Presto le ONG saranno colpevoli anche per Ustica. Ma che strano silenzio dell’UE sul caso Libia-Italia

Di Mauro Bottarelli , il - Replica


Ormai siamo alla pantomima. Ma tragica, non tragicomica. Di colpo abbiamo scoperto che le ONG che operano da anni nel Mediterraneo non sono quegli specchiati esempi di virtù che giornali come “Repubblica” ci hanno spacciato fino a ieri. Certo, il gioco delle parti deve continuare e vi spiegherò dopo perché, almeno a mio avviso, quindi è normale che oggi la lettura nobile che ci offre il quotidiano di Carlo De Benedetti sia questa,


l’ennesima accozzaglia di cazzate e banalità di mister “vivo a New York sotto scorta, quindi difendo i migranti”. Tutto normale. Meno normale la passività con cui si accetta che nell’arco di una settimana, l’intero paradigma sia cambiato. Esattamente come il mese scorso, quando 12mila arrivi in un weekend portarono al j’accuse di Matteo Renzi con il suo “aiutiamoli a casa loro” e vide il governo non solo riconoscere finalmente l’emergenza ma, attraverso il ministro Minniti, dare il via a un pressing politico-diplomatico con l’UE senza precedenti. Abbiamo preso schiaffi in faccia da tutti, su tutti i fronti, tranne uno: il codice di regolamentazione delle ONG che operano nel Mediterraneo, scritto dal Viminale e, di fatto, vincolante per i porti di tutta l’Unione. Come sapete, solo quattro ONG su nove lo hanno firmato e sono rimaste fuori due delle più importanti, Medici senza frontiere e Save the children.

Ora, il livello dello scontro sta salendo. Il presidente della prima associazione, Loris De Filippi, da tre giorni sembra Checco Zalone sotto Natale quando ha in uscita il cinepanettone: ubiquo. Tv, radio, giornali: ovunque. E il suo messaggio è stato chiarissimo e durissimo: se il codice, che non firmiamo, sarà conditio sine qua non per operare nel Mediterraneo, noi ci ritireremo. Ma attenti, da quel momento ogni morto in mare sarà moralmente responsabilità di chi ha imposto quelle regole. Chiamasi ricatto politico ma tant’è, ormai vale tutto. Anche la seconda ONG ha risposto molto duramente a Minniti, dicendo che riguardo alla polizia armata a bordo delle navi non c’è margine di trattativa: “Non siamo delatori”, hanno dichiarato. Cosa significa? Quale segreto devono tenere per sé? Cosa c’è di tanto inconfessabile che un agente di polizia non debba vedere o sentire a bordo delle loro navi?

E se il clima da capro espiatorio sta facendo la gioia della politica interna, con Matteo Renzi vittima di un colpo di calore che invoca “pugno duro contro le ONG ma ius soli subito” e Luigi Di Maio che chiede la chiusura di tutti i europei porti per i taxi del mare (qualcuno gli dica che, a parte i nostri, gli altri sono sprangati a doppia mandata da tempo per i migranti), il ministro Minniti non le manda a dire e fa capire che la battaglia non sarà di quelle a colpi di fioretto. Intervistato dal “Fatto quotidiano”, ecco le sue parole: “Tutte le ONG scelgano da che parte stare. Non intendo rinunciare al principio di salvataggio dei naufraghi e neppure a quello della sicurezza dei miei concittadini. Per questo ritengo necessaria la presenza di polizia giudiziaria sulle navi delle Ong…

Chi non ha firmato non potrà far parte del sistema di salvataggio che risponde all’Italia, fermo restando il rispetto della legge del mare e dei trattati internazionali ma per firmare c’è ancora tempo. Gli agenti della polizia giudiziaria italiani non possono andare da nessuna parte senza armi”. Insomma, muro contro muro. Siamo sicuri che questa battaglia sia tutta interna e tutta basata sulla questione di lana caprina degli agenti armati a bordo? Non è che questa esplosione improvvisa della guerra fra Stato italiano e ONG abbia qualche ricasco esterno, sia solo una battaglia – campale – nella guerra più ampia fra fronte globalista e identitario, se così vogliamo chiamare chi viene definito con spregio “populista”? Una questione mi ha fatto riflettere al riguardo e, di fatto, mi ha fatto interrogare su una più ampia lettura di quanto sta accadendo.

Ricorderete come un paio di settimane fa vi abbia ragguagliato sull’attacco frontale mosso dal governo israeliano contro George Soros e il suo impero “solidale”, addirittura arrivando alla smentita da parte di Tel Aviv delle dichiarazioni del proprio ambasciatore in Ungheria rispetto alla campagna anti-filantropo del governo Orban. E, in effetti, la visita di Benyamin Netanyahu a Budapest fu un successo, tutta una stretta di mano e grandi sorrisi con il premier magiaro, vera bestia nera dell’UE. E cosa è accaduto nella settimana che si è appena conclusa in Israele? Con vistosi titoli di prima pagina, la stampa israeliana riferiva di come proprio Benyamin Netanyahu sia sospettato dalla polizia di corruzione e di frode: “Il trono traballa”, sosteneva Yediot Ahronot. “Le indagini della polizia sono giunte a un punto di svolta”, scriveva Haaretz, riferendosi all’ex capo del gabinetto di Netanyahu, Ari Harow, posto con le spalle al muro per un’altra vicenda.

“Se accetta di collaborare con la giustizia – prevedeva il giornale – sarà un terremoto. Le informazioni che ha collezionato sono un vaso di Pandora. La verità comincia ad apparire dietro al muro di omertà – scriveva Maariv – e la testimonianza di Harow può frantumarlo”. Le indagini della polizia su Netanyahu – che proseguono da mesi e mesi – riguardano sospetti che abbia ricevuto ingenti doni da facoltosi uomini di affari e che abbia discusso con l’editore di un quotidiano a lui personalmente avverso, Yediot Ahronot, la riduzione della tiratura del giornale rivale, Israel ha-Yom, in cambio di un mutamento della linea redazionale del primo. Giovedì Netanyahu si è detto vittima di una ‘”partita di caccia” ingaggiata nell’intento di abbattere il suo governo e ha assicurato che i sospetti sono infondati ma, guarda caso, la stampa ha cominciato ad attaccare anche il figlio Yair per la sua vita sopra le righe, tra lussi e stravizi e per la sua propensione a invitare al boicottaggio verso interessi arabi. Timing perfetto, una combinazione che va a unirsi alle altre di questo strano periodo.

Insomma, l’attività di Soros è un po’ come l’alta tensione? Soprattutto perché, al di là della potenza del filantropo, gode di appoggi politici internazionali di primissimo livello e con pochissimi scrupoli? Viene da chiederselo di fronte all’anomalia epocale che stiamo vivendo, oscurata dalla cortina fumogena del caso ONG. Sempre dall’intervista di Marco Minniti al “Fatto quotidiano”, ecco cosa il ministro pensa della missione italiana in Libia: “Non è un’operazione combat ma solo un supporto tecnico-logistico alla Guardia costiera tripolina, concesso, su sua richiesta, al governo Sarraj, l’esecutivo libico riconosciuto dalla comunità internazionale”. Peccato che in pressoché contemporanea con le parole di Minniti, proprio da Tripoli arrivassero queste: “La decisione del primo ministro libico, Fayez al-Sarraj, di autorizzare la missione navale italiana in Libia non rappresenta o riflette in alcun modo la volontà del governo di riconciliazione”. Chi lo ha detto? Un fedelissimo del generale Haftar e del governo di Tobruk?

No, il vice presidente del consiglio presidenziale libico, Fathi Al-Majbari, stando a quanto riportava ieri sera il sito della tv libica Libya Channel. Per Al-Majbari, “il trattato di amicizia italo-libico e i memorandum di intesa tra i due Paesi non contemplano interventi del genere. La missione rappresenta dunque, sostiene l’esponente politico di Tripoli, un’infrazione esplicita dell’accordo politico e delle sue clausole, in particolare quelle relative alla sovranità della Libia”. E ancora: “Al-Majbari ha dunque chiesto all’Italia di cessare immediatamente la violazione della sovranità della Libia, di rispettare gli accordi internazionali, di mantenere delle relazioni di buon vicinato, oltre infine a rispettare le ratifiche delle decisioni del governo e gli accordi e i trattati libici”. Infine, la stoccata verso Roma: il vice presidente del consiglio presidenziale libico ha infatti lanciato un appello alla comunità internazionale e al Consiglio di Sicurezza ONU di “esprimersi riguardo a tale violazione” e alla Lega Araba e all’Unione Africana a “condannare tale violazione, sostenendo e appoggiando la Libia”. Il numero due di Sarraj ha poi chiesto a tutte le forze nazionali di “superare le divisioni interne e a lottare contro questo nuovo tentativo di rioccupazione della Libia”.

Ma che cazzo di accordo abbiamo fatto con al-Sarraj? A che gioco stanno giocando a Tripoli? Soprattutto, chi sta orchestrando quel gioco, visto che è notorio come al-Sarraj non controlli in realtà nemmeno il tinello di casa sua? E Roma non ha nulla da dire al riguardo? Ecco la striminzita replica della Farnesina alle accuse: “Le parole di Mejbari rientrano nella dinamica di un dibattito interno libico – che l’Italia rispetta pienamente – e non inficiano in alcun modo il rapporto di cooperazione tra i due Paesi. Si ribadisce, dunque, che le iniziative del programma a sostegno della Guardia costiera libica saranno effettuate solo su espressa richiesta della stessa Guardia costiera e del governo libico”. Il quale, attraverso il suo numero due, ti ha appena detto di levarti dai coglioni e che sei un colonizzatore 2.0: cosa ci facciamo davvero in acque libiche? Quali accordi sono stati stipulati e con chi? Stranamente, da qualche giorno al-Sarraj è sparito e non parla. E anche Angelino Alfano pare troppo occupato a piazzare i suoi voti in vista delle elezioni siciliane dell’autunno, al fine di garantirsi un posto nella coalizione di centrodestra alle legislative della prossima primavera.

Ci rendiamo conto che siamo ai limiti di una situazione da dichiarazione di guerra, se davvero le minacce di Tripoli fossero credibili? Certo, Haftar con la minaccia di bombardare i nostri mezzi ha tentato di infiammare il sentimento nazionalista di tutto il Paese a suo favore e questa potrebbe essere la risposta propagandistica di Tripoli ma resta un fatto: perché l’UE tace su una questione di delicatezza massima come questa? Non un fiato, se non i soliti comunicati patetici di richiamo al dialogo e alle norme internazionali. Bruxelles è lesta come un furetto a emanare nuove sanzioni contro Mosca sulla Crimea, un’idiozia sesquipedale ma a quanto pare facente riferimento a qualche agenda nascosta, eppure non dice una parola su un scontro diplomatico di questo livello tra un suo membro fondatore e un Paese strategico e destabilizzato come la Libia? La Mogherini è occupata con un corso di decoupage? Juncker è in vacanza in un’enoteca? Tusk ha di colpo perso la parola? Avramopoulos, fino a tre giorni fa loquace come Paolo Bonolis, non ha più da dire niente, essendo Commissario all’immigrazione?

Cos’è questa indifferenza? Forse a qualcuno fa comodo una tensione internazionale su questo tema? Forse una bella crisi metterebbe ulteriormente in difficoltà il governo italiano e ricondurrebbe a più miti consigli chi minaccia il veto sul bilancio in discussione l’anno prossimo, in caso gli altri Paesi membri non si facciano carico dei loro doveri sui ricollocamenti? A chi rispondono i massimi vertici dell’Ue, ai cittadini o a qualche lobby molto potente? Magari con sede Oltreoceano. Io so solo una cosa: va bene scavare fino in fondo sulle ONG e va bene anche il muro contro muro di Minniti ma un Paese normale, a questo punto, obbligherebbe Paolo Gentiloni a rendere noti i contenuti del suo incontro con George Soros lo scorso 3 maggio a Palazzo Chigi. Se ci tengono alla verità e alla trasparenza, comincino loro. Poi penseranno alle ONG.

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