Economia falsa, notizie false

Di Francesco Simoncelli , il - 5 commenti

di David Stockman

L’economia americana è stata salassata da decenni di assalti alla prosperità capitalistica.

La crescita economica sta morendo perché la Federal Reserve ha colpito duramente le aziende americane, le quali hanno immolato i loro bilanci sull’altare di Wall Street. Migliaia di miliardi di dollari sono stati usati in ingegneria finanziaria (riacquisti di azioni, operazioni F&A ed LBO vari) pur trascurando investimenti e produttività reali nell’entroterra americano.

La cosa più importante a cui gli speculatori di Wall Street dovrebbero guardare adesso, è da dove siamo venuti. Se Wall Street capisse questo, non continuerebbe ad aspettarsi lo stimolo à la Reagan che è stato immaginato fin dall’insediamento di Trump.

Anche ciò che è successo durante l’epoca Reagan è importante da esaminare. Negli otto anni dopo l’approvazione della legge fiscale di Reagan, il debito pubblico e il bilancio della difesa esplosero. Abbiamo avuto più inchiostro rosso durante quel periodo di otto anni che durante i primi 190 anni della Repubblica – infatti è raddoppiato.

Il debito nazionale, che si può vedere a partire dal 1980, è passato da circa $800-900 miliardi a ben oltre $3,000 miliardi.

È così che sono stati finanziati i tagli delle imposte di Reagan. Tale mossa ha lasciato i conti fiscali della nazione in una condizione drammaticamente diversa da quando è iniziata. Anche Ronald Reagan, con le sue migliori intenzioni, credeva che avrebbe concluso il suo mandato con meno debito nazionale e bilanci in equilibrio – invece ne ha aggiunto $1,800 miliardi in più.

Il sistema a Washington non è così logico, razionale e metodico come alcuni di questi analisti di Wall Street vogliono farci credere.

Il fatto è che ciò che è successo con i tagli fiscali di Reagan è stato più grande di tutto quello che Donald Trump ha proposto durante la campagna elettorale. Le barre sul grafico qui sopra mostrano, in sequenza, la dimensione dei tagli fiscali rispetto al PIL nel corso del decennio successivo, perché ci sono voluti dieci anni per diventare efficaci.

Quando è diventato pienamente effettivo, il taglio fiscale visto nel grafico è stato del 6-6.2% del PIL. Ha spinto in basso la quota federale di entrate in rapporto al PIL, da un 23% previsto a circa un 16% effettivo.

Questo è ben al di là di quello di cui parla oggi qualcuno nell’amministrazione Trump. Se doveste mettere questo taglio fiscale nella scala economica odierna, ammonterebbe ad una riduzione delle tasse da $1.200 miliardi all’anno, quando pienamente attuata.

Sì, sarebbe una scossa nell’economia.

Al tempo stesso si aggiungerebbe agli attuali livelli di debito, cosa che non possiamo permetterci.

Sarebbe inferiore al 2% del PIL e probabilmente all’1%. Non è niente di simile a quello che è successo durante l’era Reagan. Quello che ci fu all’epoca fu un taglio fiscale così massiccio che il disavanzo esplose oltre i $200 miliardi.

Per un po’ ciò spinse i tassi d’interesse in alto mentre il Tesoro USA entrava nel mercato obbligazionario per cercare di finanziare il disavanzo pubblico. I tassi d’interesse si spinsero oltre il 10.5%. Il miracolo di Reagan sarebbe svanito se la FED avesse permesso al mercato di ripulirsi e ai tassi d’interesse di bilanciare l’offerta e la domanda.

Alan Greenspan venne nominato presidente della FED, esattamente alla fine del grafico qui sopra riportato.

Greenspan poi scoprì la stampante monetaria nel seminterrato dell’Eccles Building. Cominciò a monetizzare il debito: il Tesoro USA stava acquistando obbligazioni con denaro “dal nulla” che poi sarebbe finito nei conti dei bond dealer che vendevano debito alla FED.

Tale mossa alterò l’equazione di offerta e domanda e scatenò un effetto crowding out sugli investimenti privati. La FED ora ha raggiunto un livello di $4,500 miliardi per quanto riguarda il suo bilancio. Greenspan ha inaugurato l’era della Finanza delle Bolle e ha rinviato il giorno del giudizio finanziario.

Come potete vedere, qui sopra c’è il PIL reale negli otto anni del mandato di Reagan. La freccia blu in alto rappresenta il tasso medio di crescita del PIL dal 1953 al 1980. Successivamente arrivò Paul Volcker e gli Stati Uniti avrebbero affrontato un’inflazione a doppia cifra, nel bel mezzo di una recessione ritenuta inevitabile. Il PIL reale negli Stati Uniti diminuì, ma sotto la guida di Volcker l’economia rimbalzò e riuscì ad attenuare l’inflazione.

All’inizio di quella recessione, avevamo un’inflazione di circa il 10%. Quando Volcker arrivò alla fine del ciclo, l’Indice dei prezzi al consumo (IPC) scese a quasi il 3-3.5%.

I politici, troppo spaventati per agire, temevano i bond vigilantes e l’aumento dei tassi d’interesse. I piccoli uomini d’affari, le grandi aziende e quasi tutti gli altri si lamentavano che subivano un effetto di crowding out da parte dello zio Sam.

In questo grafico c’è il bilancio della FED: in fondo si può vedere che la Federal Reserve aveva circa $200 miliardi quando arrivò Greenspan; poi è salito sempre più su fino alla grande crisi del 2008. Con Bernanke e la Yellen siamo arrivati a $4,500 miliardi.

Il PIL nominale è cresciuto di sei volte sin da allora, da $3,000 miliardi a $18,000 miliardi. Il credito totale (il debito totale dell’economia statunitense) è salito di 13 volte, da $5,000 miliardi a $64,000 miliardi.

La nostra economia globale ha raggiunto il Picco di Debito. Quando questo ascensore rimasto in sospeso troppo a lungo precipiterà, non ci sarà alcun freno monetario in grado di fermare la caduta

Negli anni a venire su Washington imperverserà una crisi politica e fiscale. Le relative cause sono profonde e strutturali. I padri fondatori, infatti, erano non-interventisti ed a favore di un governo limitato. Ecco perché accettarono il compromesso di Madison del cosiddetto “check and balance”.

A parte Alexander Hamilton, spietatamente ambizioso, i padri fondatori volevano un governo nazionale che fosse impastoiato con limiti e veti. Volevano un governo che agisse con moderazione e solo dopo un’intensa deliberazione e un consenso.

E questo aveva senso. Dopo tutto, la maggioranza credeva che il decimo emendamento fosse la pietra angolare della Costituzione. Né Washington né Jefferson immaginavano gli oneri politici e fiscali tipici di un impero.

Così quando Woodrow Wilson imbarcò la nazione sul percorso dell’Impero nell’aprile del 1917 e FDR lanciò l’interventismo nazionale col New Deal nel marzo 1933, il dado era ormai tratto. Era solo una questione di tempo prima che la sconnessione tra uno stato preponderante e le pastoie strutturali di Madison finissero con un impasse.

La FED è ormai all’angolo ed è a corto di polvere da sparo asciutta. Anche i suoi manager keynesiani sono determinati a normalizzare e ridurre un bilancio straordinariamente gonfio.

È giunto il momento del giorno del giudizio fiscale. Con il sedativo finanziario della monetizzazione in pausa, i bond vigilantes presto si risveglieranno dal loro sonno trentennale.

Lo step imminente è la crisi del tetto del debito. I repubblicani non raggiungeranno mai un accordo su un disegno di legge per aumentare il massimale del debito di almeno $2,000 miliardi, necessari per arrivare fino a novembre 2018. Questo perché i conservatori del Freedom Caucus non sarebbero mai d’accordo con un disegno di legge simile. Accettando una simile misura, tradirebbero la ragione fondamentale per cui sono andati a Washington.

La fine dei giochi è abbastanza chiara. Dopo diversi falsi avvisi, la Casa Bianca di Trump sarà costretta a rivolgersi ai democratici per votare ed aumentare il massimale del debito, ma ciò avrà un prezzo.

Non solo Trump sarebbe costretto a salvare l’Obamacare con sovvenzioni alle compagnie di assicurazione per impedire che i tassi sforino la doppia cifra e che crolli la copertura sugli scambi statali, ma significherebbe anche mettere da parte il suo programma.

Ciò comporterebbe la riduzione dei tagli di spesa in ambito domestico contenuti nel bilancio dell’Amministrazione e l’insediamento di un piano fiscale modesto, vincolato dalla neutralità delle entrate fiscali.

Anche se Trump dovesse accettare un quid pro quo con i democratici ed ottenere voti per un aumento del tetto del debito, sarebbe presto superato da una conseguenza molto più grande: l’implosione di una qualsiasi maggioranza repubblicana a Capitol Hill.

Questo perché una Casa Bianca che stringe un accordo coi democratici sul massimale del debito, significherebbe perdere la fiducia del GOP in materia fiscale da qui in avanti. La complicità della Casa Bianca nel salvataggio dell’Obamacare sarebbe considerata un tradimento ingiustificato.

Trump non ha quasi più nessun amico nella Città Imperiale tra i ranghi del GOP, figuriamoci se dovesse “salvare” l’Obamacare.

Nelle amministrazioni passate i funzionari del Tesoro hanno progettato piani per dare priorità ai pagamenti agli obbligazionisti in modo che, se il governo fosse rimasto a corto di denaro, avrebbe potuto evitare il default per il debito statunitense.

Un simile scenario sarebbe molto difficile da gestire oggi, perché i conti sarebbero o dilazionati o non pagati, rendendo necessaria la prevenzione di un effettivo default. La priorità dei pagamenti potrebbe portare ad un balzo dei tassi d’interesse e ad un crollo del mercato azionario, hanno detto gli analisti.

Questo è un eufemismo, perché i conti non pagati causeranno uno shock fulminante sia a Washington che a Wall Street.

Se c’è una lezione da apprendere riguardo la crisi del 2008, è che le élite e i robo-trader a Wall Street non sono al servizio di un Congresso che non li asseconda. Ciò è diventato chiaro quando il mercato azionario è sceso di oltre 800 punti durante l’intervallo di quindici minuti quando il primo voto TARP venne rigettato (e poi votato).

La non conformità con le richieste di Wall Street (proteggere il credito degli Stati Uniti a tutti i costi) ed il disordine politico a Washington, partoriranno uno shock. Scatenerà il panico a Wall Street e darà un grande mal di testa a Trump.

Questo perché Trump ha sbandierato l’aumento del 18% delle medie azionarie dall’8 novembre come segno di approvazione della sua presidenza. Invece avrebbe dovuto far scoppiare la bolla chiedendo le dimissioni della Yellen e incolpando la FED.

Avendo intrapreso la strada facile, abbracciare la bolla del mercato azionario, Trump presto se ne pentirà: sarà incolpato per la crisi del tetto del debito che ha ereditato e per aver causato il terzo grande crash del mercato azionario di questo secolo.

L’articolo del WaPo fornisce il background, ma il conto alla rovescia è nei numeri del Tesoro USA. L’anno scorso ha raccolto solo $595 miliardi tra il 14 luglio e la fine dell’anno finanziario il 30 settembre.

La raccolta fiscale dell’anno scorso negli ultimi 78 giorni dell’anno fiscale ammonta a $7.6 miliardi. Questa cifra potrebbe raggiungere gli $8 miliardi quest’anno in base alla raccolta erariale totale.

Se facciamo i conti, Washington ha speso $2,600 miliardi entro la fine di maggio, ovvero circa $11 miliardi al giorno. La crisi politica e fiscale diventerà un disastro permanente nella Città Imperiale e il tonfo a Wall Street diventerà un cratere.

Saluti,

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/

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