Irma è stata dolce ma ora torna lo spauracchio coreano o crolla tutto. E attenzione a Bitcoin..

Di Mauro Bottarelli , il - 109 commenti


Al netto dei danni materiali, ingenti ma ancora da quantificare nella loro entità reale e mettendo le situazioni in prospettiva, l’uragano Irma si è rivelato la proverbiale tempesta in un bicchiere d’acqua: ad oggi, i morti negli USA sono 11 (7 in Florida, 3 in Georgia e 1 nel South Carolina), mentre a Livorno, per un nubifragio, se ne contano 8. I toni utilizzati, dai media come dalle autorità statunitensi, negli ultimi giorni sono stati realmente apocalittici, addirittura con Donald Trump che affidava la nazione nelle mani di Dio: sono bastate, in molte aree, quelle più prosaiche della FEMA. C’è, in verità, qualcuno che si è fatto male, come mostrano questi grafici,


ovvero chi si è bevuto la narrativa dell’armageddon meteorologico e ha scommesso forte sui cosiddetti cat-bonds: un bagno di sangue. Insomma, Irma rischia di portare – paradossalmente – più benefici che danni, sia a livello di budget che di discussione sul cosiddetto debt ceiling. La Casa Bianca ha già promesso aiuti e stanziamenti eccezionali, un qualcosa che verrà scorporato dai calcoli che stavano facendo saltare in aria il Congresso: di fronte alle immagini della resistenza di Miami, contrabbandata per giorni come la Stalingrado del global warming, qualche magheggio salterà fuori. Magari anche relativo alle revisioni del Pil o a voci come le spese per consumi, visto l’assalto ai centri commerciali da “day after” che ha anticipato l’arrivo dell’uragano. Insomma, l’emergenza fa bene. I mercati USA lo testimoniano, visto che la retorica del diluvio universale non ha scucito loro che un breve plissè, dopodiché business as usual, con i buybacks che ancora regalano gioie.

Ma c’è emergenza ed emergenza. Irma è stata la ciliegina ma gli USA hanno bisogno della torta e quella continua ad avere il phisique du role di Kim Jong-un, visto che passato l’allarme meteorologico, la Corea del Nord è tornata prepotentemente – e strumentalmente – al centro del Senato globale, dove si discute ciò che le colonie dovranno ricevere come versione univoca dei fatti. E, quindi, ad essa adeguarsi. Ieri sera, al Palazzo di Vetro dell’Onu è infatti andata in scena l’ennesima pantomima, recitata questa volta all’unisono da tutti i players mondiali, Cina e Russia incluse. Il Consiglio di sicurezza ha infatti varato all’unanimità un pacchetto di nuove sanzioni contro PyongYang, definite “le più dure di sempre”, in risposta all’ultimo test nordcoreano, quello del 3 settembre con un vettore che ha sorvolato il Giappone e che era in grado di montare una testata nucleare capace di colpire gli USA.

E in cosa consterebbe questo castigo dell’ONU? Bando alle esportazioni tessili di PyongYang e limitazioni nell’import di petrolio e gas naturale. Scusate ma non si era arrivati a evocare l’attacco atomico preventivo per quel test missilistico? E ci si accontenta di questa roba? Tanto più che, giunta l’approvazione, l’ambasciatrice USA, Nikki Haley, una che fa colazione inalando napalm, si è detta pienamente soddisfatta e ha dichiarato che “gli USA non vogliono la guerra”. A parte lo Xanax-party che si è tenuto per la delusione alla redazione de “Il Foglio” e alla solita reazione da bullo di quartiere di Kim Jong-un – “Pagherete con le maggiori sofferenze”, ha dichiarato nei confronti di Washington -, siamo alla farsa: dalla guerra atomica ai tarallucci e vino dell’ONU. Perché?

Perché lo spauracchio nordcoreano serve come il pane, mica si può avere un uragano tutte le settimane a monopolizzare l’attenzione e montare quel bel clima d’emergenza che piace alle Borse. E serve in principal modo per nascondere questo,




ovvero il fatto che più passa il tempo e più l’America reale sprofonda senza speranza nelle sabbie mobili del debito. Quindi, qualcosa che abbia la duplice funzione di attivazione del moltiplicatore bellico del Pil e placebo per le menti intossicate dagli oppiacei degli americani è benedetto. Di più, fondamentale. E poi serve a questo,

ovvero a mantenere in vita la favola bella dell’eurozona in ripresa sostenuta e sostenibile, questo nonostante Mario Draghi continui a calciare in avanti il barattolo del taper del QE e si arrivi al paradosso di una BCE che si dice spaventata dall’euro forte (tanto da promettere altro stimolo) ma si fa contemporaneamente le seghe sui dati macro, alzando le stime di crescita per l’anno in corso. Sarà. Ma serve soprattutto ad evitare che sul mercato dia troppo nell’occhio questo,

ovvero il fatto che la Bank of Japan oggi detenga il 75% di tutti gli ETF nipponici, un aumento di 10 volte degli acquisti dal dicembre 2010, tanto che anche il numero uno della Borsa di Tokyo, Akira Kiyotasays, si è detto “preoccupato per il rischio di costante distorsione posto dagli acquisti della Banca centrale”. Ma vah? Ed essendo il Giappone nel mirino diretto della Corea del Nord, è vitale che quella minaccia da pantomima continui a restare tale e a funzionare da cortina fumogena di guai ben più gravi. E reali. Nel frattempo, si pompa la spesa per la difesa come non mai, poi si vedrà. Com’è bello il mercato nell’era della destabilizzazione perenne.

Ma attenzione, perché il pubblico mediatico e il parco buoi può anche crederci a queste pagliacciate ma qualun’altro no. Oggi pomeriggio è uscito il sondaggio mensile tra i fund managers di BofA-Merrill Lynch, ampliato questa volta non solo al “tail risk” ma anche ad altre dinamiche. Questi grafici


ci dicono come formalmente la Corea del Nord sia ancora il rischio improbabile ma non impossibile che si teme di più ma questi altri


parlano invece la lingua del realismo: volatilità e bolla equity sono rispettivamente le variabili che si teme e ci si aspetta nei prossimi sei mesi e che si ritiene più sottovalutata. E che qualcosa, nel sottosuolo dei mercati drogati dalle Banche centrali, cominci a scuotersi seriamente, lo dicono questi ultimi due grafici,


sempre contenuti nel report di BofA-Merrill Lynch: non solo andare long sul Bitcoin è il trade più trafficato, stando ai fund manager ma la criptovaluta è balzata fuori dal nulla, tra agosto (dove era assente nelle risposte) e settembre, dove è prima. Tempo di cominciare a ragionare con una nuova mentalità e rispetto a un’epoca nuova? Di sicuro ci sono due cose. Il crash non è distante, troppa gente sta cercando di ballare vicino alla porta d’uscita. Secondo, la pantomima di PyongYang è troppo vitale per finire, quindi temo che andrà ben oltre il congresso del Partito Comunista cinese del prossimo ottobre. Ho voluto tornare alla versione Bottarelli di un tempo per una volta, perché temo che fosse proprio necessario. Preparate i pop-corn.

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