Lasciamo da parte le finezze geopolitiche, basta questo grafico a dirci che sarà guerra. Per forza

Di Mauro Bottarelli , il - 190 commenti


Corea del Nord. Venezuela. Siria. Afghanistan. Confine Est dell’UE. Quale sarà il potenziale war game che farà scattare l’opzione bellica del Pentagono? D’altronde, come dicono i francesi, tout se tient: da qualsiasi latitudine si guardi la situazione geopolitica, siamo in presenza di proxy che ruotano attorno ai soliti protagonisti: USA e NATO da un lato, Cina, Russia e Iran dall’altro. Ieri, poi, è arrivata l’ultima provocazione diretta: con un preavviso brevissimo, tipico delle mosse ad arte, il Dipartimento di Stato americano ha infatti ordinato la chiusura di tre sedi diplomatiche russe. La più importante è il consolato della Russia a San Francisco, le altre due sono delle sedi distaccate dell’ambasciata a Washington e del consolato generale di New York: l’avviso di sfratto è esecutivo da domani.

Formalmente, si tratta dell’ultima risposta americana alla decisione di Vladimir Putin di espellere 755 diplomatici USA dalle rappresentanze in Russia. “Quell’azione – ha dichiarato la portavoce del Dipartimento di Stato, Heather Nauert – era ingiustificata e deleteria per le relazioni tra i nostri due Paesi”. Allo stato dell’arte, le rispettive rappresentanze consolari dei due Paesi sono ridotte all’osso, appena tre sedi ciascuno. Non un bel segnale, visto che presuppone una limitazione del dialogo. Tanto più che, ovviamente, non si è fatta attendere la reazione russa. Il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ha chiamato il suo omologo, Rex Tillerson, per comunicargli tutto il suo “rammarico per una escalation di tensioni che non è stata iniziata da noi. Le misure annunciate dagli americani saranno studiate con attenzione a Mosca. Poi reagiremo”. Sarà la Guerra Fredda 2.0 a scatenare il ritorno in campo del warfare, magari sfruttando le esercitazioni russe al confine UE che inizieranno fra una quindicina di giorni?

A questo punto, azzardare è da stolti. Il risiko sul terreno è troppo complicato per poter dire con certezza chi schiaccerà simbolicamente per primo il bottone. Meglio, forse, affidarsi alla vecchia regola: segui il denaro. O, meglio, cerca il punto di equilibrio, superato il quale il sistema globale rischia di crollare. Ragioniamo un attimo. La Corea del Nord, al netto dei falsi rimbrotti cinesi, altro non è che lo strumento con cui Pechino tiene per i coglioni l’America, perché se è vero che Kim Jong-un non gode certo di grande supporto fuori dal suo Paese, è altrettanto palese che prima di muovere una guerra che può divenire potenzialmente atomico ci si pensa mille volte. Qui non si tratta di far saltare un dittatorello di qualche Stato centro-americano, qui la questione è seria e un attacco preventivo USA potrebbe facilmente significare la riduzione della Corea del Sud in un deserto. Pechino è stata chiara: pur condannando formalmente PyongYang, ha detto che non lascerà che la guerra USA arrivi sulla sua porta di casa, destabilizzando l’area.

Leggi, il Mare Cinese del Sud, dove la disputa sulle isole artificiali ha pù volte portato Cina e USA ai ferri corti e al limite dello scontro diretto, ancorché limitato a sconfinamenti aerei o navali. Il Giappone, dal canto suo, sta monetizzando la minaccia nord-coreana, visto che l’altro giorno il ministero della Difesa ha chiesto uno stanziamento record in sede di elaborazione del budget 2018, qualcosa come 48 miliardi di dollari, il 25% di aumento rispetto al bilancio dell’anno precedente. Insomma, se il QE non funziona – nonostante la Bank of Japan sia diventata acquirente di prima e ultima istanza di tutto il debito nipponico – e si è arrivati all’umiliante mossa di spostare il raggiungimento del 2% di inflazione dal marzo del 2018 a quello del 2019, magari il moltiplicatore bellico del Pil può dare una mano.

E la FED? Con la disoccupazione al 4% e con il dato del Pil del secondo trimestre che proprio ieri è stato rivisto al rialzo al 3% (dato preliminare 2,6%), spinto da consumi privati e investimenti delle aziende, appare sempre più dura mantenere la linea di fatto attendista di Janet Yellen rispetto all’aumento dei tassi, visto che i falchi hanno sempre più armi nella loro cartuccera. Certo, restano la dinamica salariale in stallo e, soprattutto, le poco confortanti aspettative inflazionistiche a frenare un’accelerazione nella normalizzazione dei tassi ma la pressione sale. Ci penserà l’atteggiamento da kamikaze di Donald Trump sul tetto di debito a dar vita al più classico degli incidenti che attendono solo di accadere? Probabile ma tutt’altro che che scontato. Perché il tempo ora stringe davvero. E la FED sa di non avere abbastanza argomenti convincenti per calciare ancora in avanti il barattolo. Due sono le criticità. La prima è rappresentata da questo,

ovvero l’immagine che ho scelta per la copertina: l’ammontare di stimolo monetario messo in campo dopo la crisi del 2007-2008. Se guardate alle medie del passato, siamo alla follia monetarista pura. Come si può sgonfiare quela montagna senza che tutto imploda? Quanto deleverage (pubblico e privato) servirà per raggiungere un punto di semi-equilibrio che garantisca le condizioni per uno sgonfiamento della bolla o, almeno, per una sua esplosione controllata? Gli storni emergenziali tipo quelli dell’altro giorno, giustificati da timori di conflitto nucleare, sono soltanto spot per scaricare un po’ di merda al parco buoi, ammaliato dai sempre nuovi record di Wall Street che i tg celebrano ogni sera e che il tuo bancario vuole gentilmente venderti. Di più, i buybacks azionari, veri motori del mercato equity, stanno pericolosamente calando di volume e se la FED davvero proseguirà con gli aumenti dei tassi (solo un altro potrebbe mandare in tilt, a livello di percezione del rischio, il mercato), anche l’effetto placebo ancora presente potrebbe svanire. E non piano piano. Dalla sera alla mattina. A cascata.

La seconda criticità è emersa in tutta la sua drammatica realtà ieri, nonostante nessun giornale o tg oggi si sia degnato di metterla in evidenza come merita. Attraverso la Reuters e sotto anonimato, la BCE ha infatti reso noto che “le preoccupazioni per una sovra-valutazione dell’euro potrebbero rimandare la decisione riguardo al programma di QE o portare a una più graduale uscita dall’acquisto di assets. L’euro forte sta spaventando un sempre crescente numero di membri del Consiglio direttivo”. In sintesi, addio tapering, si continua a stampare. Anche perché quella rottura del cross 1,20 sul biglietto verde ha spaventato e non poco i tedeschi, i quali ritengono quel livello la linea rossa da non superare per non mettere a rischio i profitti corporate. Leggi, l’export. E temo che all’Eurotower abbiano avuto un’anteprima dei dati preliminari di agosto, quelli che hanno visto le aziende di eurolandia operare con il cambio stabilmente sopra 1,17: occorreva intervenire.

E in fretta. Ciò che deve far preoccupare, infatti, è il timimg. Mario Draghi a Jackson Hole si era ben guardato da toccare l’argomento di politica monetaria e tantomeno quello del tapering del QE, lanciandosi in un attacco al rischio protezionismo per la crescita globale. Sintomo di grande incertezza sul da farsi e di enorme timore per un possibile fraintendimento delle sue parole da parte dei mercati, dopo quanto già accaduto nei giorni successivi al suo discorso di Sintra. Tutto rimandato alla sede istituzionale, ovvero il board della BCE previsto per giovedì prossimo. Poi, ieri, il cambio di politica: non si può attendere nemmeno una settimana, tutti devono sapere che si continuerà a stampare a causa dell’eccessivo apprezzamento dell’euro che mina la ripresa. Immediatamente, il cross è sceso sotto quota 1,17, salvo risalire oggi ben sopra 1,18: è guerra valutaria globale in grande stile. Tremendamente politica ma valutaria, come natura intrinseca.


E perché? Perché il sistema è in bolla da QE e serve altro QE per non farlo esplodere: ma chi invierà il segnale primario di debolezza e fallimento, aumentando o addirittura invertendo la marcia? La BCE o la FED, stante l’ormai impotenza a livello di supporto globale della Bank of Japan? La Germania, con il voto politico da qui a poco più di 20 giorni, accetterà senza colpo ferire questo golpe di Draghi, il quale ha già portato con sé un immediato rialzo del rendimento del Bund? E lo stesso Draghi cosa farà, si rimangerà la parola data a luglio e cambierà ancora i criteri di acquisto del piano, pur di ampliare al platea degli assets elibigili?

Come vedete una guerra è già in atto e si tratta di una guerra che nessuno può permettersi non solo di perdere ma nemmeno di combattere a viso scoperto: occorre un’enorme, paurosa cortina fumogena per dar vita a certe operazioni, altrimenti chiunque decida di andare a vedere il bluff può tramutare l’incertezza da palla di neve in valanga. Serve una guerra, qualcosa che sappia distrarre e travestire crolli e storni in normali reazioni alla paura di un conflitto nucleare, serve magari ancora un po’ di terrorismo sparso qua e là, serve la destabilizzazione come paradossale arma di stabilizzazione. Si è andati troppo oltre, il grafico di copertina parla chiaro: stiamo annegando nel debito, perché di questo si tratta e per uscire da una situazione senza precedenti occorre una medicina amara.

Il problema non è trovarla ma riuscire a farla ingoiare al paziente, senza che si ribelli: in condizioni normali, infatti, un’altra crisi finanziaria in grande stile porterebbe la gente in piazza, questa volta per davvero. E, magari, armata. Gli USA ne sono un esempio: stanno sfacendo sfogare la gente contro le statue del generale Lee o di Cristoforo Colombo, per evitare che assaltino la FED o Wall Street. Occorrono razzi, veri o millantati. Occorre la corsa al riarmo, la minaccia, l’interruzione delle relazioni diplomatiche. Occorre, temo, una false flag di quelle serie. In grande stile. Dopodiché, nessuno può dire quale sarà l’epilogo. Una cosa è certa: quella montagna di debito deve magicamente sparire. A qualsiasi prezzo. Tanto, le elites non pagano mai.

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