Israele è agitata, a fine ottobre il re saudita andrà da Putin. E se saltano i “proxy”, salta anche Bibi

Di Mauro Bottarelli , il - 194 commenti


Cominciano davvero a fare tenerezza. Mercoledì la Commissione ONU sui crimini in Siria ha reso noto che l’attacco chimico dello scorso aprile nella provincia di Idlib era da attribuirsi al governo di Assad, il quale per perpetrare l’atto avrebbe utilizzato un aereo di fabbricazione russa. Stranamente, questa risultanza è emersa ad orologeria 24 ore dopo l’ingresso delle forze governative siriane a Der ez-Zor, ponendo fine all’assedio pluriennale dell’Isis nella città. Ancora più strano il fatto che, a due ore dalla pubblicazione del report ONU, Facebook abbia reso noto di aver ha venduto spazi pubblicitari politici a una società russa durante le elezioni presidenziali USA del 2016. Il social network ha sottolineato di aver rinvenuto circa 100mila dollari di spese pubblicitarie legate ad account falsi, riconducibili probabilmente alla Russia.

Nei messaggi pubblicitari non si faceva espresso riferimento al voto (ma no!) ma la maggioranza delle pubblicità è stata sfruttata fra il giugno 2015 e il maggio 2017 ed era legata a circa 470 falsi account e pagine Facebook: “Le nostre analisi indicano questi account e queste pagine erano legate le une alle altre e probabilmente operate dalla Russia”, affermava Facebook, la quale – da brava bambina – ha immediatamente fornito quanto rinvenuto alle autorità. Ma guarda, l’azienda che più di ogni altra vive di news e comunicazione in tempo reale, che se scrivi “Boldrini” in un post è pronta a bloccarti e bannarti dopo un nanosecondo, ci mette un anno a scoprire le presunte evidenze legate a uno scandalo di cui tutta l’Ameria parla a almeno sette mesi e che vede le autorità vagamente nella merda nel tentativo di tenere in piedi quel baraccone chiamato Russiagate. Davvero strana la vita.

Infine, dopo aver resi noti i particolari della mega-esercitazioni anti-Hezbollah che partirà matedì prossimo, ieri Israele ha ben pensato di attaccare con quattro jet partiti dal Libano un’infrastruttura militare siriana, indicata – guarda caso – come centro per la produzione di armi chimiche. L’esercito di Assad ha subito minacciato “pericolose ripercussioni di questa azione aggressiva sulla sicurezza e stabilità della regione” e ha affermato che “questa aggressione giunge nel disperato tentativo di innalzare il morale crollato dei terroristi dell’Isis dopo le vaste vittorie riportate dall’esercito siriano su più di un fronte e, quindi, conferma il diretto supporto fornito da Israele all’Isis e ad altre organizzazioni terroristiche”. Al riguardo, un ex capo dell’intelligence militare israeliana, Amos Yadlin, ha scritto su Twitter che non si tratta di routine e che quello preso di mira è un centro scientifico militare: “La struttura a Masyaf produce anche armi chimiche e barili esplosivi che hanno ucciso migliaia di civili siriani”, ha scritto. Olé, riparte la tarantella.

O forse no. Perché al netto del palese atto di aggressione bellica verso uno Stato sovrano e all’allarme che le esercitazioni della prossima settimana pongono a livello di potenziale provocatorio in un’area e in un momento caldissimo, le notizie nel mondo circolano. Anche se si vuole censurarle. Ricorderete come due settimane fa, Benjamin Netanyahu fu protagonista di un’improvvisata visita a Sochi per incontrare Vladimir Putin, al quale il premier israeliano non solo ribadì la preoccupazione israeliana per l’attivismo dell’Iran in Siria ma minacciò addirittura di bombardare il palazzo presidenziale di Damasco se questo non fosse cessato e o se si fosse palesato come chiaro atto di supporto a Hezbollah. Ricorderete, altresì, il gelo di Putin al riguardo: nessuna dichiarazione in merito trapelò dalla dacia di vacanza del presidente russo.

Strano, visto il livello del meeting, ancorché informale. Bene, la Pravda l’altro giorno ha offerto qualche particolare in più su quell’incontro. Primo, Benjamin Netanyahu era in visita a Washington con un delegazione di ufficiali senior dell’intelligence, quando decise di incontrare Putin ed ecco come il giornale russo inquadra l’avvenimento: “Stando a testimoni oculari della parte non strettamente privata dell’incontro, il primo ministro israeliano era estremamente nervoso, a tratti addirittura al limite del panico. Ha descritto al presidente russo un quadro della situazione al limite dell’apocalittico per il mondo, se non si fossero bloccati gli sforzi iraniani nell’area. Questo perché, alla base di ogni suo discorso, rimane la convinzione che Teheran voglia distruggere lo Stato ebraico”.

Il quadro è stato confermato da un commentatore israeliano sotto anonimato e ci apre un quadro molto netto: Benjamin Netanyahu è volato sia a Washington che a Sochi per bloccare l’Iran e le sua attività in Siria ma nessuna delle due controparti gli ha offerto non solo collaborazione ma nemmeno rassicurazioni in merito. Nessuna garanzia, nemmeno una pacca sulla spalla o una strizzatina d’occhio. Da più parti, il panico di Netanyahu viene letto in due modi. Primo, il timore dell’isolamento internazionale, soprattutto alla luce della campagna di accuse interne nei suoi riguardi per corruzione. Secondo, la consapevolezza di aver sposato la causa sbagliata in Siria, oltretutto muovendo non poche pedine “visibili” e aver alla fine perso.

Vero? Falso? Davvero Israele fa la voce grossa in Siria solo per il panico politico e personale del suo premier? Davvero il raid dell’altro giorno è stato più un messaggio in codice a Trump e Putin che un avvertimento diretto ad Assad? C’è una quarta persona da contemplare nel quadro, capace di dare una possibile spiegazione all’atto davvero poco ragionato di Tel Aviv. Dopo settimane di rumors al riguardo, ieri da Mosca è arrivata la conferma che in molti attendevano: alla fine di ottobre, il re saudita Salman Bin Abdulaziz Al Saud sarà in Russia per incontrare Vladimir Putin: , ha confermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Si tratta della prima visita di un regnante saudita in Russia e, soprattutto, un potenziale cambio di paradigma in uno degli assi proxy più strategici di sempre: quello fra Ryad e Tel Aviv in chiave anti-Assad.

E anti-sciita. Ma, soprattutto, anche di un potenziale game changer in fatto di equilibri energetici. Il tutto con il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, che visiterà l’Arabia Saudita nei prossimi giorni, di fatto per preparare il grande evento nei minimi dettagli con i funzionari e i dignitari sauditi. In ballo non c’è soltanto la Siria e il grande risiko mediorientale ma anche l’interesse di Rosneft, la compagnia petrolifera di Stato russa, per Aramco, la controparte saudita che verrà privatizzata in parte l’anno prossimo, un’operazione che ha già avuto il via libera di massima delle due parti al Forum economico internazionale di San Pietroburgo dello scorso maggio.

Nello stesso mese, il principe saudita Mohammad bin Salman visitò la Russia proprio in seno a iniziative a latere del Forum e in questa occasione ha incontrato personalmente Vladimir Putin, con il quale ha siglato sei accordi commerciali, tra cui uno legato al programma nucleare, in base al quale la Russia aiuterà Ryad nella costruzione di 16 impianti nucleari nel Regno. Inoltre, con sublime scorno degli americani che qualche mese dopo avrebbero siglato accordi miliardari durante la riunione della cosiddetta “NATO araba” a Ryad, durante quei giorni di primavera, Putin e Mohammad bin Salman si accordarono anche per contratti relativi a infrastrutture e armamenti: un totale di oltre 10 miliardi di dollari di controvalore solo nella parte preventiva dell’accordo, cui sarebbero seguite discussioni legate a un joint venture per costruzioni e ferrovie.

Ma, soprattutto, Russia e Arabia Saudita stanno lavorando a un progetti congiunti nell’industria petrolchimica, nel campo delle energie rinnovabili e in quello legato alle tecnologie per il gas naturale liquefatto, con Ryad interessata ad entrare nel business legato a quest’ultimo settore nell’Artico. Inoltre, la collaborazione fra Aramco e Rosneft dovrebbe essere prodromica a un progetto di rilevanza epocale, ovvero l’ampliamento della collaborazione fra Paesi OPEC e non OPEC proprio nel campo del gas oltre che del petrolio, integrando così il Gas Exporting Countries Forum (GECF) e creando un nuovo, potentissimo cartello del mercato energetico. Cui Mosca punta ad essere leader. Sarà per questo che Israele si agita tanto? Difficile dirlo con certezza. Ma se, casualmente, nelle prossime settimane la Tangentopoli che vede protagonista Benjamin Netanyahu subirà una netta accelerazione e un aggravamento dei toni, una risposta indiretta ci sarà stata fornita.

Una cosa è certa, gli USA non possono accettare un patto Mosca-Ryad senza colpo ferire. Qualche tipo di risposta dovrà essere recapitata: magari usando un altro proxy in questa stagione di alleanze che si disfano e si creano ogni giorno. Magari con una bella provocazione o false flag nel corso delle esercitazioni israeliane. D’altronde, l’Isis è in rotta e in fuga dalla Siria ma ben protetto dagli USA, i quali hanno sgomberato i capi militari dello Stato Islamico da Deir ez-Zor prima della disfatta. Sul campo, qualche agente provocatore c’è ancora. E potrebbe risultare molto utile.

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