I soldati al Brennero no ma la psico-polizia social va bene? Siamo delle mammole cui urge la sveglia

Di Mauro Bottarelli , il - 71 commenti


A guardare i tg sembra di vivere nella giungla. Morti in discoteca per una lite banale, morti accoltellati per una disputa stradale, sorelle sezionate perché troppo tirchie: si muore per nulla, si muore per questioni che non valgono un secondo della nostra attenzione. Ovviamente, il consesso generale dell’intellighenzia italica punta il dito contro la società troppo violenta e, per questo, figlia del populismo e dell’estremismo nazionalista: si fanno molti giri di parole ma, alla fine, si finisce sempre lì. Il mondo, di fatto, è diviso fra sinceri democratici che ci garantirebbero unicorni a non finire, se lasciati lavorare e bestie conservatrici la cui aspirazione è quella di re-instaurare la legge del far west. Guardate qui,


con questo tweet Barack Obama ha battuto ogni record di like e condivisioni della storia dei social: una frase di Martin Luther King con la classica foto da “Mulino bianco” che tanto ci fa intenerire. Ovviamente, questo capolavoro di buonismo diabetico viene messo in contrapposizione con la forza bruta di Donald Trump e dei suprematisti che sarebbe tornato a difendere dopo gli incidenti di Charlottesville: è bastato dire che in Virginia i cosiddetti anti-razzisti non si fossero presentati con in mano delle rose ma delle molotov ed ecco che la macchina dell’indignazione globale si è rimessa in moto dopo la breve pausa ferragostana. Ormai ci siamo abituati. Una cosa, però, mi ha colpito in questo bailamme di violenza: la reazione isterica del governo italiano alla decisione dell’Austria di schierare 70 militari al Brennero in risposta a un aumento del transito di clandestini (lassù li chiamano con il loro nome) via treno dall’Italia. Il Viminale ha parlato subito di “mossa ingiustificata” e ha reso nota la sua irritazione con Vienna. La quale, immagino, se ne fotta bellamente. E fa bene.

Non starò qui a far notare ai soloni del progressismo che la stessa Austria che si blinda è governata da socialisti insieme ai popolari, che il presidente è un indipendente-verde con affiliazioni massoniche e che il 15 ottobre si andrà al voto, con l’FPO destinata a fare il pieno: cose già note che la loro mentalità corrotta dall’ideologia non può permettersi di accettare. Però faccio notare altro, un qualcosa che ha molto a che fare con il ragionamento sulla violenza: perché abbiamo paura dei militari ai confini? Di più, perché abbiamo paura dei confini stessi, dell’idea di nazione e di limite invalicabile? Perché dalla fine degli anni Novanta in poi l’ideologia globalista ci ha detto che i confini sono il male, visto che coincidono con il concetto di nazionalismo, vero nemico giurato dei Soros. E per farlo, il giochino mediatico è esploso in tutta la sua forza in occasione proprio del Brexit e delle elezioni presidenziali USA: nazionalismo uguale nazismo, chi sta con Trump (o con la Le Pen o con Orban) sta con Hitler. Banale ma efficace, se martellato h24.

Se non si ha nulla da nascondere, qual è il problema di maggiori controlli? Dubito che un soldato o un poliziotto austriaco ci fermino, incarcerino e torturino così per passare il tempo: visti i documenti, controllato il bagaglio, ci augurano buon soggiorno in Tirolo, visto che il turismo fa Pil. Eppure, i media montano una campagna di ansia: c’è l’esercito al confine. E quindi dovrei avere paura di qualche sviluppo golpistico, oltretutto nelle mani di ben 70 soldati, in un mondo dove è diventata normalità coesistere con due nazioni dotate di armi atomiche che settimanalmente minacciano di distruggersi a vicenda? O, senza andare troppo lontano e guardando in casa, dove una settimana fa nel Salento è andata in scena una mattanza da Chicago anni Trenta, senza che nessuno sia ancora stato arrestato? Capite da soli che è un ragionamento che non sta in piedi, se non per mera strumentalizzazione politica. E il Viminale ne sa qualcosa.

C’è però dell’altro: perché abbiamo paura delle divise e dei confini, delle dogane e dei posti di blocco e non della psico-polizia che sta, giorno dopo giorno, castrando la nostra libertà di espressione? Perché, forse, non è un fenomeno fisico e tangibile? Certo, alla frontiera si alza una paletta e siamo costretti a fermare l’auto, è un qualcosa che recepiamo in diretta ma vivere con l’ossessione di essere segnalati, cancellati, bannati per ciò che si pensa, non è peggio di cinque minuti di controllo dei documenti al Brennero? Eppure, siamo al paradosso che quella psico-polizia non solo è benedetta dai media in nome della lotta alle fake news (ovvero alle verità che il mainstream cerca di nascondere o dissimulare) ma, addirittura, i governi fanno a gara a chi controlla e reprime di più, visto che l’opinione pubblica plaude e si conforma in nome della lotta al “linguaggio dell’odio” e del reclutamento terroristico on-line.

Non pensate che, alla base di questa violenza repressa, ci sia proprio la repressione del nostro essere uomini imposto dal politicamente corretto? Sui social, ormai, limiamo termini e parole pur di non incappare nella censura e, di fatto, lo facciamo per riflesso anche nella vita reale: se qualcuno al bar parla di un persona di colore e si azzarda a definirlo “negro”, in maniera assolutamente automatica e non connotata di razzismo, scatta immediato il tribunale del popolo dei diritti e la censura. E’ normale, siamo ormai delle mammole ammaestrate: ritwittiamo le banalità di Obama perché fa bene al cuore, ci riempiamo le bacheche di arcobaleni perché ce lo impone moralmente Facebook con i suoi generatori automatici di algoritmi per buonisti on-line, facciamo scorta di gessetti colorati e bandiere arcobaleno.

E ci chiediamo perché, alla luce di tutto questo, in una discoteca spagnola nessuno intervenga a difesa di un ragazzo vigliaccamente attaccato da tre persone? Guardate i media su cosa si stanno concentrando: il passato del picchiatore. Prima era un paramilitare ceceno, poi un professionista di lotta libera e poi di MMA: insomma, non sappiamo ancora un cazzo ma l’importante è il retroterra violento. Non so se chi sta scrivendo sull’argomento abbia mai partecipato a una rissa ma io so per certo una cosa: quando sei per terra, basta un idraulico della Valtellina senza alcun passato da combattente per ammazzarti con un calcio in faccia.

Il problema è duplice, però, almeno per le anime belle. Primo, dover ammettere che c’è una parte di mondo dove delle regole di Zuckerberg e delle buone maniere globaliste ci si fa un baffo: se c’è da menare, si mena. E tanto. Sbagliatissimo ma è sempre stato così. Anche in Italia, dove le risse per futili motivi non sono mai mancate ma, in compenso, non c’erano le Boldrini con le loro filippiche a tramutare tutto in lotta fra bene e male. Oggi, invece, siamo alla generazione Starbucks e Iuventa, apolidi il cui unico interesse – per lo stessa ammissione – è abbattere il concetto stesso di Stato nazionale, di confini, di patria. Internazionalismo da wi-fi, tanto nichilista quanto devastante, visto che trattasi nella maggior parte dei casi di figli della classe dirigente dei vari Paesi UE, la “meglio gioventù” che un giorno ci governerà.

Ed ecco il secondo punto, legato al primo: i tre ceceni dell’omicidio di Lloret de Mar sono profughi residenti in Francia con regolare permesso, gente che abbiamo accolto non si sa per quale motivo, visto che in Cecenia la guerra è finita da un pezzo. Forse sono gay? O degli oppositori politici al governo filo-russo? O, forse, solo dei gran furboni mangia-welfare che possono permettersi di fare tutto e il contrario di tutto, proprio grazie alla gioventù stortignaccola e letargica che il politicamente corretto e i social hanno contribuito a creare? Quando hai paura di essere bannato per un commento, non puoi avere la forza di intervenire in una rissa: non per codardia, per forma mentis. Ti viene meglio accendere candele, scrivere con i gessetti colorati e fare veglie lacrimevoli: al massimo, chiedi giustizia per il male del mondo, deleghi l’odio al magistrato di turno.

Ma lo fai in un mondo dove Facebook non ha il dominio completo (grazie al cielo) e c’è chi ancora preferisce la vendetta al perdono: siamo la faccia più debole e moribonda dell’Occidente, nascosta dietro un emoticon, il massimo di reazione che ci permettiamo di avere. Serve una sveglia, serve un ritorno al mondo reale. Il quale, ovviamente, contempla in sé un numero di delinquenti e assassini per natura o crescita, fisiologicamente e contro i quali si può fare poco: se ti imbatti in uno di loro, è destino e sfiga. Ma la giungla in cui il debole soccombe sempre, l’abbiamo permessa noi, rammollendoci e trasformando chi protesta o tira un pugno in un essere ai confini dell’umanità e degno del pubblico ludibrio. In compenso, se ti travisi e lanci molotov o sassi a Charlottesville, diventi immediatamente un eroe. Se poi ritweetti il post di Obama, un posto da assessore non te lo leva nessuno.

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