Ripulite le scrivanie e sparite le prove, ora si può pensionare l’Isis. Trump guiderà la guerra vera?

Di Mauro Bottarelli , il - Replica


Cosa è saltato in mente al super-procuratore del caso Russiagate, Robert Mueller, di insediare con così grande anticipo il Gran Jury sul caso a Washington? Formalmente, infatti, se si voleva offrire a Trump un appiglio per ribadire la sua tesi della caccia alle streghe, uno strappo procedurale simile è l’ideale. Eppure con questo post,

l’altro giorno WikiLeaks ci ricordava che quando si arriva a questo punto, qualcuno resta per forza impigliato nella rete. Certamente non sarà Trump, più facilmente suo figlio o suo cognato per il famoso incontro con l’avvocatessa russa che doveva portare in dote notizie a discredito di Hillary Clinton. Ma proprio la misteriosa legale, dal canto suo, venerdì ha rotto il silenzio e lo ha fatto parlando molto chiaro: “Laggiù non voglio davvero la verità. Alcuni perché vogliono minare l’autorità di Trump, altri perché vogliono alimentare il conflitto contro la Russia”.

E mentre James Comey, l’uomo che ha reso possibile la nascita della super-procura per il Russiagate con le sue dichiarazioni a corrente alternata, ha firmato un contratto da 2 milioni di dollari per un libro di memorie, Robert Mueller, sembra fare sul serio, perché come primo atto formale nel suo ruolo ha chiesto alla Casa Bianca tutta la documentazione riguardo Mike Flynn, l’ex responsabile per la sicurezza nazionale silurato da Trump per i suoi rapporti con funzionari russi. A dare la notizia, nemmeno a dirlo, il “New York Times”. Ma occorre prestare attenzione a un altro giornale, molto sensibile a certe tematiche e decisamente addentro all’inner circle dei poteri forti globalisti: il “Financial Times”.

Il quale, a fronte della decisione di Donald Trump di non finanziare più i ribelli siriani attraverso la CIA, ha sguinzagliato i suoi report e sparato un’inchiesta dalla quale si evinceva quanto tutti sapevano ma nessuno osava dire al grande pubblico: i guerriglieri anti-Assad era stipendiati dall’intelligence USA, di fatto ne erano dei contractors. Una frase dell’articolo vale su tutte: “Uno dei comandanti dei ribelli, che ha chiesto di non essere citato, ha detto che il supporto degli Usa è calato negli ultimi mesi ma sostiene che i ribelli hanno ricevuto normalmente lo stipendio il mese scorso”. Meno male, eravamo preoccupati.

Ora, la questione in sé è cosa da poco per chi frequenta questo blog e certe cose se le sente dire da sempre. Diverso è però l’impatto quando a certificarlo con la serenità d’animo più totale è un giornale come il “Financial Times”: significa che l’Isis è morta, non serve più. L’ennesimo Frankenstein della destabilizzazione è ormai esaurito, i temibili “lupi solitari” spariti dalla cronache volutamente allarmistiche dei media ma, soprattutto, la guerra in Siria irrimediabilmente persa: non a caso, stando a quanto riportato dalla testata libanese Al-Akhbar, Russia e Stati Uniti sarebbero giunti a un accordo per la ritirata delle truppe statunitensi dal meridione siriano.

Le forze americane posizionate nella provincia di Al-Tanf, in prossimità del confine iracheno, dovrebbero ritirarsi dalla regione consegnando le basi proprio alle forze di Mosca, che avrebbero quindi raggiunto lo scopo di liberare la regione dalle forze della coalizione internazionale, in particolare alleggerendo la loro presenza vicino Iraq e Giordania. Qualora l’accordo venisse confermato, il Sud della Siria si trasformerebbe sostanzialmente in un’area sotto il controllo degli alleati delle forze lealiste del governo di Bashar Al Assad. Russi, iraniani ed Hezbollah otterrebbero il controllo di un’area strategica per tutto il territorio siriano, da una parte bloccando ogni tentativo di infiltrazione delle forze israeliane e della coalizione internazionale e, dall’altro lato, avendo via libera nella sconfitta delle ultime sacche di resistenza dello Stato Islamico e dei ribelli siriani. Insomma, grazie di tutto ma adesso sono cazzi vostri, cari miliziani.

E’ il momento delle “burn notices”, le coperture che saltano e le scrivanie da ripulire in fretta, perché questa pratica va chiusa all’istante – e i bombardamenti apparentemente a cazzo delle coalizione negli ultimi due mesi hanno fatto sparire la gran parte delle prove compromettenti – e occorre aprirne un’altra. Anzi, è già aperta. E qui entra in campo il Russiagate ma non solo: perché per quanto abbia strepitato via tweet, Donald Trump ha firmato le sanzioni contro Mosca. E due segnali sono arrivati molto chiari dalla Russia. Primo,come vi ho detto l’altro giorno, è ricomparso Dmitri Medvedev, eterno Godot della politica russa, il quale ha sparato un attacco frontale agli USA – “Ogni speranza di migliorare le relazioni è morta” – ma anche una dura e subdola accusa a Trump direttamente: essere di fatto senza potere, perché esautorato dal Deep State. Secondo segnale, la risposta giunta dal Cremlino al tweet del 3 agosto di Donald Trump


e affidata direttamente al portavoce di Vladimir Putin, Dmitry Peskov. Ecco le sue parole: “Siamo assolutamente d’accordo con questa opinione. Il pericolo potrebbe arrivare dalla mancanza di cooperazione e interazione su materie cruciali per i popoli e le nazioni”. A cosa si riferiva il Cremlino? Una cosa è certa, il messaggio moscovita a Trump pare chiaro: muoviti, sappiamo che hai tutti contro ma devi reagire. Perché la nostra pazienza verso certe provocazioni sta per finire. Ad esempio, il tour bellicista del vice-presidente e uomo del Deep State, Mike Pence, in Estonia e Montenegro, dove ha usato toni anti-russi da Guerra Fredda. O le stesse sanzioni, le quali pesano perché contemplano nella legge che le regola, un veto di fatto del Congresso nei confronti delle decisioni prese dal presidente riguardo i rapporti con Mosca.

Basterebbe poco, una false flag magari in settembre, quando la Russia darò vita a una mega-esercitazione che mobiliterà 100mila uomini ai confini europei, per tramutare i mille cavilli che la Casa Bianca ha voluto sottolineare per depotenziare la portata del testo in un pericoloso esercizio di stile per il presidente. Insomma, il Deep State e il complesso bellico-industriale USA sono riusciti a inchiodare la Casa Bianca alla loro agenda anti-russa a tal punto da garantire a Trump solo un’alternativa? Ovvero, non puoi essere il presidente di pace e disgelo che volevi, quindi se vuoi restare devi essere il presidente della guerra? C’è di fatto questo do ut des nel voto bipartisan sulle sanzioni e nell’accelerazione ricattatoria del Russiagate, con formazione del Gran Jury e richiesta di documenti su Mike Flynn? E se si, Donald Trump avrà la forza di resistere? Ne dubito. tanto più che negli USA già sta circolando questo,


ovvero sondaggi in base ai quali nel voto presidenziale del 2020, il fondatore e capo di Facebook, Mark Zuckerberg, sarebbe già in ottima posizione. E questo, nonostante abbia finora dato vita solo a un breve tour interno agli Stati Uniti ma molto intelligente e focalizzato: si è infatti recato, capo chino e con la voglia apparente di ascoltare la rabbia dell’America profonda, in quel Mid-West che già oggi si sente deluso e abbandonato dalle promesse di Trump, non caso precipitato al 33% di consensi nonostante i continui record di Wall Street. E se il dato di venerdì sui nuovi occupati non agricoli di luglio – 209mila contro le attese di 180mila – ha fatto impazzire il Twitter di Trump,


questo grafico

ci mostra che, come per Obama, non è tutto oro ciò che luccica al Bureau for Labor Statistics: è ha già un nome, “Amazon effect”.

Davvero Trump sarà il presidente “usa e getta” per la guerra? E come reagirà Mosca, se le provocazioni dovessero proseguire e, magari, inasprirsi? Mi sbaglierò ma occorre stare molto attenti a quanto accadrà da settembre fra Baltico e Balcani: il tour di Mike Pence non è stato casuale, così come i toni utilizzati. D’altronde, fu un atto compiuto a Sarajevo a dare il via alle grandi tragedie del Novecento. Che si voglia operare un deja vù per il nuovo secolo americano, destinato a vedere alla Casa Bianca l’uomo dei social e del controllo sociale? O, forse, la questione sarà ancora di maggior impatto: “Gli Stati Uniti sono pronti a tutte le opzioni per contrastare la minaccia nucleare rappresentata dalla Corea del Nord, compresa quella di una guerra preventiva”.

Lo ha dichiarato oggi pomeriggio il consigliere per la sicurezza nazionale americano, il generale Herbert Raymond McMaster in una intervista alla Mnsbc. “Se mi chiedete se stiamo preparando piani per una guerra preventiva rispondo di sì, una guerra per porre fine alle minacce di un attacco nucleare della Corea del Nord verso gli Stati Uniti. Il presidente Trump è stato molto chiaro su questo. Ha detto che non tollererà più le minacce della Corea del Nord. Per lui è intollerabile che abbiano armi nucleari che possano minacciare gli Usa. L’opzione militare è dunque sul tavolo”, ha concluso McMaster. A mio avviso, non una minaccia che direzioni l’azione nell’immediato ma solo per creare il clima di accettazione di una guerra imminente, probabilmente altrove. Comunque sia, stanno creando i presupposti per Matrix o qualcosa di peggio. Giorno dopo giorno.

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