L’ambasciatore in Egitto e la messa in saldo della residua dignità. Si scrive Regeni, si legge migranti

Di Mauro Bottarelli , il - 90 commenti


Premesso che lo scandalo vero fu ritirare l’ambasciatore in Egitto, non la decisione di rimandarcelo ora, c’è modo e modo di applicare la sacrosanta ragion di Stato. Perché anche la forma, a volte, ha la sua bella importanza e non ci si può lamentare se, come sta accadendo in queste ore, i genitori di Giulio Regeni siano su tutte le furie con il governo. Perché nemmeno un bambino di 3 anni con notevoli deficit di apprendimento e sedato potrebbe credere alla versione ufficiale dell’accaduto. Basta guardare i tempi. Ieri alle 18.12 l’ANSA rilanciava quanto segue: “Nuovo passo avanti sul caso di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso in Egitto lo scorso anno. La procura del Cairo ha trasmesso oggi a quella di Roma gli atti relativi ad un nuovo interrogatorio cui sono stati sottoposti i poliziotti che hanno avuto un ruolo negli accertamenti sulla morte del giovane. Interrogatori che erano stati sollecitati proprio da piazzale Clodio. La consegna viene considerata un passo avanti nella collaborazione tra le due procure, come viene sottolineato in una nota congiunta firmata da Giuseppe Pignatone e Nabil Ahmed Sadek”.

Cinque minuti dopo, alle 18.17, il secondo lancio: “Durante un colloquio telefonico con il procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, il procuratore generale della Repubblica Araba d’Egitto, Nabil Ahmed Sadek, ha spiegato che – come già annunciato nel maggio scorso – è stata affidata ad una società esterna l’attività di recupero dei video della metropolitana. Attività che prenderà il via a settembre con una riunione tra l’azienda e la procura egiziana, alla quale sono stati invitati anche gli inquirenti italiani”. Ed ecco che alle 18.33, esce questo: (ANSA) ++ Alfano, ambasciatore Cantini torna al Cairo ++ “Alla luce sviluppi positivi caso Regeni”. Seguito, alle 18.38, dal comunicato ufficiale della Farnesina: “Alla luce degli sviluppi registrati nel settore della cooperazione tra gli organi inquirenti di Italia ed Egitto sull’omicidio di Giulio Regeni, di cui fa stato il comunicato congiunto emesso oggi dalla Procura della Repubblica di Roma e dalla Procura Generale de Il Cairo, il Governo italiano ha deciso di inviare l’Ambasciatore Giampaolo Cantini nella capitale egiziana, dopo che – l’8 aprile 2016 – l’allora Capo Missione Maurizio Massari venne richiamato a Roma per consultazioni”.
Insomma, quella che ci è stata venduta come una delle peggiori crisi diplomatiche da decenni, è stata risolta fra le 18.12 e le 18.38. Della vigilia di Ferragosto. Quantomeno sospetto, non vi pare? Da quanto tempo, ammesso e non concesso che esistano, le carte egiziane sono in mano agli inquirenti italiani? Da quanto era deciso il ritorno del nostro ambasciatore al Cairo e relativo comunicato? E poi, cosa ci sarà mai stato scritto nelle carte egiziane, nomi e cognomi di esecutori e mandanti? Ufficialmente, si fa riferimento solo a “sviluppi”, a un incontro che si terrà in settembre e a una consulenza esterna sui video della metropolitana che ricorda il ripescaggio dei resti del DC-9 di Ustica: comunque sia, nulla di così urgente o risolutore da spiegare uno sblocco così netto di un’impasse diplomatica durata mesi e mesi.

Non prendiamoci per il culo, è una pantomima tutta legata all’emergenza libica. E un’operazione gestita in prima persona da Marco Minniti con la benedizione del Quirinale: perché allora Gentiloni e Alfano, come dignità vorrebbe almeno nei confronti dei signori Regeni, non si fanno da parte? Il primo era a spacciare promesse ad Amatrice e il secondo a decidere come vendersi al miglior offerente per il voto siciliano di novembre, infatti, mentre a Roma veniva sancita una delle più colossali sconfessioni della nostra politica estera di sempre: la scelta – sarebbe interessante scoprire fatta da chi – di schierarsi acriticamente con al-Sarraj i Libia ci ha portato a dover accettare una delle peggiori pantomime della storia, fatta non a caso come il blitz di Amato sui conti correnti: alla vigilia di Ferragosto, con il Paese a mostrar le chiappe chiare e i media in servizio dimezzato. Un governo serio, ovvero l’antitesi di quello in carica, si sarebbe dovuto dimettere un minuto dopo l’annuncio del ritorno dell’ambasciatore al Cairo, invece di perpetuare la politica delle balle nei confronti della verità sulla fine di Giulio Regeni.

Se la si volesse davvero, si farebbe pressione su Cambridge, non sul Cairo ma a quanto pare l’MI6 deve aver già messo in chiaro che la questione è chiusa. Di fatto, l’esecutivo vede Marco Minniti con l’interim alla presidenza e agli Esteri: la questione libica, infatti, è stata gestita interamente da lui. Nel bene e nel male. E i segnali si sono visti chiaramente negli ultimi quattro giorni: prima lo stop totale agli sbarchi, poi l’abbandono del Mediterraneo da parte di Medici senza frontiere e altre ONG ribelli al codice del Viminale e, infine, l’intervista del generale Haftar che trattava l’Italia come una colonia di cialtroni ribelli, cui però dare solo un buffetto: tranquilli, non vi bombardiamo ma – ora – le regole le detto io. In primis, un bel freno agli investimenti italiani in Libia fino a quando non troviamo un bell’accordo di massima. Il Burkina Faso ha più dignità nelle trattative.

Il problema è che di tutta questa faccenda, nell’opinione pubblica, passerà soltanto un po’ di rumore di fondo relativo al caso Regeni, la gravità enorme del dato politico godrà dell’immunità ferragostana: andiamo con il cappello in mano da Al-Sisi per sperare nei suoi buoni uffici nei confronti di Haftar. Punto. Parliamoci chiaro: appena la Guardia costiera libica ha cominciato a fare il suo lavoro, il numero degli sbarchi è andato a zero. E, soprattutto, mentre qui ci trastullavamo i coglioni con le condizioni di intervento delle ONG e il prete amico della Boldrini, i libici decidevano di chiudere le loro acque ai volontari e per farlo non hanno aperto un tavolo di confronto al ministero.

Hanno aperto il fuoco in acqua, come a dire che la musica era cambiata. Detto fatto, gli eroi dei salvataggi, quelli per cui una vita nel Mediterraneo equivale all’intera umanità, hanno cambiato idea e sono tornati con il culo al caldo a fare salvataggi d’ufficio. Insomma, la Libia ci ha risolto il problema migranti, dopo averlo fomentato per mesi: credete che Haftar lo abbia fatto gratis, in segno di amicizia? No di certo ma, tranquilli, quale sarà stato il prezzo di questa operazione alla Erdogan – con tanto di umiliazione pubblica – lo scopriremo quando l’assegno sarà già stato staccato. Come per i derivati di Stato coperti da segreto.

E vogliamo parlare dell’UE? Nelle stesse ore in cui a Roma andava in onda la pantomima Regeni-ambasciatore, ecco che Bruxelles apriva alle richieste italiane: se sarà necessario, il programma Triton verrà rivisto già con riunioni operative dal 21 agosto prossimo. Insomma, dopo averci preso a schiaffi in almeno quattro meeting ufficiali a luglio, ecco che Bruxelles – a stagione degli sbarchi ormai in via di diminuzione drastica – decide che l’Italia merita degli aiuti: ma ci stanno prendendo vagamente per il culo, forse? E poi, casualmente, ecco che gli scafisti hanno scoperto la rotta spagnola, quasi fossero dei moderni Cristoforo Colombo che sono andati a sbattere per sbaglio contro l’America. Ma attenzione, si parla di Triton, ovvero di interventi in mezzo al mare, non di ricollocamenti: quindi, l’Europa ci viene incontro quando non serve più a un cazzo ma non si azzarda a mettere becco su chi è già in Italia e vorrebbe, ad esempio, passare nella Francia del democratico Emmanuel Macron.

Che dite, anche l’UE si sarà limitata alla gioia del prenderci per il culo per l’ennesima volta o questo cambio di attitudine tutto formale – ma che il governo venderà come un suo grande successo di politica estera in vista delle elezioni del 2018 – porterà con sè un prezzo da pagare? A cosa siamo ridotti, a uno staterello sudamericano da film di Woody Allen? E, soprattutto, quanto è bassa la considerazione che governo e Procura di Roma, forse in cerca di un antidoto mediatico alla batosta su Mafia Capitale, hanno dell’opinione pubblica per permettersi di dar vita a un’operazione degna di un film di Totò come questa? Nemmeno più la decenza della dissimulazione e del sospetto, ormai le prese in giro di Stato vengono vendute per ciò che sono con addirittura una sorta di segnalazione al neon sopra: attenzione, pantomima in atto.

Per questo, al netto delle necessità di trovare la verità dove va cercata, stavolta comprendo e condivido in pieno l’indignazione dei genitori di Giulio Regeni, i quali al peso della perdita in modo così atroce di un figlio, devono ora unire anche la presa in giro di un governo di dilettanti allo sbaraglio che utilizza le spoglie di un morto per porre rimedio a una politica estera da partita di Risiko giocata fra ubriachi. Siamo allo sbando totale e, ora, in mano a gente come il generale Haftar, protetto di quell’Egitto che tornerà ad aver un ambasciatore italiano in loco, il quale a detta di Gentiloni “contribuirà alla ricerca della verità sulla fine di Giulio”. Quando avete finito, chiamate anche Federica Sciarelli per ottenere informazioni riguardo la dignità nazionale e politica di questo Paese.

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