Lo stato del mercato del lavoro

Di Lo Ierofante , il

 

 

 

 

Gerardo Gaita

 

 

 

 

Si parta da una situazione di mercato puro, cioè caratterizzato dall’assenza di costi arbitrari, sia diretti che indiretti.

In un contratto di lavoro, entrambe le parti cercano di trarre il massimo vantaggio dall’esecuzione di questo contratto.

L’oggetto di questo contratto concerne uno scambio: a fronte della sua prestazione lavorativa il lavoratore riceve in cambio un salario.

Nel momento in cui le due parti si accordano, entrambe pensano di aver raggiunto un utile.

Il tasso salariare, cioè la quantità di salario per unità di tempo, rappresenta il prezzo del lavoro.

La domanda di lavoro è composta dalle richieste dai datori di lavoro.

L’offerta di lavoro è composta dalle prestazioni lavorative offerte dai lavoratori.

Il lavoro, in quanto fattore della produzione, è in realtà formato da una costellazione di fattori differenti, pertanto non esiste il fattore lavoro in generale, ma fattori lavoro diversi che danno servizi diversi.

Non si può sostenere che in linea di principio esiste una parte contrattuale forte e una debole.

Possono esistere situazioni caratterizzate da eccessi di offerta di lavoro rispetto alla propria domanda – in tali situazioni i salari tenderanno a essere spinti verso il basso – o eccessi di domanda di lavoro rispetto alla propria offerta – in tali situazioni i salari tenderanno a essere spinti verso l’alto –  ma per affermare che esiste in linea di principio una parte contrattuale forte e una debole bisognerebbe che o la domanda o l’offerta di lavoro fosse caratterizzata da un monopolio imposto per legge.

Il lavoratore, se fosse possibile, desidererebbe un salario più elevato, mentre il datore di lavoro preferirebbe che il salario fosse il più basso possibile tenuto conto dell’apporto produttivo fornito dal lavoratore.

Che ogni datore di lavoro miri a fare cosiddetto dumping salariale è tendenzialmente scontato, così come è però tendenzialmente scontato che ogni lavoratore se potesse vorrebbe ricevere un salario sempre più alto.

Tuttavia, i desideri di entrambe le parti sono limitati da quello che si può definire lo “stato del mercato del lavoro al momento della firma del contratto”.

Di conseguenza, il lavoratore sa che probabilmente non potrebbe trovare un’occupazione se mantenesse una richiesta di salario più elevato, perché i potenziali datori di lavoro gli preferirebbero un altro, mentre il datore di lavoro sa che probabilmente non potrebbe trovare un lavoratore altrettanto produttivo disposto ad accettare un salario più basso.

Ora, si inserisca in questo libero rapporto tra domanda e offerta di lavoro un terzo soggetto che ha il potere di imporre sull’attività di impresa dei costi arbitrari, sia diretti che diretti, che non arrivano fino al punto di sradicare il mercato, ma che comunque instaurano una situazione di mercato condizionato.

Cosa succede allo stato del mercato del lavoro?

Succede che lo stato del mercato del lavoro si deve modellare tenendo conto dell’entità dei suddetti costi.

Questi costi producono inevitabilmente una tendenza alla disoccupazione e più questi costi sono rigidi ed elevati, tendenzialmente maggiore sarà la disoccupazione prodotta.

Questi costi tenderanno inoltre a spingere i salari verso il basso.

A risentire di più di questa spinta verso il basso saranno:

  • quei lavori dove a causa di questi costi si è creato oppure si è ampliato un eccesso di offerta di lavoro rispetto alla propria domanda;
  • quei lavoratori che non riescono o non possono incrementare la propria produttività marginale;
  • quei lavoratori che non godono di protezioni politiche.

Il rapporto Paying taxes 2017 di Banca Mondiale e PWC ci informa che in Italia il “total tax rate”, l’aliquota fiscale totale sulle imprese, cioè la percentuale complessiva di imposte e contributi obbligatori rispetto al profitto commerciale, si attesta al 62 per cento.

Per fare qualche paragone nell’ambito europeo, la stessa aliquota in Svizzera è del 28,8 per cento, nel Regno Unito è del 30,9 per cento, in Norvegia del 39,5 per cento, in Olanda al 40,4 per cento, in Germania è del 48,9 per cento, in Spagna del 49 per cento, in Svezia del 49,1 per cento, in Austria del 51,6 per cento, e solo in Francia stanno messi peggio che in Italia con un’aliquota del 62,8 per cento.

Ora, chiedetevi quante imprese vengono uccise in Italia da un’aliquota del genere e con esse quanti posti di lavoro.

Non solo.

Poiché le risorse che lo Stato sottrae al libero settore privato non sono un gioco a somma zero, in quanto nell’allocazione delle risorse il sistema di libera impresa è e sarà sempre più efficiente dello Stato, chiedetevi anche quanti posti di lavoro meglio retribuiti non vengono realizzati.

Il mercato è in grado di funzionare efficientemente anche se questo è costretto a subire un certo grado di costi arbitrari, ma ovviamente questi costi non possono superare una certa soglia.

La produttività, nel suo insieme, dipende dall’accumulazione di beni di capitale, cioè dagli stadi intermedi – soggettivamente considerati come tali – nei quali si plasma ogni processo produttivo intrapreso dall’agente.

Beni di capitale la cui accumulazione è subordinata alla funzione imprenditoriale e al flusso di risparmio reale.

Con un total tax rate che raggiunge o supera il 50 per cento è allora certamente plausibile sostenere che l’accumulazione di beni di capitale viene oltremodo ostacolata.

Tutto ciò significa che in Italia servirebbe una riduzione universale del total tax rate di almeno circa 13 punti percentuali.

Non solo.

Se il benessere economico di una comunità trae principalmente origine dal suo dinamismo imprenditoriale, il quale genera impieghi più o meno intensi e centrati a seconda di quanto i singoli diritti di proprietà privata vengono ben definiti e tutelati, allora in tal senso servirebbe anche:

  • farla finita con la politica sistematica dei sussidi, degli sgravi, delle esenzioni e dei bonus perché questi strumenti causano più perdite che guadagni: generano nuova spesa pubblica, producono il caos economico e finiscono per marginalizzare una sana selezione competitiva;
  • sottoporre di norma tutte le imprese alle leggi di fallimento di mercato: misure di sostegno in favore di imprese o settori industriali in declino, oltre a essere sinonimo di allocazione inefficiente di risorse, finiscono per falsare le decisioni concernenti i costi di opportunità;
  • aprire integralmente al mercato i cosiddetti beni pubblici: questi infatti possono essere prodotti con migliore efficienza liberalizzando il loro accesso alla produzione e non imponendo sulla loro produzione un monopolio per legge;
  • sostituire la contrattazione collettiva tra governo e sindacati con la contrattazione tra il datore di lavoro e il lavoratore: se il nostro obiettivo è operare per remunerare la razionalità e penalizzare tutte le forme d’irrazionalità,  sicuramente non possiamo fare affidamento sulla pianificazione centralizzata della contrattazione tra governo e sindacati; se si decide comunque di assegnare una certa protezione legislativa ai lavoratori occupati per via centralistica questa non dovrebbe mai arrivare a penalizzare eccessivamente il datore di lavoro;
  • togliere ai sindacati il potere attualmente assegnatoli dalla legislazione di co-gestore forzato delle imprese e dell’economia in generale, destinandoli invece al ruolo di supporto ai lavoratori, aiutandoli, quando richiesto da quest’ultimi, a negoziare un contratto di lavoro e/o a trovare un lavoro;
  • che l’esercizio di determinate professioni non sia soggetto all’iscrizione obbligatoria a un ordine professionale: un ordine professionale dovrebbe essere considerato come un’opportunità e non come un’imposta, dato che la qualità delle prestazioni non può essere assicurata dall’iscrizione a un ordine professionale.

Inoltre, serve sempre difendere la libertà monetaria: monete alternative a quelle a corso legale imposto in linea di principio e la possibilità di uso del contante per quanto riguarda quelle a corso legale imposto in linea di principio, rappresentano dei validi strumenti per sfuggire, almeno parzialmente, agli abusi di autorità legale da parte del potere politico.

E altro ci sarebbe da dire.

In ultimo, come nota a margine, non credete alle favole di chi sostiene che il progresso tecnologico, se non viene calmierato con dosi adeguate di spesa pubblica, finisce per produrre inevitabilmente una disoccupazione permanente e proporzionale alla sua intensità.

Di certo, la sostituzione del fattore lavoro con il fattore capitale contrae temporaneamente la base produttiva e ingrosserà necessariamente le fila delle persone temporaneamente senza lavoro.

Tuttavia, questa sostituzione da contemporaneamente forza alla crescita di nuovi e altri rami produttivi, alla domanda di nuove e diverse competenze umane, a un incremento quindi nel tempo dell’occupazione derivante da un allargamento della base produttiva che va quantomeno a compensare l’iniziale diminuzione della stessa.

Ovviamente, questo processo potrà essere tanto più soddisfatto e sarà tanto più rapido quanto più l’attitudine dei datori di lavoro e dei lavoratori ad avviare e assorbire il cambiamento sarà accentuata e pertanto accompagnata da norme che non intralcino la mobilità dei fattori della produzione e della struttura salariale.

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  • nathan

    Magistrale.

    Un solo appunto in merito questo:

    “In ultimo, come nota a margine, non credete alle favole di chi sostiene che il progresso tecnologico, se non viene calmierato con dosi adeguate di spesa pubblica, finisce per produrre inevitabilmente una disoccupazione permanente e proporzionale alla sua intensità.”

    Vero, ma è la velocità di sostituzione tecnologica e di professionalizzare la manodopera il vero attuale problema.
    E di certo, come giustamente fai notare, non è calmierabile con la spesa pubblica ed appunto, secondo me, ormai non sarà calmierabile.

    • Lo Ierofante

      Vero quel che dici.

      Il nodo è che l’attitudine ad affrontare il cambiamento non la si può imporre per legge.

      Questa la si può favorire erga omnes con istituzioni flessibili e tassazioni chiare e leggere.
      Il resto spetta alla funzione imprenditoriale e alla volontà che ciascuno di noi riesce a esprimere, tenendo presente che nella vita saper all’occorenza modificare i propri piani e obiettivi iniziali aiuta e non di poco.

      • Ronf Ronf

        Il problema è che gli imprenditori italiani in realtà sono Stato-dipendenti

  • Svicolone61

    Ottimo, grazie.

  • cipperimerlo

    Naturalmente non si devono eliminare le varie Confindustria, Confcommercio, Federdistribuzione, ecc. o relegarle al ruolo di aiutare le aziende, su richiesta delle stesse, a sviluppare nuovi modelli di impresa.

    • Lo Ierofante

      Naturalmente, come al solito, fai finta di non capire niente dell’articolo.

      Qualora la contrattazione collettiva tra governo e sindacati fosse almeno in gran parte sostituita con la contrattazione tra il datore di lavoro e il lavoratore cambierebbe automaticamente anche il ruolo delle organizzazioni rappresentative delle imprese.

      • cipperimerlo

        Naturalmente, come al solito, fai finta di non capire niente dei commenti “scomodi” (e della realtà). La contrattazione collettiva la fanno i sindacati dei lavoratori e i sindacati degli imprenditori, non il governo, che dovrebbe fare l’arbitro (anche se non lo fa, e non parteggia per i lavoratori, come racconti tu).
        Stranamente, il concetto che i sindacati vanno aboliti o ridimensionati è chiaro ed esplicito, ma delle organizzazioni di categoria non si deve dire nulla.

        • Lo Ierofante

          Il punto è che i tuoi commenti non sono nè “scomodi” nè attinenti alla “realtà” dei fatti. Ma stranamente sono sempre pretestuosi.

          Ti informo che a oggi in Italia i contratti aziendali possono intervenire solo nelle materie delegate dal CCNL e nei limiti e con le procedure previste dagli stessi contratti nazionali.

          Ad oggi, però i CCNL governano in maniera pressoché
          totale, oltre la cosiddetta parte obbligatoria (cioè la disciplina deidiritti e dei doveri delle associazioni stipulanti), anche il
          trattamento economico (retribuzione) e la restante parte normativa (ferie, orario di lavoro, provvedimenti disciplinari, etc.) di un qualsiasi contratto individuale di lavoro subordinato il quale, pertanto, non può pattuire, in linea generale, condizioni “inferiori” a quelle stabilite dai contratti collettivi.

          Ma che tu sia un datore di lavoro iscritto a una associazione rappresentativa delle imprese o meno, sei comunque tenuto a rispettare ciò che viene stabilito in sede di contrattazione collettiva, ergo ad oggi i datori di lavoro hanno scarsa libertà di scegliere ed ecco perchè vi è scritto che la contrattazione collettiva è centralizzata e in mano alle trattive tra governo e sindacati.

          • cipperimerlo

            Quindi, le associazioni datoriali non intervengono nella scrittura dei CCNL? O gli viene puntata la pistola alla testa per firmare? FCA, che ha dato disdetta da Confindustria, non applica il suo contratto?
            Almeno, l’obiettivo lo scrivi chiaro.

            anche il
            trattamento economico (retribuzione) e la restante parte normativa (ferie, orario di lavoro, provvedimenti disciplinari, etc.) di un qualsiasi contratto individuale di lavoro subordinato il quale, pertanto, non può proporre/pattuire condizioni “inferiori” a quelle stabilite dai contratti collettivi.

            Per questo, sono ben contento che esistano i CCNL.

          • Lo Ierofante

            1) Per determinare l’efficacia del contratto collettivo non vi è bisogno che tutti lo firmino.
            Se vi è questa maggioranza, Il datore di lavoro ha l’obbligo di riconoscere ai lavoratori un trattamento non inferiore al Ccnl di settore e non importa cosa abbia deciso l’associazione datoriale a cui è iscritto.
            Ma se io sono imprenditore non iscritto ad alcuna associazione datoriale e pertanto non ho delegato a nessuno sul come gestire la mia attività non si capisce proprio perchè debba cedere il 90 per cento delle mie decisioni vertenti la gestione del personale a soggetti a cui non ho delegato un bel niente.
            Questo può succedere solo con l’uso della forza da parte del potere politico.
            Se vogliamo ancora l’uso di una contrattazione collettiva centralizzata, almeno riduciamola universalmente ai livelli di paesi come il Regno Unito, cioè al 30 per cento circa del totale

            2) I contratti aziendali possono intervenire solo nelle materie delegate dal CCNL e nei limiti e con le procedure previste dagli stessi contratti nazionali.
            Qundi FCA, a cui è stato permesso di accedere a una contrattazione particolarmente separata, ha disdetto questa limitata parte contrattuale di sua competenza.

            3) Almeno una cosa chiara sei riuscito ad esprimerla.
            “Sei contento dell’esistenza dei CCNL ma sopprattutto del loro attuale peso ed efficacia che oggi hanno Italia?”

            Va bene . Ma poi non ti lamentare dei dati sulla disoccupazione o dell fatto che esista un ricorso esponenziale al lavoro nero, (integrale o parziale) per abbassare i costi arbitrari, o del fatto che gli imprenditori di questo paese investano poco per migliorare il proprio modello di impresa

          • cipperimerlo
          • Lo Ierofante

            Il problema non è garantire salari o adeguamenti salariali più alti o più bassi.

            Il problema è garantire che ciascun fattore della produzione tenda a essere retribuito per il contributo effettivamente fornito nel processo produttivo.

            Poichè il problema economico della società consiste principalmente nel rapido adattamento alle particolari circostanze di tempo e di luogo, allora dobbiamo affermare che le decisioni finali devono essere lasciate il più possibile alle persone che conoscono queste circostanze, le quali hanno conoscenza diretta dei cambiamenti rilevanti e delle circostanze immediatamente disponibili per farvi fronte.

            P.S.
            Proprio perchè non si è voluto eliminare o ridurre drasticamente il ruolo dei contratti di categoria sono sorte nel tempo varie forme di lavoro dette atipiche:
            Queste sono sorte per cercare di attennuare l’incapacità dei contratti di categoria di afferrare adeguatamente la realtà dinamica.
            Tuttavia, allo stesso tempo, i lavoratori con questi contratti si sono dovuti veder scaricare solo su di loro tutte quelle inefficienze proprie di chi invece inquadrato in un contratto di categoria, producendo in tal modo un mercato del lavoro cosiddetto duale.
            E’ l’inevitabile conseguenza dell’ eccesso di potere politico: lo Stato crea un problema, produce una soluzione ma senza attacare il cuore del problema, e tale soluzione inevitabilmente invece di risolvere veramente il problema lo spalma e/o lo sposta solamente.
            Ecco perchè è giusto che la contrattazione tra datori e lavoratori sia universalmente sottratta almeno in gran parte a logiche centralistiche.

          • cipperimerlo

            Ora, che i contratti atipici servano a comprimere il “costo del lavoro” (cioè, i salari) è ormai un concetto accettato da tutti. Perché i salariati debbano accettare delle proposte che intaccano il loro potere d’acquisto, rimane un “mysterium fidei”.
            Se, poi,

            Il problema è garantire che ciascun fattore della produzione tenda a essere retribuito per il contributo effettivamente fornito nel processo produttivo

            ,
            paventi che i salari reali siano sopravvalutati rispetto alla produttività. Siamo sicuri che sia successo questo? Quale imprenditore è così coglione da assumere gente poco produttiva e strapagarla (con stage, contratti di apprendistato o a tempo determinato)?
            Infine,

            Proprio perchè non si è voluto eliminare o ridurre drasticamente il ruolo dei contratti di categoria sono sorte nel tempo varie forme di lavoro dette atipiche

            : quindi, viviamo nel totalitarismo dei CCNL, e gli imprenditori non possono creare lavoro. Poi, però, esistono anche i contratti atipici, ma sono colpa dei CCNL (non sequitur). Però, dove le regole sono più lasche, i contratti atipici tendono a essere la maggioranza (vedi articolo). Inferendo, si può desumere che, liberalizzando, si arrivi alla schiavitù (in quel caso, avresti ragione tu: la disoccupazione sparirebbe).

          • Lo Ierofante

            1) Perchè altrimenti non lavorerebbero.
            Se uno Stato impone alle aziende un’aliquota fiscale complessiva sui profitti commerciali del 45-50-60 per cento, non si vuole attaccare una contrattazione di categoria con i suoi standard elevati e si vuole contemporaneamente cercare di mantenere alta l’occupazione, in un economia che presenta ancora tratti di mercato i contratti atipici diventano un inevitale soluzione, così come il lavoro nero, e i part-time che in realtà sono dei full -time.

            Se poi vogliamo eliminare del tutto il mercato, non c’è bisogno di preoccuparsi: lì un lavoro te lo danno (quasi) sicuro, e tutto il resto che manca.

            2) Il problema è garantire che ciascun fattore della produzione tenda a essere retribuito per il contributo effettivamente fornito nel processo produttivo, ergo questa tendenza non essere certo assicurata se un’attività è costretta a operare dentro un quadro normativo pesante, poco intelligibile e dove i diritti di proprietà sono visti come un optional.

            3) Alla tua terza considerazione non vale neanche la pena rispondere.

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