ONG ipocrite? Normale, se occorre il vip per poter parlare di legittima difesa senza scomodare Hitler

Di Mauro Bottarelli , il - 132 commenti


Tre prime pagine praticamente fotocopia, giusto qualche minima differenza nell’uso delle parole ma il concetto è lo stesso e lo vedete chiaro e tondo qui:



le ONG se ne fregano bellamente del nuovo codice di intervento e operatività del ministero dell’Interno. Hanno firmato solo in tre su nove, le altre o hanno detto di no o sono così rispettose del ruolo istituzionale del Viminale da non essersi nemmeno presentate alla riunione di ieri pomeriggio. Ecco a voi, nella sua forma migliore, uno spaccato di cosa è l’Italia: l’anarchia totale, ognuno fa il cazzo che vuole e lo Stato muto a subire e farsi umiliare da quattro taxisti del mare che andrebbero rivoltati come calzini, in primis sui finanziamenti, altro che coccolarli e chiedergli per favore di sedersi a un tavolo a trattare.

Se poi guardiamo alle motivazioni che hanno portato a questa rottura, viene da ridere. Medici senza frontiere, la ONG più grande tra quelle che hanno rifiutato il patto con il governo, ha motivato così la sua decisione: in tutte le nostre strutture è vietato l’ingresso delle armi, quindi – essendo per noi le navi parificate a un ospedale – non possiamo accettare che a bordo ci siano agenti di polizia armati. Estremamente coerenti in punta di regolamento interno, ancorché sarebbe salutare che qualcuno spiegasse ai responsabili di MSF che c’è una bella differenza tra una struttura medica in Gambia, dove possono entrare miliziani armati e fare una strage o prendere degli ostaggi e degli agenti della polizia di Stato che vigilano – tutelandole – sulle operazioni in atto.

Perché, ad occhio, altrimenti un pochino di odore di coda di paglia si sente nell’aria. Ma tant’è, se una corazzata dell’industria solidaristica come MSF ha detto no è perché sa che, tra pochi giorni, sarà il governo stesso a chiederle per favore di tornare al tavolo, vedendo eliminata dal codice la norma sulla presenza della polizia giudiziaria. Perché? Semplice, perché la nostra missione in Libia non è nemmeno iniziata e già è finita nel vicolo cieco di cui vi parlavo pochi giorni fa: il Comitato nazionale libico, organismo per la difesa e sicurezza del parlamento di Tobruk non più riconosciuto dall’Onu, stamattina ha infatti emesso un duro comunicato contro la presenza italiana.

L’invio di una miniflotta militare nelle acque di fronte a Tripoli per fermare i barconi viene definito “un pretesto” per interferire negli affari interni della Libia: stando agli uomini di Haftar, si tratta di “un flagrante intervento militare in combutta con il consiglio di presidenza incostituzionale e illegale”, come viene definito il governo di Fayez al Serraj a Tripoli, appoggiato dalla comunità internazionale a cominciare dall’Italia. Evviva, ci siamo messi in culo anche l’uomo sostenuto da Egitto e Russia: siamo dei geni! Capito perché MSF non ha firmato e punta alla vittoria su tutto il fronte? Perché lo Stato non esiste e quel poco che c’è ancora, fa ridere.

Ma, al di là del fatto che le ONG avessero per la gran parte già annunciato il loro diniego, io ero comunque certo che sarebbe andata a finire così. E la conferma è arrivata sempre ieri da un caso di cronaca. Lo scrittore-scultore-alpinista Mauro Corona ha infatti subito un atto vandalico nella notte tra sabato e domenica nella sua casa di Erto, in provincia di Pordenone: tre ragazzotti, pare alterati da alcool e forse droga, hanno preso una statua dello scultore posta all’ingresso della sua abitazione e l’hanno usata come ariete per sfondare una porta-vetrata. Corona dormiva nel locale attiguo, ha sentito fin dall’inizio le voci e i rumori e, quando il vetro è crollato, ha preso un’accetta e ha inseguito i tre: “Ero a piedi nudi e non sono riuscito a raggiungerli, altrimenti ci sarebbero stati tre morti. Ringrazio Sant’Antonio che sia andata così perché li avrei macellati senza pietà”, le sue parole in un’intervista apparsa ieri su “Il Gazzettino”.

Lapidato su tutti i giornali e in tutti i talk-show? Interpellanze parlamentari per farlo rinchiudere? Interrogazioni urgenti per istigazione all’odio e alla giustizia fai da te? Richiesta di boicottaggio dei suoi libri? Bando totale dalla cosiddetta società civile ed esposizione al pubblico ludibrio, come capita a chi osa parlare di difesa che è sempre legittima? No, anzi. Grande palcoscenico su tutti i canali, interviste per giornali e radio, dibattiti in punta di emotività e giustificazionismo del momento: insomma, se sei vip e di sinistra – come si definisce apertamente Mauro Corona – puoi permetterti di dire che volevi macellare con un’accetta chi ha compiuto un atto vandalico nottetempo a casa tua, senza che per forza debbano essere scomodati – come accade sempre nel caso di tabaccai o benzinai che hanno sparato per difendersi – Hitler, le SS, i campi di concentramento e il Terzo Reich. Anche perché il buon Corona è furbo e in una trasmissione serale condotta dal recordmen di chiusure anticipate di avventure editoriali e da chi ha definito Sergio Ramelli “un terrorista”, quindi una fogna mediatica, ha subito corretto il tiro, definendosi ancora una volta di sinistra e pronto, in caso incontrasse i tre vandali, a offrire loro una birra, essendo ora passata l’ondata emotiva che lo avevo portato a fare e dire quanto finito sui giornali il giorno prima.

Insomma, diciamo due cose. Primo, dopo averlo sentito parlare, ho la certezza che Mauro Corona, di cui non ho mai letto una riga e di cui non leggerò mai una riga, abbia un ghost-writer, perché dubito che il suo editore manderebbe in libreria qualcosa vergato di suo pugno da quell’uomo, il cui rapporto con la consecutio temporum è pari al mio con la Boldrini. Secondo, la pantomima mediatica è stata perfetta: l’uomo di sinistra che entra nei panni del cittadino qualunque e ne rivendica la voglia di giustizia, anche estrema. Sembra fatto apposta per rimettere mano alla legge sulla legittima difesa in chiave blairiana, quanto di fatto avrebbe voluto fare Matteo Renzi ma che i soliti quattro sinistrorsi con cui deve fare i conti hanno affossato perché “fascista” e bla, bla, bla. La legge voluta da Tony Blair, infatti, era molto statunitense: entri in casa mia? Posso difendermi, come e quanto mi pare, ho sempre e comunque ragione.

Un po’ la versione riformista d’Oltremanica del “entri in piedi, esci sdraiato” di Matteo Salvini, il quale però è additato di emulazione dell’ispettore Callaghan non appena apre bocca sull’argomento. Corona offrirebbe una birra ai vandali, visto che a mente fredda l’emotività lascia il posto al raziocinio progressista? Bel genio, se io fossi in lui e dovessi trovarli il giorno dopo, li scasserei di mazzate con ancora più gusto, visto che avranno perso la carica aggressiva data dal coraggio artificiale di alcool e droga e, soprattutto, si sentiranno certi di averla fatta franca: una lezione la meritano, altrimenti le parole di Mauro Corona sono chiacchiere al vento. Per fare audience. E sdoganare a sinistra ciò che è solo buonsenso ma che, per presupposto ideologico, viene bollato di fascismo.

E a farci capire che in certi salotti, forse, hanno capito che l’aria sta cambiando e che si rischiano veramente batoste clamorose – di vendite, ascolti ed elettorali – è lo strano dibattito aperto ieri dal “Corriere della Sera” sul caso della 16enne genovese morta per una dose di MDMA gentilmente passatale dal fidanzato, ora in galera insieme al pusher. Lo dico per due motivi. Normalmente, le morti da sballo tra i giovanissimi – a meno di risvolti cronachisti accessori particolarmente ghiotti – finiscono in breve e durano un giorno, come gli incidenti stradali e i danni della grandine. In questo caso, invece, il martellamento mediatico è stato molto forte, così come la presa di posizione della famiglia nel chiedere riserbo d’ora in poi. A chi fa il mio mestiere, balza al naso subito una mosca: deve essere una famiglia della Genova bene, con la quale si scherza ma fino a un certo punto. Se fosse stato il figlio di un operaio morto durante un rave, una prece e tanti saluti.

Secondo e consequenziale a questo, ecco che ieri Antonio Polito, mio direttore per qualche anno e persona perbene, scrive in prima pagina una sorta di mea culpa generazionale, un atto di accusa verso quei genitori post-sessantottini che hanno concesso troppo margine di dialogo e tolleranza alla cultura dello sballo per i loro figli. Oggi, poi, sempre il “Corriere” spadella una sorta di inchiesta sotto copertura con un grande trafficante, il quale dice che Milano è il paradiso per i suoi affari e che lui la droga la vende anche ai nostri figli. Nostri di chi? Ma della borghesia illuminata di cui il “Corriere” è faro da sempre, quella che manda i figli al Parini, che vota Pisapia e Sala, che li fa viaggiare, che li vizia, che perdona il fatto che si facciano le canne (“Tanto ce le facevamo anche noi negli anni Settanta, ascoltando Dylan”), che ha sempre una scusa per difenderli, che – soprattutto – da quei figli viene preso a sputi in faccia, perché si raccoglie sempre ciò che si semina.

Volete dirmi che siamo arrivati al redde rationem con quel cancro epocale che risponde al nome di Sessantotto? Volete dirmi che quando termini come “galera”, “overdose”, “spaccio”, “questura” varcano i portoni in legno luccicante del centro storico, allora anche i liberal cominciano a pensare che qualche regola in più non farebbe male, al netto della generazione di barbari contemplata fra i 13 e i 25 anni? Forse il “vietato vietare” vi è tornato in culo, cari i miei sessantottini e movimentisti? Forse vi rendere conto, adesso, che la vostra idea di società, così spendibile in tv e suoi giornali, ha prodotto mostri e degrado, ha prodotto la gioventù di merda con cui dobbiamo fare i conti?

Avete capito, finalmente, dove potete infilarvi la “generazione Erasmus”, ovvero nullafacenti smidollati con alta propensione a bere, drogarsi e delinquere? Alla buon’ora, magari si potrà cominciare a ragionare. Resta il fatto che ci vogliono i derubati vip e le morti per droga borghesi per farvi venire il brividino al culo, proprio voi che parlate a nome del “popolo”. Date retta a me, ancora qualche anno di degrado, di famiglie a pezzi o con genitori arcobaleno, ancora un po’ di deregulation sociale e anti-proibizionismo e so che vi ritroverò al mio fianco nel richiedere l’unica soluzione a molti mali: la cura Rodrigo Duterte. Vi aspetto.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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