E se Kim non volesse solo provocare Washington ma bensì “avvertire” il Partito comunista cinese?

Di Mauro Bottarelli , il - 70 commenti


Show must go on. Il governo giapponese ha alzato il livello di potenza del sesto test nucleare condotto dalla Corea del Nord fino a 160 chilotoni, equivalenti a dieci volte la detonazione della bomba atomica di Hiroshima sganciata sulla città di Hiroshima nel 1945. “L’esplosione è stata largamente superiore a quella dei test precedenti – ha detto il ministro della Difesa Itsunori Onodera – e non possiamo escludere che si tratti di una bomba all’idrogeno. Il regime di Pyongyang si sta evolvendo sia nello sviluppo balistico dei missili che nella tecnologia nucleare”.

Come dire, nessuno provi a sottovalutare la minaccia e a far cadere ancora una volta nell’oblio la faccenda. Non c’è pericolo, lo spauracchio nordcoreano fa troppo comodo e troppi players globali, USA e Cina in testa. E partiamo proprio dagli USA, per l’esattezza da uno dei milioni di tweets di Donald Trump: mentre infatti il mondo era troppo indignato per il ritiro delle legge sui cosiddetti “dreamers”, ovvero i figli di clandestini che potrebbero non beneficiare più della cittadinanza e di ciò che essa comporta in termini di diritti, ecco cosa scriveva il titolare della Casa Bianca:


della serie, il supermercato a cielo aperto degli armamenti è pronti ad andare a forza quattro, venghino signori venghino. E, guarda caso, proprio mentre impazzava il dibattito sul tetto di dibattito, quel tweet ha reso possibile questo:

il mondo intero ha ancora fame di Treasuries USA! Ma se Corea del Sud e Giappone sono ben felici di comprare armamento statunitense nella folle corsa dei Dottor Stranamore 2.0, questi grafici


ci mostrano come Washington sia ben felice di vender loro quelle armi: dopo il balzo garantito in luglio proprio dagli strabilianti risultati di Boeing, il dato degli ordinativi industriali di agosto langue. Un po’ più di paura permanente potrebbe risultare un toccasana per il moltiplicatore del warfare. E il Pil ringrazia.

Ma attenzione, perché molti equilibri geopolitici stanno intrecciandosi in queste ore, quasi stesse prendendo forma una strana Yalta 2.0 che vedesse al centro della spartizione un’alleanza silenziosa e tutta economica fra Cina e USA che disturba gli altri attori. Partiamo dalla Corea del Sud, la quale si è dotata dello scudo anti-missile THAAD statunitense e può ora comprare liberamente armi dagli USA ma che ha un enorme timore: proprio il fatto di essere usata come pallina in una partita di ping-pong diplomatico fra Washington e Pechino, risultando però fortemente a rischio nel caso Kin Jong-un volesse davvero andare oltre con i suoi piani missilistici.

Detto fatto, oggi il presidente sudcoreano, Moon Jae-in, ha chiesto aiuto all’omologo russo, Vladimir Putin, per riportare a più miti consigli la Corea del Nord che dopo il potente test nucleare di domenica ha messo a rischio la sicurezza globale. “La situazione politica globale è diventata molto seria a causa delle ripetute provocazioni di Pyongyang”, ha affermato Moon nel bilaterale avuto a Vladivostok, a margine del terzo Forum economico orientale. “Credo che la situazione – ha detto Moon – possa entrare in una fase incontrollabile se non si fermano le provocazioni”. E mentre Moon si apprestava a un bilaterale con il premier nipponico Shinzo Abe, ecco la risposta di Putin: “E’ impossibile risolvere il problema della Corea del Nord solo con le sanzioni: non dobbiamo mettere la Corea del Nord all’angolo, bisogna mantenere la lucidità… Sulla crisi coreana è molto difficile fare progressi senza il ricorso a strumenti politici e diplomatici. Le nostre considerazioni politiche sono state presentate nella roadmap russo-cinese.

Chiediamo a tutte le parti interessate di dare uno sguardo più attento all’iniziativa che, secondo noi, suggerisce una strada concreta per alleviare le tensioni e risolvere il problema gradualmente”. Per finire, poi, lo zuccherino per Seul: “Ho confermato al signor Moon Jae-in la nostra posizione di principio: non riconosceremo lo status nucleare della Corea del Nord. Il programma missilistico-nucleare di Pyongyang viola in modo pesante le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu, mina il regime di non proliferazione e rappresenta una minaccia per l’Asia nord-orientale”.

Eppure, lo stesso Putin ha detto che la Corea del Nord non può essere strangolata e costretta a vivere in un regime di assedio permanente. Che gioco sta perseguendo il Cremlino? Semplice, si sta posizionando. Perché se la Corea del Sud ha bisogno dell’appoggio pesante a livello politico-diplomatico di Mosca per evitare che Cina e USA la utilizzino come merce di scambio o di ricatto, con tutti i rischi che ne conseguirebbero, Mosca ha bisogno di tenere il piede in due scarpe: non apparire il tutore di un regime indifendibile agli occhi della comunità internazionale come quello di PyongYang ma anche restare sul palcoscenico che conta, pena concedere egemonia totale alla Cina nella disputa in atto. Ipotesi che Vladimir Putin non vuole nemmeno contemplare.

Insomma, a parte la Corea del Sud, tutti quanti hanno da guadagnare affinché la pantomima nordcoreana vada avanti il più possibile con la sua benefica instabilità per l’economia e la politica: USA, Cina, Corea del Nord, Russia e Giappone. Tutti, ancorché con finalità dirette diverse. E come mai, di fronte all’interventismo russo, la Cina pare così poco attiva? Al netto di un molto retorico e quasi brezneviano “l’America non può arrogarsi i destini del mondo intero” pronunciato da Xi Jinping durante il vertice annuale dei Brics, Pechino appare infatti molto più dimessa di Mosca sullo scacchiere, quasi attendesse qualcosa. E quel qualcosa ha un nome e una data, prima della quale i saliscendi della tensione con PyongYang saranno garantiti: il 18 ottobre, infatti, inizierà il 19mo Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC), chiamato a decidere la successione al vertice e, soprattutto, la linea economica dei prossimi 10 anni.

Cosa c’è di particolare rispetto al passato? Che cinque dei sette membri del Comitato centrale andranno con ogni probabilità in pensione e verranno sostituiti, di fatto tramutando il secondo mandato di Xi Jinping – attualmente senza successori designati – in un passaggio fondamentale per il destino del Paese: inserire la sua dottrina politica nella costituzione del Partito, di fatto vincolandone il cammino futuro. Ad oggi, Xi Junping gode di un forte supporto popolare, nonostante il rallentamento della crescita economica, presupposto quest’ultimo del patto sociale post-Tienanmen: ovvero, supporto politico in cambio di Pil in area 7%.

Ma Xi Jinping ha detto chiaramente che la sua idea è quella di una Cina economicamente nuova, meno dipendente da sovra-produzione ed export e più focalizzata su domanda interna e servizi: un Paese moderno e aperto, comunista solo sulla carta, tale da garantirsi lo status di economia di mercato a livello ufficiale. Come fare tutto ciò, però, nel quadro di un sistema di potere arcaico ed elefantiaco, che tutto blocca e tutto controlla, a partire da moneta e mercato azionario? Ecco quindi il timore che serpeggia tra chi teme la svolta: il cambio radicale al vertice del potere – il Comitato centrale – e l’assenza di eredi o contendenti credibili, potrebbe spingere Xi Jinping al colpo di mano morbido in seno al Politburo. Benedetto da parte dell’establishment USA, il quale sarebbe ben felice di continuare a fare la guerra a Pechino solo in tv o nei resoconti dei giornali e fare del sacrosanto business nella realtà, non fosse altro per smettere di importare deflazione da Pechino. Ma se c’è accordo sul core business economico, si troverà accordo anche sul commercio e sui nodi di espansionismo geopolitico, vedi in primis il Mare Cinese del Sud.

E PyongYang non accetta un ruolo di Washington nell’area superiore a quello che ha già, pena il rischio pressoché certo di venire stritolata nel giro di pochi anni, addirittura con paventati scenari di riunificazione alla tedesca dopo il regime change a PyongYang concordato fra Pechino e Washington, dopo il loro avvicinamento de facto. Che le follie balistiche di Kim Jong-un siano un messaggio nemmeno troppo in codice a Xi Jinping da un lato e ai suoi oppositori in seno al Partito dall’altro, in vista del Congresso? E l’attivismo da equilibrista di Vladimir Putin, risponderà alla stessa logica, al fine di non finire ai margini del grande gioco geopolitico di nuovo equilibrio globale? E Donald Trump, farà digerire al Deep State la sua politica di appeasement verso Pechino, in vista della Yalta 2.0 che potrebbe salvare il moribondo Impero americano, di fatto attaccato al respiratore della FED? Qualcosa, in tal senso, a Washington già si sta muovendo, ne parleremo nei prossimi giorni. A proposito, notizie dell’UE e della sua posizione in merito?

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