che nel primo trimestre di quest’anno a fungere da salvatore del Pil ci hanno pensato gli acquisti di beni ricreativi? Direte voi, sintomo che la gente ha soldi da spendere, se acquista beni non certamente di prima necessità. E invece no, perché la parte del leone l’hanno fatto proprio i camper e per un motivo molto chiaro: in ossequio al dato del debito, questi acquisti vengono fatti per assicurarsi i cosiddetti RV loans, contratti di credito al consumo che garantiscono lauti guadagni a sempre più aziende e finanziarie del ramo ma che, a loro volto, offrono al cliente un’enorme privilegio.

Riclassificare il camper in cosiddetta “tiny house” di residenza: ovvero, se vado in ripossessione o pignoramento della casa perché non riesco a pagare le rate del mutuo, ho un tetto sulla testa assicurato. E in grado di spostarsi ovunque. Anche perché l’orgia subprime è ripartita a pieno regime negli USA, questa volta non legata agli immobili ma, come vi dico da tempo, alle autovetture: guardate qui, ad esempio,


tipica promozione commerciale di un Paese con economia e salari solidi e in ripresa, vero? Come d’altronde ci testimoniano questi grafici,


i quali ci dicono che proprio in questi giorni e nel silenzio più totale dei media, lo Stato dell’Illinois sta fallendo, letteralmente schiacciato dai debiti legati al programma Madicare di quel genio di Barack Obama. Senza scordare che stiamo parlando di un Paese con un trend demografico simile,

quindi potenzialmente a rischio implosione socio-economica. Soprattutto a fronte di questo,

Shocking Video Exposes Tent City Crisis In Failing California

Pharmaceutical Companies Have Turned Baltimore Into An Opioid Hellhole

un qualcosa che socialmente possiamo chiamare una bomba ad orologeria che si avvia all’ultimo giro di ticchettio. Non penso che quei filmati meritino o necessitino commenti.

E se il gigante della grande distribuzione Wal-Mart è sceso sul piede di guerra, minacciando i camionisti di chiusura del rapporto se consegnano merci anche per Amazon, direi che anche la guerra deflattiva dei prezzi sta per partire negli USA, il tutto con la FED impegnata in un ciclo di rialzo dei tassi e il mercato in bolla totale. Meno male che c’è il terrorismo e la paura perenne, meno male che a giorni la Siria e la sua ultima false flag, preparata da Israele sulle alture del Golan, garantiranno un bel casus belli da giocarsi come un jolly (caso strano, sono tornate le autobombe a Damasco e, in vista della scadenza dell’ultimatum saudita di domani, il Qatar si è detto “pronto ad affrontare le conseguenze).

Meno male che ci sono Vasco e la camicia di Bonolis, simboli viventi del fatto che l’amore batte la paura. Ma non la fa scomparire, anzi. Perché per tranquillizzare occorre che quella partita a due continui, concerto dopo concerto, hashtag dopo hashtag, dichiarazione dopo dichiarazione, controllo dopo controllo ai varchi e agli ingressi. Business dopo business, tutto sulla pelle delle nostri menti, ormai controllate come un televisore dal telecomando.

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