Sochi caput mundi: Israele e Vaticano (anche per conto del governo) trattano con Putin. E Merkel…

Di Mauro Bottarelli , il - 206 commenti


Non un solo telegiornale italiano ha detto una singola parola su quanto state per leggere, in compenso sapete questo:

dopo le 120 bombole di gas per fare esplodere la Sagrada Familia, il commando di Barcellona aveva nascosto in un secondo deposito 500 litri di acetone: non sappiamo se per confezionare giubbotti esplosivi, come dicono gli inquirenti spagnoli o per un eccessivo uso di smalto per le unghie da parte delle donne di famiglia. E mentre vi ragguagliavano su questa ennesima cazzata, nel mondo qualcuno diceva questo: “L’Iran fa degli sforzi enormi per rafforzare la propria presenza in Siria e ciò rappresenta una minaccia per Israele, per il Medio Oriente e credo per il mondo intero”. Parola del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, incontrando a Sochi il presidente russo, Vladimir Putin.

Stando a Netanyahu, l’Iran “si trova già a un livello avanzato per quanto riguarda il controllo e l’influenza in Iraq e in Yemen, e di fatto per molti versi controlla realmente il Libano. Signor presidente, noi tutti – ha affermato il premier israeliano, rivolgendosi a Putin – con sforzi congiunti stiamo sconfiggendo l’Isis. E questo è molto importante. Però c’è una cosa negativa, cioè che ovunque l’Isis, battuto, sparisce, arriva l’Iran”. Netanyahu ha infine sottolineato che Israele “non può dimenticare neanche per un minuto che Teheran continua a minacciare ogni giorno la distruzione dello Stato di Israele e arma e favorisce i gruppi terroristici”. Putin ha preso atto. Silenziosamente. Israele ha forse chiesto il permesso per fare qualcosa o avanzato un ultimatum, ancorché molto diplomatico, rispetto all’alleato della Russia in Siria? Dubito che dovremo attendere molto prima che “qualcosa” ci indichi una risposta.

Una cosa è certa: chi non ha perso tempo a far sentire la sua voce, quadrangolandola attraverso una diretta minaccia agli USA, è stato in quasi contemporanea con le accuse israeliane a Sochi, proprio l’Iran. Il primo avvertimento a Donald Trump lo aveva lanciato la settimana scorsa il presidente iraniano, Hassan Rohani: “Basta con minacce e sanzioni o riprenderemo in poche ore il programma nucleare portandolo a un livello molto più avanzato rispetto a quello del 2015”. Oggi, invece, è stata l’altrettanto autorevole voce del direttore dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica (Aeoi), Ali Akbar Salehi, a rafforzare e precisare nei dettagli la posizione iraniana:

“In caso di annullamento o di violazione dell’accordo sul nucleare da parte degli Stati Uniti, l’Iran potrebbe aumentare al 20% l’arricchimento dell’uranio in soli cinque giorni”. Salehi ha anche indicato l’impianto nucleare di Fordo come sito in grado di poter far partire l’arricchimento in tempi così brevi “Sicuramente non siamo interessati a una cosa del genere – ha poi continuato il direttore dell’Aeoi – Siamo impegnati in questo accordo e siamo fedeli a quanto è stato sottoscritto. Purché, ovviamente, il rispetto sia reciproco: la priorità dell’Iran è preservare l’accordo nucleare ma non a qualunque prezzo”. A Tel Aviv hanno ricevuto forte e chiaro.

E a Washington? Tira strana aria. Strana davvero. E non tanto per quanto sta accadendo alla Casa Bianca, quanto all’ONU: lo United Nations Committee on the Elimination of Racial Discrimination ha infatti inserito nel suo report un “early warning” riguardante gli Stati Uniti: finora, nel mirino dell’organismo erano finite nazioni come Burundi, Costa d’Avoria, Iraq, Khrghizistan e Nigeria. Ecco le parole della presidentessa del Comitato, Anastasia Crickley: “Siamo allarmati dalle dimostrazioni razziste, condite da slogan razzisti, canti e saluti da parte di suprematisti bianchi, Ku Klux Klan e neo-nazisti che promuovono la supremazia bianca e incitano all’odio razziale”.

Insomma, siamo al corrispettivo della minaccia di procedura di infrazione: per due manifestazioni, una Charlottesville e una a Boston, quest’ultima con i suprematisti che si sono presentati sì e no in 40 l’altra sera. Qualcuno con forti entrare ONU sta preparando l’artiglieria mondialista pesante, stante il flop del Russiagate? Davvero qualcuno punta a una seconda guerra civile americana per disarcionare Trump?

Una cosa è certa: qualcuno ieri ha voluto marcare una netta differenza con gli USA. Anzi, con la loro politica estera. “L’Ue deve risolvere i suoi problemi da sola e non deve aspettare che qualcuno li risolva per lei, venendo da lontano”, ha dichiarato Angela Merkel, a Berlino, intervistata ad un evento del quotidiano “Handelsblatt”. E ancora: “L’Europa deve giocare un ruolo centrale, ad esempio in Libia. L’Europa deve formulare i suoi interessi e a quel punto si capirà che molti interessi coincidono con quelli degli USA ma ci sono anche interessi diversi, L’UE deve avere una politica comune, ad esempio, sull’Africa, sulla Russia, sulla Siria, sull’Iran e sulla Cina” Dimenticato nulla? Sì, la Corea del Nord: “Se gli Stati Uniti decidessero per un’opzione bellica, la Germania non li seguirebbe meccanicamente”. Insomma, una bella presa di distanza. E un bel messaggio ai vertici europei. Ma, forse, il messaggio più serio e preoccupante ai partner di Bruxelles, la Germania l’ha mandato con questo:

con tre anni di anticipo rispetto al programma, la Bundesbank ha infatti rimpatriato tutte le sue 674 tonnellate d’oro stoccate all’estero fra New York, Londra e Parigi e portando il totale detenuto in casa a 1.710 tonnellate. Di più, la Buba si è affrettata a rendere noto che nella primavera del prossimo anno pubblicherà la versione aggiornata del numero di lingotti in suo possesso alla data del 31 dicembre 2017. Come dire, abbiamo qualcosa cui legare un eventuale nuovo marco in versione gold-backed e ve lo dimostreremo, numeri alla mano. A Berlino sanno o stanno decidendo qualcosa? Cosa significano quelle parole che indicano “mano libera” in politica estera e quel contemporaneo annuncio riguardo il rimpatrio terminato delle riserve auree stoccate all’estero?

Forse la Germania ha capito prima di altri che l’America è oggi più inaffidabile che mai, perché ridotta a una pentola a pressione pronta a scoppiare dalla frattura di potere fra Casa Bianca e Deep State? Al riguardo, sempre oggi, è accaduto dell’altro. Come reazione alla cancellazione (qualcuno parla di blocco temporaneo) dei 300 milioni di dollari facenti parte di un pacchetto di aiuti lanciato da Barack Obama, il genere di Donald Trump, nonché suo inviato speciale per la politica estera, Jared Kushner, oggi ha avuto una brutta sorpresa quando è arrivato all’aeroporto del Cairo: i suoi appuntamenti con funzionari governativi di massimo livello erano stati cancellati. Come dire, puoi anche tornartene a casa. Ufficialmente la Casa Bianca ha bloccato gli aiuti “per le continue violazioni dei diritti umani da parte del regime di Al-Sisi” ma anche un bambino capirebbe che questa scusa regge soltanto a livello formale.

Gira che ti rigira, c’è sempre l’atteggiamento di Paesi terzi verso la Russia a muovere le decisioni di politica estera di Washington. E l’Egitto – il quale ha poco gradito anche lo scherzetto del “New York Times Magazine” sul caso Regeni – ha risposta con la durezza diplomatica massima. E quando si parla di Egitto, guardando la questione dalla prospettiva italiana, si parla di Libia. Un argomento su cui nel pomeriggio di oggi, la già citata e particolarmente attiva a livello estero Angela Merkel e il nostro premier, Paolo Gentiloni, hanno avuto “una lunga e cordiale conversazione telefonica, nel corso della quale si sono trovati in accordo assoluto su tutto”. E’ esplosa la pax italo-tedesca e nessuno ci ha avvertito?

No, il quadro è un po’ più ampio e parte da un presupposto: il patto sancito fra Palazzo Chigi e Vaticano sulla questione migranti, motivo del rinnovato entusiasmo dell’esecutivo per lo ius soli e dell’irrituale dichiarazione d’intenti del Papa sul tema, capace di far andare su tutte le furie il centrodestra. E visto che siamo privi di un ministro degli Esteri degno di questo nome, Gentiloni – tramite la Comunità di Sant’Egidio – ha chiesto una mano nelle trattative più delicate in agenda al potente Segretariato di Stato vaticano, retto dal cardinale Pietro Parolin. E dove s è recato oggi, tornando a Roma in serata con animo rinfrancato, il ministro degli Esteri vaticano?

A Sochi, ricevuto da Putin e Lavrov dopo l’incontro con il premier israeliano. Atterrato a Roma stasera, Parolin ha parlato di “un incontro che ha avuto un bilancio positivo, perché abbiamo trovato attenzione, ascolto e disponibilità”. Non a caso, sul tema centrale dell’incontro, monsignor Parolin è stato molto più diplomatico di Alfano, parlando di Ucraina soltanto per sottolineare che “occorre in primo luogo focalizzarsi sugli aspetti umanitari del conflitto”. Come dire, finché non si trascende, cazzi interni di Mosca. Infine, l’annuncio d una grande mostra di arte russa in Vaticano nel 2018. Davvero avranno parlato solo di Ucraina?

Oppure, monsignor Parolin avrà messo una buona parola per i rapporti tra governo italiano e quello di Tobruk, dopo l’irrigidimento del generale Haftar? E quella risposta così dura dell’Egitto agli USA, storico alleato e trentennale fornitore di armi del Cairo, significa un avvicinamento sempre più netto a Mosca? Chissà, una cosa è certa: molti dei destini prossimi futuri, oggi sono passati da Sochi. Per questo i tg vi hanno parlato dell’acetone trovato in Catalogna.

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