Il boom di AfD è fondamentale per far emergere i rivoluzionari alla Flaiano e i sepolcri imbiancati

Di Mauro Bottarelli , il - 292 commenti


Una cosa mi ha colpito ieri sera: Enrico Mentana non era in onda con una delle sue mitologiche maratone di approfondimento. Ma come, uno che dorme in studio pur di non mancare l’occasione di spaccare il capello in quattro nel vivisezionare il voto municipale di Mondovì, mi cade sull’elezione dell’anno e cede il passo a replice de “L’ispettore Barnaby”? Sulle prime mi è venuto da pensare che, finalmente, Urbano Cairo avesse capito che fa più ascolti un telefilm britannico di terza mano che la caccia alle streghe naziste del direttore del tg di La7, poi però un qualcosa di più infame si è addentrato nelle mie elucubrazioni da domenica sera: non sarà che del voto in Germania, alla luce anche di quanto attende l’Italia fra 4,5 mesi, meno se ne parla, meglio è per tutti? Di più, non sarà che questa conventio ad excludendum di AfD dal genere umano – nemmeno dalle categorie politiche – sia il segnale che stavolta qualcosa sia cambiato davvero?

Ben inteso, il mio giudizio a livello di politica interna rimane quello espresso nell’articolo scritto ieri sera – a caldo – dopo la prima proiezione ma riflettendo dopo le prime trasmissioni del mattino e dopo la rassegna stampa, mi sono chiesto se dopo i facili entusiasmi – che hanno pervaso anche me, ci mancherebbe che lo negassi -, legati alle presunte “rivoluzioni” rappresentate dalle vittorie di Trump e del Brexit, questi eventi epocali dell’antisistema siano in realtà stati tranquillizzanti sisma cui lo status quo era di fatto preparato, stante la realtà dei nostri giorni. Provo a spiegarmi. A “Omnibus” stamattina la questione elettorale tedesca è stata trattata per una ventina di minuti con i soliti toni da apocalisse del nazismo incipiente, poi subito a parlare dell’incoronazione farsa di Di Maio e della maretta interna ai Cinque Stelle. Ricordo ancora il diluvio di ore dedicato alla caduta di Marine Le Pen e all’insediamento di Macron.

Certo, all’epoca lo spauracchio fascista aveva perso e in Germania fatto boom – quindi c’era da festeggiare con lo champagne borghese e un po’ annacquato della Republique – ma comunque resta quel sapore indefinito nel vedere archiviato l’accaduto: forse, perché parlare di AfD apre troppi armadi? O, meglio, scoperchia sepolcri imbiancati in stagione pre-elettorale? Perché mi pare molto strano non dedicare tempo e riflessione al peggior risultato della CDU dal 1949 e a quello di sempre dell’SPD nel Paese-traino dell’Unione, davvero strano. Poi i sono imbattuto in questo,

dopo aver sentito parlare lo stesso Enrico Letta allo speciale del Tg1 andato in onda all’orario dei porno o delle vendite di vibratori, visto che prima c’era quell’esempio di statalismo del duo Fazio-Littizzetto da far sfogare con le loro minchiate milionarie: e se AfD, nel suo essere ghettizzata a prescindere, avesse davvero rotto il cazzo (uova nel paniere mi sembrava tiepido, come concetto)? A livello interno tedesco, è fuori dai giochi ma la leader, Alice Weidel (davvero il prototipo della neo-nazista, non c’è che dire, visto che è lesbica e sposata con una cingalese), ha parlato chiaro fin dal primo exit-poll: “Faremo un’opposizione costruttiva, perché è questo che ci hanno chiesto di fare milioni di elettori tedeschi. Ma l’interesse del popolo tedesco deve essere preservato sempre”. Insomma, a chi ha avuto più erezioni in sei mesi che in tutta la sua vita con l’America First di Donald Trump, il fatto che una novantina di persone improntate a questo credo entri per la prima volta al Bundestag a destra della CDU dovrebbe suscitare almeno un principio di barzottitudine mattutina.

Invece niente, sono dei nazisti di merda. Punto. Ma quasi tutti laureati. Molti in economia. E con un unico caso controverso, quello di Bjorn Hocke, ex capo del partito in Turingia che si spinse a dire, esattamente come un paio di ministri del governo giapponese, che “non tutto ciò che fu fatto da Hitler è da buttare” e che i tedeschi “devono superare il culto della colpa sull’Olocausto”. Certo, non proprio argomenti da trattare a tavola o nel furore di un comizio ma nemmeno slogan neonazisti puri da raduno naziskin, fra rutti e braccia tese. Tanto è vero che le formazioni neonazi tedesche schifano AfD, ritenendolo un partito borghese e si rifanno alla NPD, come unico referente nella politica “tradizionale”. Ma non ditelo in giro, altrimenti casca l’ennesimo altarino buono per non affrontare la realtà.

La quale, vede Matteo Salvini salutare così


il boom di AfD, da alleato ma che mi porta a domandarmi, esattamente come per i benpensanti che hanno tutto l’interesse a seppellire questo risultato sotto il tappeto dell’ipocrisia: Matteo Salvini avrà numeri e palle per seguire la strada, magari destinata al fallimento totale, di AfD oppure, stringi stringi, tornerà all’abbraccio con Arcore, ovvero alla palude del gattopardismo? Lo chiedo della Lega perché veleggia quasi al 15%, mentre Fratelli d’Italia difficilmente supererà la soglia del 5%: non sarà che l’idea di opposizione reale, fattuale, spaventi adesso i rivoluzionari alla Flaiano, quelli che le barricate le fanno con i mobili altrui? Non è che adesso, proprio ora che il profumo dei legni delle stanze del potere, cominciavano a stimolare i sensi, un contraccolpo reale potrebbe rovinare certi piani politici?

L’articolo di Enrico Letta che ho postato prima va letto con attenzione, è fondamentale: di fatto, archivia l’idea di sinistra storica insieme al tonfo dell’SPD e quasi magnifica l’arrivo della “normalità populista” come possibilità per spingere verso un’Unione sempre più Unione. Insomma, usare il fantasma AfD come accelerante per l’incendio doloso degli eurobond e la mutualizzazione, per capirci, bagnato qua e là – come un risotto con il brodo, altrimenti attacca – con cazzate nominaliste come il ministro delle Finanze europeo, la CIA europea e la lotta all’immigrazione clandestina post-Dublino. Il piano delle elites chiaro. E quello delle presunte opposizioni? Siamo alla resa dei conti per gli incendiari con velleità da pompiere, stavolta? Per un motivo, ad esempio: l’UE che Lega e AfD contestano è la stessa ma differisce dal fatto che, al netto della svolta nazionalista del Carroccio, per i tedeschi l’Italia è parte integrante del problema con la sua flessibilità, le sue deroghe e il suo debito, mentre Matteo Salvini potrebbe presto fare parte dello stesso problema che proclama di voler risolvere, se accetterà la logica di coalizione del centrodestra. Capito perché solo un tweet, mentre fino alla sconfitta, twittava a favore della Le Pen come nemmeno Trump all’alba, mentre beve il caffè?

E attenzione, perché mentre in Germania si consumavano le ultime ore di campagna elettorale, giovedì scorso – alla vigilia del discorso sul Brexit di Theresa May a Fireznze – l’Economist usciva con questa copertina:

e si sa, il settimanale della City i leader li indica, non li racconta a cose fatte. Che la premier britannica abbia usato quei toni perché sapeva che quello sarebbe stato l’ultimo, importante discorso della sua carriera politica, visto che l’establishment ha già scelto il pupazzo Jeremy Corbyn per il 10 di Downing Steet e per ribaltare le sorti del Brexit, non a caso già rimandato al 2021 dalla stessa May? Siamo alla logica del calcio perenne al barattolo usata da Draghi con il tapering del QE, prodromo alla speranza di espansione monetaria perenne? Non è che, alla fine, chi doveva cambiare il mondo e distruggere le elites, ora comincia a cagarsi addosso alla prospettiva reale di un esperimento politico di opposizione vera e non residuale o di testimonianza, il tutto nel cuore dell’Impero d’Europa? Perché mentre Trump sta riducendo se stesso e la sua icona a pagliaccio globale, fra scambi di insulti con il suo degno rivale nord-coreano e battaglie epocali con i giocatori di football e basket sul saluto alla bandiera, il governo USA è in mano a una junta militare di tre generali che stanno preparando la guerra altrove: fra Siria e Afghanistan, più o meno proxy.


AfD fa paura – e va quindi adombrata – anche per questo, forse? Perché la Germania non è solo il traino economico e politico UE ma anche il più grande centro di interessi USA nel Vecchio Continente, CIA in testa? Scenderanno a più miti consigli, in nome dell’opposizione responsabile, alla prima minaccia? Probabile. Qausi certo. Ma non sicuro al 100%. E quel margine di possibilità fa la differenza, in un contesto di instabilità come quello attuale. Accomunare AfD al neonazismo è esercizio da dementi o da persone in malafede, lo sappiamo tutti ma la cosa inquietante è che anche questa narrativa allarmista è ai minimi storici, utilizzata “quanto basta” come sale e pepe nelle ricette, senza forzare.

Meno la gente sa davvero cosa sta accadendo in Germania, meglio è: perché se la Le Pen con la sua fiamma e i suoi toni da Vandea può essere spendibile come minaccia fascista, scavare nella realtà di AfD è pericoloso: perché ci si ritrova tanta Bundesbank e pochissimo Goebbels. E questo, tocca dirlo, è scomodo per l’establishment ma anche per quei rivoluzionari in fieri che potrebbero avere un unico interesse: che nulla cambi, perché la realtà potrebbe portare a galla il loro essere davvero solo dei sepolcri imbiancati. AfD cambierà l’Europa? No, è una cagatina di mosca. Ma di quelle che sui tovaglioli del servizio buono risaltano terribilmente. E fanno fare pessima figura.

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