Corea? No, Amazon. Perché con i buybacks che calano, la Fantasilandia del QE rischia di sparire

Di Mauro Bottarelli , il - 21 commenti


Dunque, per quattro giorni siamo stati per l’ennesima volta sulla cuspide di un confronto nucleare fra Stati Uniti e Corea del Nord. A guardare i titoli di giornali, l’imminenza del rischio di un confronto atomico era spaventosa: il regime di PyongYang pareva pronto a dare corso alla sua ultima minaccia, colpire entro Ferragosto con quattro missili balistici l’isola di Guam, sede di una base militare statunitense. Donald Trump fu chiaro da subito: quell’atto, se compiuto, avrebbe significato guerra. Di più, “fuoco e furia” come mai in precedenza. Bene, Ferragosto è passato e nulla è accaduto: Kim Jong-un è stato chiaro con i suoi, state pronti all’attacco ma prima aspettiamo la prossima mossa degli yankees. Ed ecco la risposta di Trump, fresca fresca:


non mi pare il tweet di uno cui avevano minacciato il taglio dell’allacciamento del gas e che ora fa il gradasso perché il fornello di casa conferma il contrario. Non è che la Corea del Nord avesse parlato di sanzioni ma del lancio di razzi: ovviamente, la risposta del presidente USA non può che essere quella di definire di buon senso la scelta del suo antagonista. Una bella pacca sulla spalla via social, visto che è stata evitata la Terza Guerra Mondiale. Sembra un dialogo virtuale fra deficienti. E temo che lo sia. Meglio così, comunque.

Resta un fatto: agli USA serve mantenere alta la pressione bellica. In Corea del Nord come in Venezuela. Ora, poi, ci si è messo anche l’Iran a offrire una sponda con la sua minaccia di riattivare il programma nucleare, se non cesseranno le sanzioni: tutto grasso che cola. Per cosa, direte voi? Retorica? Propaganda? Per questo:

ovvero, da un lato il calo del 20% dei buybacks azionari, ovvero della voce che ha letteralmente mantenuto in piedi quasi da sola Wall Street e i suoi continui record e dell’altro il fatto che quelle performance siano state garantite pressoché da un unico compratore. Il settore corporate USA, fin dai minimi di mercato. Direte voi, sai che scoperta! Vero, chi voleva saperlo lo sa da settimane, gli altri hanno preferito tenere la testa sotto la sabbia e fingere che fosse la mitologica “ripresa globale” a spingere gli ordini e non le Banche centrali con le loro politiche di acquisto onnivoro. Ora però, il redde rationem pare arrivato davvero: la FED sta alzando i tassi, bulffando e attende che siano altri attori – vedi Bank of Japan e BCE – a tenere in piedi il carrozzone per un po’, almeno fino a quando una bella emergenza – vedi appunto una guerra credibile – non garantisca a Janet Yellen un pretesto per innescare la retromarcia senza perderci troppo la faccia di fronte a mercati e contribuenti. Ed ecco che oggi pomeriggio, Donald Trump spara questo tweet:


un attacco frontale contro Amazon, accusata di creare grave danno al comparto retail USA, composto da bravi imprenditori che pagano le tasse. Jeff Bezos non le paga, forse? Chiaramente il retrogusto politico si sente, essendo il numero uno dei gigante del commercio on-line anche editore di quel “Washington Post” che sul caso Russiagate sta picchiando duro sulla Casa Bianca ma soltanto la settimana scorsa, il numero uno del Pentagono, James Mattis, erano andato a fare visita al quartier generale di Amazon, mostrandosene entusiasta e permettendo la pubblicazione su Twitter di una sua foto proprio con Bezos? Ennesimo scazzo interno fra Donald Trump e Deep State? No, stavolta è diverso. Perché a fronte del rischio che il sufflè dei mercati in continua crescita, vera ossessione e mantra social di Trump, si smonti a causa di mancanza di liquidità da parte delle aziende che li hanno reso possibili con i buybacks garantiti dai tassi a zero della FED, il presidente ha trovato un nuovo capro espiatorio da attaccare.

Vero? Falso? Amazon sta davvero ammazzando il commercio retail in un’economia che vede il suo Pil dipendere ancora al 70% dai consumi personali? Questi grafici






paiono davvero parlare questa lingua, soprattutto nella prospettiva di medio termine dei prossimi 2,3 anni. E poi c’è questo,

ovvero l’impatto di Amazon e del commercio on-line sul dato inflattivo del Giappone, talmente pesante da aver portato al conio della definizione di “Amazon effect” e capace di sballare non poco le previsione della Bank of Japan riguardo al raggiungimento dell’obiettivo del 2% di inflazione attraverso l’Abenomics, bersaglio recentemente spostato dal marzo dell’anno prossimo a quello del 2019, senza che il mercato – drogato com’è – facesse un plissè al riguardo. Ma l’effetto è tracimato e il contagio, seppure con effetto minore, è effettivo già ora nell’economia USA, visto che questo grafico

ci mostra come da inizio anno le bancarotte legate al ramo retail siano salite del 110%, un qualcosa che fa capo a circa 6 miliardi di dollari di debiti. Non vi pare un’emergenza un pochino più imminente e seria dei missili di Kim Jong-un? Oltretutto, a fronte di questa notizia, rilanciata oggi pomeriggio da La Presse: “Il presidente della Bce, Mario Draghi, non lancerà nuovi messaggi legati alla politica monetaria dell’istituto durante il suo intervento a simposio di Jackson Hole organizzato dalla Federal Reserve di Kansas City. Lo riferiscono due fonti vicine alla situazione, smorzando le attese per una dichiarazione che apra la strada a una riduzione dello stimolo monetario. Un portavoce della Banca centrale europea ha spiegato che nel suo discorso, programmato per il 25 agosto, Draghi si concentrerà sul tema del simposio, Promuovere un’economia globale dinamica”.

Come dire, con l’euro troppo forte e che solo grazie all’allarme coreano è sceso sotto 1,18, col cazzo che mi prendo io la responsabilità di direzionare i mercati. Ma, soprattutto, il vero, grande guaio: non solo la BCE non sa come gestire il tapering che tutti si attendono, almeno a livello di annuncio ma parlare a Jackson Hole – dicendo la verità – avrebbe significato ammettere davanti al mondo che il Re è nudo. Ovvero, che il QE deve andare avanti, altrimenti crolla tutto. Record degli indici USA compresi, con enorme scorno per Trump e la sua narrativa economica, anche alla luce di questi due nuovi record, di cui però il presidente parla meno nei suoi tweets.


La guerra e la sua minaccia sono ottime cortine fumogene per coprire singoli cali degli indici e outflows ma qui il problema è strutturale, non bastano le i timori del “day after” o le pagliacciate tipo Guam. Occorre agire, perché la Fantasilandia dei tassi a zero che ha mantenuto in vita finora il casinò sta sparendo e tramutandosi in un orrendo villaggio vacanze sulla cima di un vulcano. A quel punto vale tutto, anche attaccare Amazon. Sbaglierò ma stiamo avvicinandoci al punto di non ritorno: o si stampa o si spara. Non ci sono alternative.

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