Il benvenuto di Haftar alle navi italiane è nulla: saremo noi il fiammifero che brucia per primo?

Di Mauro Bottarelli , il - 96 commenti


Verrebbe da dire, ve l’avevo detto. Ma non ci voleva certo un profeta per capire che infilarsi nel ginepraio libico come abbiamo fatto noi italiani, avrebbe portato solo rogne. Dopo le minacce generiche sulla sovranità, infatti, il generale Haftar sarebbe passato alle vie di fatto con questo attacco ben più mirato:

bombardate le nave italiane, poiché il loro ingresso in acque libiche si sostanzia come una lesione della nostra sovranità. Il tutto, a poche ore dall’ok di Camera e Senato alla missione e dalla partenza della prima delle due navi militari della nostra Marina verso Tripoli. C’era da aspettarselo. Non tanto per la prima minaccia, quanto per l’intervista rilasciata dal generale Haftar appena rientrato a Tobruk dopo l’incontro di Parigi con Al-Sarraj sotto l’ala diplomatica di Macron: un diluvio di insulti nei confronti del governo di Tripoli e del suo principale esponente. Come dire, ci siamo dati la mano ma in realtà non cambia nulla. Insomma, siamo in Libia su richiesta di Tripoli ma contro la volontà di Tobruk: situazione peggiore non potrebbe esserci.

E al netto dell’incidente dei nostri due pescherecci di Mazara del Vallo proprio a ridosso delle acque libiche (a causa, pare, di motovedette tunisine, non libiche), appare lunare l’ipotesi di un attacco diretto alle nostre navi, non fosse altro per il fatto che questo sarebbe il viatico migliore per un intervento internazionale a tutti gli effetti in Libia. O, forse, Haftar è proprio questo che cerca, avendo alle spalle gli alleati più forti (Egitto, Russia e Francia) e sperando quindi di ottenere risultati senza sparare un colpo ma anzi, al tavolo negoziale? Io non lo escluderei, anche se arrivare a spararci addosso sarebbe davvero un azzardo.

Il nostro governo minimizza i rischi, ritenendo inattendibili le minacce di Tobruk: resta il fatto che, ad oggi, non è arrivata nessuna smentita di quel lancio d’agenzia di Al Arabiya. In cosa siamo andati a infilarci, oltretutto in un momento dell’anno da “rompete le righe” parlamentari per le ferie estive? Interpellato al riguardo, il sottosegretario agli Esteri, Mario Giro, ha sì ridimensionato la portato della minaccia ma ha detto chiaro e tondo che “in questa missione ci sono dei pericoli, come ci sono sempre dei pericoli in Libia”. Per il nostro passato coloniale? O per il ruolo di stabilizzatore che si siamo voluti ritagliare nella guerra divampata contro la Francia, facendo però il passo più lungo della gamba? Insomma, siamo caduti nel trappolone francese e ora ci troviamo con la proverbiale patata bollente in mano?

Temo proprio di sì. Anche perché, quale diavolo di stabilizzazione sul campo vuoi fare con due navi in croce? Oltretutto con regole d’ingaggio quantomeno opache e limitazioni d’intervento palesi. Con tutto il dovuto rispetto istituzionale, dubito che i ministri Pinotti e Alfano siano consci di quanto ci attende realmente: la politica la fa sempre facile, parla di mediazione e cooperazione ma quando ci sono di mezzo le navi di guerra, gli elicotteri e i jet, sarebbe salutare che fossero i generali a prendere le decisioni, non un Parlamento in infradito e costume a bagno che vota a cazzo pur di correre al check-in, come è stato vergognosamente ieri. Non sia mai che un nostro marinaio dovesse rimetterci la vita o anche solo l’incolumità in questi giochi di guerra raffazzonati e dilettanteschi, perché allora avremmo travalicato la cialtroneria istituzionale e sconfineremmo dell’atto doloso di incapacità politica. E che qualcosa di poco chiaro e di molto sotterraneo stia prendendo le mosse dall’affare libico ce lo dimostra questo,

ovvero il richiamo centrale all’intervista con l’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il quale solo ora si sente in dovere di tornare sul criminale attacco alla Libia del 2011 per scaricare tutte le responsabilità su Silvio Berlusconi e il suo esecutivo, negando le pressioni del Colle per accodarsi alla campagna militare voluta da Sarkozy e Cameron. Non merita nemmeno risposta, visto che la realtà dei fatti è nota a tutti e non serve nemmeno scomodare l’ipotesi di uno sgambetto di “Repubblica” e dell’ex presidente al Cavaliere in netta risalita nei sondaggi in vista del voto del prossimo anno.

Qui c’è di più in ballo: c’è che dalla crisi finanziaria in poi, i politici di più alto livello delle principali nazioni hanno giocato su tavoli clandestini rispetto all’ufficialità della politica, hanno risposto ad agende nascoste e non agli ordini del giorno dei meeting internazionali, hanno guardato a interessi particolari (geopolitici ed economici, in primis) e non al bene comune dei cittadini e degli Stati. In Italia ma anche all’estero, sia chiaro: la crisi del 2007-2008 è servita a far guadagnare il banco dell’insegnante alle elites tecnocratiche e mondialiste, fino a allora nascoste nei comitati d’affari, nei consigli di amministrazione delle grandi aziende e nei consessi più o meno trasparenti, dal Bilderberg alla Trilaterale alla Banca Mondiale e così via.

Lo dico perché temo si stia sottovalutando il grado di tensione che sta salendo nel mondo. “Le nuove sanzioni degli Stati Uniti contro la Russia sono una dichiarazione di guerra commerciale. Con la promulgazione della legge si è posto fine alle speranze di un miglioramento delle relazioni con il nuovo governo americano. L’amministrazione Trump ha mostrato così la sua totale impotenza e ha ceduto, nel modo più umiliante, i suoi poteri al Congresso”. Lo ha scritto il premier russo Dmitri Medvédev su Facebook, rigirando poi ancora di più il dito nella piaga: “La casse dirigente ha completamente sconfitto Trump, il quale verrà sottoposto a nuovi attacchi il cui obiettivo è rimuoverlo dal potere. La legge firmata da Trump è molto più dura di quella emessa da Jackson-Vanik, approvata nel 1974, e che aveva ristretto il commercio Usa con l’allora Unione Sovietica. Il regime di sanzioni americane durerà decenni, se non si verificherà un miracolo. Cosa significa questo per noi? Continueremo a lavorare tranquillamente per sviluppare la nostra economia e la sfera sociale contando sulle nostre forze. Abbiamo imparato a farlo in questi ultimi anni”.

Come mai un attacco così duro e diretto da parte di Medvédev, solitamente in seconda, se non terza fila nella diplomazia russa? Forse perché Putin non ha ancora deciso se candidarsi alle elezioni del prossimo anno? O, forse, perché le cose stanno per mettersi davvero male e Putin stesso vuole sapere di chi può e non può fidarsi, categoria quest’ultima di cui Medvédev fa parte quasi da sempre? Comunque sia, un segnale.
Così come la levata di scudi da parte di Superciuk Juncker sempre in fatto di sanzioni alla Russia: il presidente della Commisione UE ha avvertito Washington che Bruxelles è pronta a rispondere “a tono” se, eventualmente, le nuove sanzioni USA contro la Russia dovessero colpire le società energetiche europee: “Visto che il Congresso si è impegnato ad applicare nuove sanzioni solo dopo essersi consultato i Paesi alleati, credo che siamo ancora alleati degli Stati Uniti. Ma se le sanzioni USA dovessero specificatamente colpire le società Ue che fanno affari con la Russia nel settore energetico, l’UE è pronta a rispondere entro pochi giorni, compiendo i passi appropriati”.

Insomma, l’aria si fa pesante. Molto pesante. Era proprio il caso di tramutarci nella prima capocchia di cerino che prenderà fuoco, in caso di escalation, mettendo in acque libiche due navi allo sbaraglio, solo per non aver voluto prendere atto prima di questo,

ovvero del fatto che c’era un’invasione pianificata del nostro Paese, di cui le ONG erano parte integrante? Dovevamo arrivare a questo punto, ovvero diventare la testa d’ariete di un mega-risiko internazionale, il quale ci vede sì impegnati in Libia ma che ha ricaschi ovunque, stante il quadro di alleanza ballerine in atto? Come nel 2011, la politica fa il danno ma poi nasconde la mano. Ci sono voluti sei anni a Giorgio Napolitano per riprendere in mano l’argomento, di fatto mentendo. Dovremo aspettare il 2023 perché i vari Letta, Renzi, Gentiloni e compagnia cantante abbiano la decenza di recitare anche un minimo di mea culpa per aver svenduto del tutto sovranità e sicurezza del Paese? Siamo di fronte a comportamenti da corte marziale ma tutto va come se nulla fosse, il Parlamento è chiuso e si va in ferie: se ne riparlerà in settembre. Ma la Libia non è i cantieri STX: se salta la spoletta della bomba, non c’è tempo di attendere vertici autunnali.

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