La sfida lombardo-veneta sui vaccini è solo uno stress-test: il Nord sta per esplodere. Sul serio

Di Mauro Bottarelli , il - 187 commenti


Per buona parte della giornata di ieri, la questione di politica interna che ha maggiormente agitato le acque è stata quella riguardante lo strappo di Lombardia e Veneto rispetto alle nuove disposizioni nazionali in materia di vaccini. Ovvero, l’obbligo di somministrazione come conditio sine qua non per poter iscrivere i figli a scuola. In Lombardia, la giunta guidata da Roberto Maroni voleva una proroga di 40 giorni rispetto alla scadenza draconiana imposta da Roma. In Veneto, Luca Zaia andava oltre, addirittura ponendo il 2019 come termine per la regolarizzazione, tanto che la ministra Lorenzin ha paventato il rischio epidemia che sarebbe ricaduto in capo proprio alla giunta regionale. Guerra ideologica sull’annosa questione dei vaccini buoni o cattivi? In parte ma soprattutto, un chiaro test politico. E lo dimostrano due fatti. Al netto dei toni scesi e della polemiche nei fatti pressoché rientrate, questo tweet


del capogruppo alla Camera di Forza Italia, Renato Brunetta, ci dice che c’era agitazione in casa azzurra per la mossa di Zaia: ma come, uno che si reputa con Nobel dell’economia mancato, si scomoda per la disputa vaccinale? Oltretutto solo verso il Veneto, perché nel frattempo la Lombardia pareva aver fatto un passo indietro. Secondo fatto, Matteo Salvini si fionda in difesa dello stesso Zaia: “Sto con lui, no a obblighi sovietici. Non vorrei che l’Italia fosse cavia delle case farmaceutiche”. Una presa di posizione netta. Ma, ancora una volta, giova farsi la domanda: davvero è la questione vaccinale il centro del contendere? Molto è dovuto ad altro, a una questione di equilibri politici in vista del 22 ottobre: il giorno in cui i cittadini proprio di Veneto e Lombardia saranno chiamati a votare al referendum consultivo per la maggiore autonomia da Roma, di fatto un qualcosa che vede la Lega spaccata. Da un lato proprio i governatori e parte dei territori, dall’altro Matteo Salvini in veste lepenista e deciso a superare la dimensione “Nord” per il suo partito e pronto per la svolta nazionale e nazionalista.

Sgombriamo il campo subito: quel referendum non servirà a un cazzo nei fatti, perché l’iter e i numeri parlamentari che serviranno a garantirne lo sviluppo post-urne e la messa in pratica sono talmente blindati da vederlo morto in culla. Non siamo alla svolta catalana, per capirci. C’è però il dato simbolico, fortissimo: se l’affluenza sarà alta – a fronte di una sempre crescente astensione elettorale a livello nazionale – e il “Sì” dovesse vincere con cifre sostenute, a Roma non potrebbero far finta di niente. Anche perché la prossima primavera – quasi certamente in tandem con il voto politico – la Lombardia rinnoverà il suo governo regionale e il candidato del centrosinistra, il renzianissimo Giorgio Gori, ha già espresso la sua preferenza per il “Sì”, ottenendo la benedizione del segretario non più tardi della settimana scorsa.

D’altronde, il PD è il padre naturale di quanto accadrà il 22 ottobre nelle due regioni-motore d’Italia: quel referendum è infatti previsto dalla riforma del Titolo V attuata dal governo di centrosinistra nel 2001, la quale contemplava per le regioni con i conti in ordine la possibilità di negoziare maggiori competenze con lo Stato. Di più, nel 2008 il Consiglio regionale lombardo – all’epoca guidato dal forzista Roberto Formigoni – aveva avviato le procedure sulle competenze da discutere con il governo Prodi, il quale aveva indicato Linda Lanzillotta come mediatrice con Milano ma con il ritorno al potere del centrodestra, pare che furono proprio i ministri leghisti ad obbligare Berlusconi a bloccare tutto: la narrativa vuole che temessero un Formigoni – quindi, Forza Italia – che mettesse il cappello sul primo progetto federalista ad andare in porto in Italia. Vero? Falso?

Poco importa, ciò che è stato è stato. Di vero c’è questo,

incontrovertibile e confermato da dati resi noti ieri da Regione Lombardia, non smentita da alcuno: la Lombardia è la regione che versa più tasse allo Stato ricevendo, in cambio, meno trasferimenti in termini di spesa pubblica. In questi anni, infatti, il residuo fiscale lombardo ha raggiunto la cifra record di 54 miliardi (fonte: Eupolis Lombardia). Si tratta del valore in assoluto più alto tra tutte le regioni italiane e un’immensità anche a livello europeo, se si pensa che due regioni tra le più industrializzate d’Europa come la Catalogna e la Baviera hanno rispettivamente un residuo fiscale di 8 miliardi e 1,5 miliardi. “Con il termine residuo fiscale – spiegava la nota di accompagnamento al dato – s’intende la differenza tra quanto un territorio verso allo Stato sotto forma di imposte e quanto riceve sotto forma di spesa pubblica. Se il residuo fiscale abbia segno positivo, il territorio versa più di quanto riceve; se c’è un residuo negativo il territorio riceve più di quanto versa.

Secondo James McGill Buchanan Jr, premio Nobel per l’Economia nel 1986, cui si attribuisce la paternità della definizione, il trattamento che lo Stato riserva ai cittadini può considerarsi equo se determina residui fiscali minimi in capo a individui, a prescindere dal territorio nel quale risiedono. Differenze marcate denotano una violazione dei principi di equità basilari”. Ma sono i numeri a parlare, più che le parole: “Dopo la Lombardia, si colloca l’Emilia Romagna, con un residuo fiscale di 18.861 milioni di euro. Seguono Veneto (15.458 mln), Piemonte (8.606 mln), Toscana (5.422 mln), Lazio (3.775 mln), Marche (2.027 mln), Bolzano (1.100 mln), Liguria (610 mln), Friuli Venezia Giulia (526 mln), Valle d’Aosta (65 mln). In coda alla classifica: Umbria (-82 mln), Molise (-614 mln), Trento (-249 mln), Basilicata (-1.261 mln), Abruzzo (-1.301 mln), Sardegna (-5.262 mln), Campania (-5.705 mln), Calabria (-5.871 mln), Puglia (-6.419 mln) e Sicilia (-10.617 mln)”.

Capito perché c’è agitazione nel centrodestra, estrema cautela nel maneggiare la materia nel centrosinistra e qualche sostenuto mal di pancia in casa leghista, anche in vista dell’appuntamento di Pontida fra due fine settimane, consesso nel quale ci si aspetta che Matteo Salvini mandi in archivio la dizione “Nord” da nome e simbolo per lanciare la Lega con assetto nazionale? Lo dico chiaro, tanto la mia storia non è certo degna di James Bond: conosco personalmente Matteo Salvini e ho lavorato al quotidiano della Lega, “La Padania”, dove per un periodo abbiamo condiviso la stanza. Conosco quindi molte dinamiche interne ma non è mia intenzione svelarle: dico solo una cosa, chi abbandona un argomento politico simile nella vana speranza di raccattare 3mila preferenze in Puglia, è politicamente pazzo. La campagna – di successo – che ha portato la Lega di Salvini dal 3% al circa 14% si è basata su tre costanti: immigrazione/sicurezza, tasse ed euro. Bene, la questione sicuritaria ora è il cavallo di battaglia del PD, dimostrazione che basta un Minniti per cavalcare e, magari, risolvere in parte il problema.

Insomma, non è un assets a lungo termine su cui cercare consensi univoci. L’euro – ovvero, il suo abbandono – è un argomento morto da quando la Le Pen ha perso le presidenziali e ha recitato a sua volta il mea culpa al riguardo: persino Luigi Di Maio a Cernobbio ha fatto una bella inversione a U sul tema. E anche in casa leghista, da qualche tempo, il tema non scalda più tanto i cuori. Né anima dibattiti e comizi. Restano le tasse: al netto della flat tax su cui non mi pronuncio, pur avendo un’opinione chiara in merito, Salvini dove pensa che l’argomento farà più presa, nella parte produttiva del Paese o in quella che campa di nero e di sussidiarietà statale? Ha visto i dati del residuo fiscale delle principali regioni del Mezzogiorno? Tutti con il segno meno davanti, prendono più di ciò che versano. Sicuro che sia una buona idea abbandonare la lotta a uno squilibrio sistemico di questo Paese per rincorrere un centinaio di voti dei pescatori di Mazara del Vallo incazzati con le normative UE? Sicuro che l’area del Paese dove il voto di scambio e il clientelismo sono norma, seguirà la sua rivoluzione sicuritaria e non le promesse del candidato locale dei partiti di governo?

E non lo dico perché io sia particolarmente interessato al destino politico di Salvini o della Lega, con o senza Nord davanti, né tantomeno perché abbia mai creduto a stronzate come il Dio Po o le radici celtiche, bensì perché, da cittadino e contribuente lombardo, ne ho pieni i coglioni di regalare soldi per evitare il default del comune di Roma o della Regione Sicilia, la stessa che andrà al voto a novembre e che pare essere diventata il centro del mondo politico. Non voglio che i miei soldi servano a tenere in piedi uno stipendificio disfunzionale come l’ATAC, azienda municipalizzata che in base ai criteri di mercato dovrebbe essere fallita da dieci anni. E lo stesso vale per l’80% delle municipalizzate da Firenze in giù o per le diarie “romane” proprio dei deputati dell’Assemblea siciliana: basta, adesso ne ho pieni i coglioni. Si arrangino. E queste tabelle



parlano su cosa sia l’Italia, al netto dei numeri ottimistici dell’ISTAT o dei tweet di Gentiloni e Renzi: un Paese pressoché fallito. Ma ciò che conta è questo,





i numeri reali dell’economia UE e del meccanismo di trasmissione del credito. Al netto di un board della BCE che ha già fatto sapere che nessuna decisione relativa al tapering del QE sarà presa prima del meeting del 26 ottobre prossimo, quindi un ulteriore calcio al barattolo che parla la lingua del panico, resta un’enorme incognita: una volta che Draghi avrà smesso di finanziare direttamente le aziende UE (oltre che svizzere e USA attraverso le sedi sussidiarie) e queste dovranno tornare a bussare a un sistema bancario ingolfato di sofferenze per finanziarsi, cosa accadrà alla famosa ripresa dell’eurozona, basata oltretutto su un euro debole che non esiste più, visto che siamo tranquillamente fissi in area 1,20 con prospettiva di overshooting? La guerra. Per sopravvivere, non per guadagnare quote di mercato. E chi pagherà il prezzo maggiore a livello economico, stante i disequilibri raccontatici dal dato del residuo fiscale?

Se l’Italia aprirà giocoforza alla prospettiva di un assetto federale, ancorché temperato, sarà per la fine del QE, non per altro: e Salvini, proprio ora che i prodromi si stanno sostanziando davvero, smette di guardare a Lugano come modello e si innamora della stessa Roma che festeggia con i soldi di lombardi, veneti. emiliano-romagnoli e piemontesi? Ma vuole davvero il federalismo o si è innamorato del potere e dell’idea, pressoché impossibile, di andare a Palazzo Chigi? Per tutto questo, io il 22 ottobre andrò a votare convintamente “Sì”, per mandare un messaggio chiaro. E, dal profondo del cuore, spero una cosa sola: che Maroni e Zaia siano congiuranti e non fidi scudieri. A me di Salvini e dei suoi post innamorati dell’Italia unita non frega un cazzo, io voglio che i soldi della mie tasse restino a casa mia. Punto. Gli altri si arrangino, la festa deve finire.

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