Geopolitica Mediorientale. I nuovi equilibri per l’ovest Asiatico

Di Chris Barlati , il - 14 commenti

 

Il referendum inerente la creazione di un Kurdistan in uno stato a sovranità irachena, la pubblicazione esplicita di prove che confermano l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti al terrorismo internazionale in Siria, la dichiarazione di guerra made in USA con lo spot propagandistico di Morgan Freeman*(Dopo Obama, i neri che appoggiano chi ammazza i neri sono diventati una prassi) sono tutti segnali non lasciano spazio a fraintendimenti: l’establishment del deep state statunitense preme per lo scoppio di un nuovo conflitto, e se ciò non dovesse accadere al più presto, la sovrastruttura militare neoconservatrice si ritroverebbe con i giorni contati, data l’accelerazione del processo di trasformazione multipolare che ha data di ufficiale scadenza nel 2020.

Russia e Stati Uniti. La politica del ‘pareggio’

La guerra in Africa Mediterranea non è stata perduta dagli statunitensi, tanto meno è stata vinta dalla coalizione filo siriana, poiché la Siria è stata ed è tuttora solo un campo di battaglia, e non la fase finale del conflitto mondiale in corso.

La Libia, per fare il punto della situazione, è stata prontamente conquistata dagli eserciti europei negli anni scorsi, in primis dai francesi, e poi consegnata al controllo NATO, ovvero statunitense. La frammentazione dello stato più ricco d’Africa, che costituiva da solo il 40 per centro del patrimonio petrolifero africano, ha giocato un ruolo determinante nel rafforzamento delle linee difensive del terrorismo di Daesh e dei gruppi ‘moderati’ ad essa affiliati.

La Libia rappresenta la perfetta concretizzazione delle strategie statunitensi e coloniali euro atlantiche, nonché un fulgido esempio delle politiche di disinformazione e di mancanza di autonomia, che caratterizza le potenze minori (Italia in classifica).

Francia, Inghilterra e Italia sono le forze europee presenti nel territorio, attive, secondo la versione ufficiale, per garantire la riuscita di missioni umanitarie. Tuttavia, è ragionevole supporre che le truppe dislocate abbiano un secondo fine, ben più mirato, che non preclude l’esclusiva supervisione della ‘ricostruzione’, grosso e ghiotto boccone con il quale gli americani hanno ‘comprato’ il servile silenzio stampa e d’inchiesta parlamentare delle rispettive nazioni (l’assoluta assenza di notizie riguardanti la Libia è così spiegata).

La presenza permanente di contingenti speciali, con tanto di segreto di Stato posto sulle relative documentazioni, lascia facilmente intendere che la Libia, la Siria e il terrorismo vivono un intreccio che lega fazioni filoccidentali e filosiriane in un conflitto che ha avuto in Siria solo un inizio di ‘prova ‘, un test, e che in futuro riguarderà molto probabilmente e in maniera esplicita più soggetti, stati ed interessi strategici, sia nel breve che nel medio periodo.

La Siria: il pareggio della Russia e la rivincita dell’Iran e del Libano.

Ciò che è certo è che ad opera dei Russi, degli iraniani e dell’esercito di Hezbollah è stato sventato il tentativo degli Stati Uniti di destabilizzare l’area dell’est mediterraneo, che dalla Libia alla Siria concorreva come l’estremo della cortina che avrebbe dovuto costituire il trampolino per l’invasione dell’ovest Asiatico, nonché per l’infiltrazione delle influenze americane ed israeliane, utili come cuscinetto per le crescenti ingerenze multipolari di Russia, Iran e indirettamente anche Cina.

Essendo la Libia oramai territorio statunitense, l’intervento Russo in Siria e l’instaurazione di una presenza permanente nel territorio si configurano come un contrappeso nell’area Mediterranea, che riporta in parità gli equilibri infranti dalla Francia a seguito dei raid illegali su Tripoli, e che ristabilisce un pareggio da cui gli statunitensi tentano forsennatamente di divincolarsi.

Il cuore del Mondo

Ogni mediocre analista geopolitico sa bene che il cuore del mondo è costituito dal quadrilatero che confina con i 4 Mari più importanti del pianeta, il Mediterraneo, il Caspio, l’Arabico e il Rosso; e con una punta di territori che, comprendendo Iraq, Iran e Arabia Saudita, si protrae verso il Mar Caspio, a forma di un vero e proprio cuore.

I più che prossimi confini con le superpotenze costituiscono le arterie del suddetto cuore, e le vicinanze agli inestimabili pozzi petroliferi il sangue e la linfa che dai pozzi, gli stessi pozzi che hanno fatto scoppiare innumerevoli guerre nel corso della storia mondiale, inondano i mercati economici planetari.

Gli isterismi, le politiche impulsive e le tanto ‘inspiegabili’ quanto repentine alleanze avvengono tutte in considerazione di tali precedenti. Per quanto possa essere inspiegabile ad occhio inesperto, dunque, un’area tanto ricca non può non essere che attraversata da simili epilessie socio-politiche, che hanno come conseguenza variabili e mutevoli strategie nonché altalenanti logiche d’attuazione militare.

Il multipolarismo in Asia Mediorientale: il problema del Kurdistan

La strategia degli Statunitense è semplice. Servendosi dell’appoggio incondizionato di Arabia Saudita, Israele, e della presenza di innumerevoli truppe speciali e di spionaggio allocate in Iraq, Kuwait, Afghanistan e Turchia(al di là degli ultimi capricci), gli U.S.A. tentano di isolare singolarmente i rispettivi stati nemici e di rallentare il processo di consolidamento delle temporanee alleanze regionali; alleanze che in nome di un tanto contorto quanto efficace multipolarismo si sta lentamente calcificando -anche se non omogeneamente – nella regione in conflitto.

La ‘vittoria’ della coalizione anti Daesh, che comprende esclusivamente Russi, Siriani, Iraniani e truppe di sfondamento Hezbollah, ribadiamo non segna la fine del conflitto mondiale in corso, attivo sui fronti:

  • Ucraini ai confini con la Russia, per la destabilizzazione alle porte di Mosca.
  • In America Latina, per la conquista delle enormi ricchezze del Venezuela e per la creazione del tanto pionieristico ”giardino di casa”, attraverso lo smembramento e la privatizzazione delle industrie petrolifere e del ricchissimo patrimonio venezuelano, in cambio dell’assoluta fedeltà dei narco stati confinanti.
  • In Yemen, ad opera dell’Arabia Saudita, per il controllo del golfo di Aden e per la totale affermazione della casa saudita sull’intera penisola.

Dunque, il referendum ‘incostituzionale’ avvenuto nello stato Iracheno, che esplicita la volontà dei curdi – da sempre oggetto di preoccupazione sia per gli statunitensi che per gli arabi – inerente la creazione di un’entità indipendente non vincolata al governo centrale dell’Iraq, rappresenta agli occhi degli israeliani e degli statunitensi un’ottima alternativa per l’apertura di un fronte parallelo che possa destabilizzare ulteriormente la situazione di stallo ed impedire in tal modo una ‘balcanizzazione’ in chiave filorussa degli equilibri esistenti. Le dichiarazioni a sostegno dell’ ‘indipendenza’ del Kurdistan da parte di U.S.A. e Israele, nonché le già stabilite alleanze con i gruppi militari e le tribù presenti nell’area (che hanno permesso ai Curdi e agli statunitensi un incremento dell’influenza oltre le zone normalmente rivendicate), travalica i confini iracheni e sfocia in preoccupazioni che riguardano gli stati limitrofi

Baghdad si è subito dichiarata contraria alla frammentazione del territorio e della sua sovranità, insieme alla vicina Siria e all’Iran, le quali temono, date le rivendicazione dei Curdi (supportate militarmente dagli Stati Uniti), una mutilazione dei territori di confine. Iran, Turchia e Baghdad hanno già annunciato sanzione volte ad isolare economicamente la regione e attivato protocolli di sicurezza nazionale.

Un referendum anti Assad

Risale al mese scorso la notizia secondo cui il presidente americano Donald Trump avrebbe avuto intenzione di incrementare il numero di militari in Afghanistan, e per i seguenti motivi:

  • incremento della lotta al terrorismo
  • esercitare pressioni sul Pakistan che secondo Trump protegge gli ”estremisti”
  • esercitare pressioni su Kabul per convincere il governo a ”fare riforme”

La retorica adoperata è sempre la stessa da oltre un decennio, ma il contesto politico invece è mutato radicalmente. L’operazione Kurdistan, quindi, visti i risultati positivi ottenuti dalla lotta al terrorismo in Siria da parte del governo Russo, ha indotto un cambio di strategia nei piani di invasione statunitensi, i quali da tempo avevano ben pensato di proporsi, da prassi regolare, come alleati di un gruppo etnico minoritario che rivendicasse con decisione una propria autonomia in una ben determinata e contesa regione.

Non sono mancati sponsor per i Curdi ovviamente, i quali hanno colto a braccia aperte l’aiuto offerto in tempo record dagli U.S.A e dal vicino Israele, finanziatori di quell’Isis contro il quale hanno combattuto fino a qualche tempo addietro.

L’operazione ‘referendum’ quindi, se mai dovesse realizzarsi nella sua concretezza, provocherebbe una ulteriore frammentazione del medioriente asiatico nonché una escalation delle rivalità vigenti tra le rispettive etnie.

Il pericolo  principale è che si realizzerebbe una balcanizzazione degli equilibri vigenti, non certamente ad assoluto vantaggio dei Russi, ma tanto meno favorevole agli Stati Uniti. Dunque, un polipolarismo difficilmente gestibile se non addirittura incontrollabile.

Tuttavia, occorre sottolineare che questa frammentazione del multipolarismo, ammessa e non concessa, provocherebbe se incontrollata una ingestibile situazione nel ‘Cuore del Mondo’, dalla quale, in termini di ‘male minore’, ne trarrebbe vantaggio la Russia sic stantibus rebus grazie al suo alternarsi di diplomazia e di realpolitik, di cui Putin è maestro.

Attenderemo altre notizie al riguardo, impazienti di vedere l’evolversi o il degenerare delle situazioni e del fenomeno Kurdistan.

https://francais.rt.com/international/43920-vladimir-poutine-annonce-intensification-cooperation-turquie-russie-syrie

https://www.spanish.almanar.com.lb/129996

http://www.huffingtonpost.it/2017/08/24/donald-trump-vuole-in-afghanistan-piu-soldati-italiani_a_23158479/

http://nena-news.it/kurdistan-barzani-congeleremo-lindipendenza/

Anche i Curdi hanno la loro lobby…

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