Nuova campagna siriana per ONU e Amnesty ma la pace Qatar-Iran dice che qualcosa è cambiato

Di Mauro Bottarelli , il - 32 commenti


Della Siria, si sa, non frega più un cazzo a nessuno. Sparita dai tg, sparita dalle intemerate di sedicenti giornalisti e intellettuali. Se la gioca a livello di interesse generale con lo Yemen, quindi siamo alle soglie del feticismo estremo. D’altronde, quando la tua narrativa perde colpi di fronte all’avanzare della realtà, ci sono due alternative: alzare la posta della scommessa o abbandonare il tavolo da gioco. La mordacchia mediatica è la versione moderna e vigliacca della seconda ipotesi. Il problema è che la Siria è sparita solo dai tg ma non dallo scacchiere di riposizionamento internazionale degli equilibri geopolitici.

L’altro giorno vi ho parlato della minaccia nemmeno troppo velata avanzata da Benjamin Netanyahu nel suo incontro a Sochi con il gran cerimoniere del risiko siriano, Vladimir Putin: l’Iran sta guadagnando troppa influenza nell’area, o si ferma o interverremmo per tutelare i nostri interessi e la nostra sicurezza. Nulla di nuovo, stante anche le scappatelle sul Golan dell’esercito di Tel Aviv, un segnale chiaro. Oggi, però, è accaduto qualcosa di strano, una delle tante coincidenze che attanagliano la mia vita. Parlando a un forum militare vicino a Mosca, il generale russo Igor Korobov ha fatto il punto sulla situazione: “In Siria ci sono oltre 9mila terroristi dell’Isis e oltre 15mila qaedisti del gruppo Jabhat al Nusra. I miliziani dell’Isis sono adesso concentrati principalmente nella parte centrale del Paese e nelle aree orientali della repubblica che confinano con l’Iraq, soprattutto lungo il fiume Eufrate”.

E ancora: “L’esercito siriano e le unità della milizia col sostegno delle forze aeree russe stanno avanzando rapidamente verso le postazioni dell’Isis a Deir-ez-Zor da tre direzioni: terminare l’assedio della città significa eliminare le unità più abili al combattimento del gruppo terroristico Isis in territorio siriano”. Inoltre, “le forze aeree russe hanno compiuto 28mila missioni di combattimento e 90mila incursioni in Siria dall’inizio dell’operazione nel settembre del 2015. Il territorio controllato dalle forze governative in Siria è aumentato di più di quattro volte, da 19mila a 78mila chilometri quadrati, dall’inizio dell’operazione delle forze aeree russe nel settembre del 2015”. Per finire, “sono oltre 8mila i terroristi uccisi in Siria negli ultimi tre mesi”, ha dichiarato il generale Serghiei Surovikin, comandante delle forze russe in Siria, sempre parlando al forum militare. A detta di Surovikin, inoltre, solo negli ultimi tre giorni “i piloti russi hanno compiuto 160 missioni di combattimento e hanno distrutto 415 strutture dei terroristi”. Insomma, fatti, non pugnette.

Una realtà sgradevole da rendere nota con troppa enfasi, per qualcuno. E, infatti, silenzio stampa pressoché totale, soprattutto perché l’aria è ancora satura dell’allarmismo per la false flag di Barcellona e la gente potrebbe associare la parola Isis alla sforzo militare russo, quindi vanificare almeno due anni di propaganda anti-Assad e anti-Cremlino. Oltretutto, mentre negli USA sta prendendo corpo l’ultimo capitolo della farsa chiamata “Russiagate”. Chi invece ha avuto molto risalto, in pressoché contemporanea con le notizie in arrivo da Mosca, è stato il rapporto di Amnesty International riguardo la situazione umanitaria a Raqqa, nel quale si denuncia – tra l’altro – l’uso di abitanti come scudi umani dall’Isis nella lotta per la riconquista della città.


E cosa ha fatto immediatamente l’ONU? Ha chiesto una tregua umanitaria! Tu guarda la tempistica: quando i russi, che combattono sul campo, ti dicono che è il momento di non mollare e di schiacciare la testa del serpente una volta per tutte, le Nazioni Unite si svegliano dal loro torpore è chiedono una pausa. E cosa dice Amnesty? “Le parti in conflitto devono dare priorità alla protezione dei civili dalle ostilità creando vie sicure di fuga dal fronte di guerra”. Proprio adesso, tu guarda le combinazioni. Nel suo rapporto, Amnesty presenta le denunce dei sopravvissuti che “hanno raccontato la loro dura quotidianità, minata da trappole esplosive e cecchini dell’Isis pronti a colpire chiunque cerchi di fuggire dalla città”. Ma la minaccia non è solo quella dei miliziani, ricorda Amnesty, che precisa come “le vite dei civili siano costantemente messe a rischio dai bombardamenti, di terra e aerei, di chi attacca Raqqa: sia la coalizione a guida Usa che sostiene il gruppo armato siriano delle forze democratiche (Sdf), sia quella composta dalle forze governative siriane appoggiata dalla Russia. Queste ultime bombardano i villaggi anche con bombe a grappolo vietate dal diritto internazionale”.

Evviva, finiti gli ospedali pediatrici di Aleppo di Lucia Goracci, ecco le bombe a grappolo russe a RAQQA di Amnesty! Quelle al fosforo bianco usate dagli USA, invece, vanno benissimo, non vìolano nessun trattato. E, come di dicevo, in perfetta (e un po’ sospetta) concomitanza con la pubblicazione del rapporto di Amnesty International, le Nazioni Unite hanno chiesto una pausa umanitaria nei combattimenti a Raqqa, per consentire alla popolazione civile di lasciare la città. L’appello dell’ONU è stato lanciato a Ginevra da Jan Egeland, consigliere per gli Affari umanitari in Siria, il quale ha affermato che è necessario fare “tutto il possibile per permettere ai civili di fuggire da Raqqa, in particolare quelli che cercano di attraversare l’Eufrate. Le barche sul fiume non devono essere attaccate”. Casualmente, proprio la zone dove si sono rintanati gli infami tagliagole dell’Isis: ma guarda un po’, le combinazioni nelle combinazioni.

Ma non basta, l’ONU è veramente instancabile in questa fine di agosto. E il motivo del contendere è sempre la Siria ma in maniera più indiretta: ovvero, la guerra proxy contro l’interventismo iraniano nell’area, lo stesso denunciato da Netanyahu a Putin l’altro giorno. Sempre oggi, infatti, una protesta ufficiale è stata presentata dalla missione iraniana alle Nazioni Unite contro “la pressione degli Stati Uniti sugli organi internazionali per quanto riguarda l’accordo sul nucleare”. La presa di posizione è seguita a un incontro a Vienna, tenutosi due giorni fa, tra l’ambasciatore statunitense all’ONU, la neo-con Nikki Haley e il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Yukiya Arano. Stando alla denuncia di Teheran, “la visita a Vienna dell’ambasciatore americano all’Onu è stata finalizzata a fare pressione sull’Aiea per quanto riguarda il programma nucleare iraniano, in linea con le misure unilaterali adottate da Washington in contrasto con le organizzazioni internazionali”.

Come mai questa fregola anti-iraniana del duo USA-Israele? Forse, può darci una risposta il fatto che – con mossa geopolitica senza precedenti – il tanto giubilato Qatar, messo in quarantena dagli altri Stati del Golfo per il suo presunto finanziamento a gruppi terroristici – fra cui Hamas – stamattina ha annunciato attraverso il suo ministro degli Esteri “l’aspirazione nel rafforzare le relaazioni bilaterali con l’Iran in tutti i campi” e il ritorno del suo ambasciatore a Teheran, dopo la rottura delle relazioni diplomatiche incorsa nel 2016.

Insomma, un Paese sunnita del Golfo intende non solo rafforzare al massimo le relazioni bilaterali con il Grande Satana scita – con cui ha già un’importante rapporto di collaborazione in campo energetico – ma, cosa ancora più importante, ha di fatto svelato il bluff degli altri Paesi dell’area, sauditi in testa. Al netto delle 10 richieste avanzate in giugno – a cui il Qatar ha sempre risposto picche – questo grafico

ci mostra plasticamente chi stia vincendo e chi no all’interno del Consiglio per la Cooperazione del Golfo. Questa mossa del Qatar meriterebbe l’apertura delle prime pagine domani: grasso che cola se finirà in una breve nell’ultima pagina degli esteri.

Insomma, l’Iran è l’epicentro geopolitico del mondo. E, soprattutto, delle paranoie di Israele e USA. Anche perché, sempre stamattina, Teheran ha sparato un siluro diplomatico non da poco, schierandosi apertamente con il Pakistan nella disputa con Washington sulla questione del terrorismo in Afghanistan: “Gli Stati Uniti devono smettere di interferire negli affari dei Paesi della regione e prendere decisioni per loro”, ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Bahram Qasemi. E ancora: “Quello di cui gli Stati Uniti oggi accusano altri Paesi è il risultato delle politiche sbagliate e malintenzionate di Washington nella regione, in particolare in Afghanistan. Le strategie opportunistiche, le politiche unilaterali e le interferenze sbagliate non hanno dato altro risultato se non quello di sviluppare il caos, la crescita del terrorismo e dell’estremismo nella regione”.

Guarda caso, oggi a Kabul è stata attaccata da un commando armato una moschea frequentata da sciiti e l’azione è stata rivendicata prontamente dall’Isis. E’ in atto un enorme, grandioso e pericolosissimo risiko geopolitico sotterraneo, di cui la stampa mainstream non vi offre alcun resoconto, né analisi. Qualcosa di grosso sta per accadere, lo si sente nell’aria, come quando il vento assume quel profumo tipico dell’arrivo della neve. Lunedì, poi, Vladimir Putin sarà a Budapest, ospite ufficiale di Viktor Orban per l’inaugurazione di un torneo internazionale di judo: chissà che, nel silenzioso trambusto generale dei giochi di potere ed equilibri internazionali, qualcosa smuova anche l’Europa. Passando per Visegrad. Che alla Polonia del parossismo filo-NATO questo piaccia o meno.

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