“Di Maio non ha mai lavorato”, dissero indignati i titolari di master in leccaggio culi. E su Firenze…

Di Mauro Bottarelli , il - 78 commenti


Un paio di premesse. Doverose. Non ho mai votato M5S e non penso lo farò mai. Non li demonizzo come fanno molti ma, oggettivamente, non posso non prendere atto, pressoché quotidianamente, della loro insipienza una volta traslati dal ruolo di meri guastatori a quello di amministratori. D’altronde, se basi la selezione della tua classe dirigente – o rappresentante – su poche decine di click anonimi di gente che si è logata a Rousseau, non puoi sperare di ritrovarti fra gli scranni del Parlamento o dei consiglio regionali una truppa di De Gaulle o Churchill. I limiti della Rete tanto magnificata dal Movimento, la quale – infatti – in Sicilia si è ritorta contro come Frankenstein, visto che è bastato di ricorso di un anonimo escluso dalle liste per armare la mano della magistratura e sospendere prima e annullare poi, le regionarie per il voto di novembre.

Tant’è, cazzi loro, non entro nelle scelte altrui. C’è però qualcosa di tragicomicamente kafkiano in atto: se è vero come è vero che la lista dei sette candidati per la nomina a primo ministro designato del movimento, di fatto un non-sense stando al sistema elettorale vigente e all’assetto istituzionale italiano, è quantomeno farsesca e vede Luigi Di Maio concorrere contro il nulla, altrettanto ridicole sono altre due cose. Primo, il tiro contro il vice-presidente della Camera che si è scatenato da tre giorni a questa parte, soprattutto da parte di chi – come ad esempio Marco Travaglio e il suo giornale – per mesi e mesi ha fiancheggiato il Movimento o, quantomeno, non lo ha giubilato. Da astro nascente a stronzo calante senza passare per il via, robe mai viste. Ultima colpa da pubblico ludibrio è questa,

ovvero aver partecipato alla cerimonia della liquefazione del sangue di San Gennaro come un Gava qualunque. Di Maio si è difeso opponendo alla critiche la sua fede cattolica, abile mossa in un Paese che ha bestemmiato contro i governi DC per quarant’anni, votandoli però per altrettanti 40 anni. Che sia una mossa elettorale lo hanno capito anche i bambini ma, attenzione, al voto mancano almeno sei mesi e rispetto al contest interno per la candidatura a premier Di Maio non ha affatto bisogno di presenziare ad alcunché, ha già vinto: perché tanta acredine verso di lui, di colpo? Per i congiuntivi? Le mail lette male? La geografia che traballa?

E qui veniamo alla seconda cosa ridicola. Nel bailamme di accuse incrociate, da destra come da sinistra, contro Di Maio, emerge un evergreen: non ha mai lavorato in vita sua, è senza esperienza politica e di vita, come può governare il Paese? Chiedo venia: quale straordinario curriculum professionale e di studi può vantare la maggior parte dei miracolati che albergano tra i due rami del Parlamento e le stanze ministeriali, oltre al master in leccaggio di culi e obbedienza alle leggi del capo? Vogliamo parlare del nostro ministro della Sanità e del suo curriculum per ricoprire quel ruolo? E che dire della sua nuova sodale, il ministro all’Istruzione che non ha nemmeno finito le superiori ma decide il destino di chi dopo laurea e master dovrà andarsene a Berlino o Londra per non dover campare sottopagato in qualche studio d’avvocato o architetto a 400 euro al mese?

Vogliamo parlare del capogruppo di Forza Italia al Senato, Paolo Romani, il “pontiere”, l’uomo che tratta con le opposizioni sui temi che contano? Sapete per cosa è noto a tutti? Per aver inventato il format televisivo di “Colpo grosso”, ovvero tette e culi in seconda serata per onanisti con l’insonnia. Vogliamo ricordare Nicole Minetti al Consiglio regionale lombardo, igienista dentale che per mesi ci hanno spacciato come la statista del futuro? Quante miracolate e miracolati abbiamo nel partito-azienda del Cavaliere, in Parlamento solo perché fighe o dentro Publitalia o perché sempre pronti a dire “sì” e leccare il culo al capo, anche quando compie disastri epocali? Sono loro i Catone che massacrano preventivamente Di Maio, solo perché ha cominciato a fare politica a 23 anni da studente di giurisprudenza? Mi fermo con l’elenco, perché altrimenti questo articolo non finirebbe più.

E nel PD, quale criterio di selezione straordinario esiste per evitare i casi Di Maio? A giudicare dagli ultimi tre anni, quello di essere nato in un triangolo di pochi chilometri nella provincia fiorentina. O di avere un padre nel Cda di Banca Etruria. O di essere stato nell’entourage di Matteo Renzi fin dai tempi della presidenza della provincia di Firenze. Quanti militanti di base fanno davvero carriera per merito, dopo anni di riunioni in sezione, politica sul territorio, feste dell’Unità allestite? Vogliamo parlare dell’enfant prodige del renzismo, Alessandra Moretti, quella che a furia di cazzate dette e scritte è stata retrocessa al Consiglio regionale veneto, organismo dove ha brillato per assenze e bugie legate alle stesse, visto che si era data malata mentre era a un matrimonio in India? Stiamo parlando di una classe dirigente che chiede conto a Di Maio del suo programma per l’Italia, mentre si appresterebbe a votare in seno al DEF una norma per il rientro dei capitali esteri basata su un mero condono per la detenzioni illecite, tramite penale minima e vincolo a un investimento di parte dello scudato in titoli di Stato!

Di fatto, in punta di norme anti-riciclaggio, una roba da mani nei capelli: e rompono i coglioni a Di Maio che non ha mai governato una sola ora! E vogliamo parlare della sinistra del PD, quella che minaccia una crisi di governo al giorno ma ha votato la fiducia su tutto? Quella che ha permesso il Jobs Act, i voucher, il massacro dei diritti, la precarizzazione di massa, le decontribuzioni come panacea di tutti i mali? Marxisti rigidi, non c’è che dire. E’ questa la sinistra dura e pura che contesta il populismo destroide e rozzo a Di Maio? Evito, per carità di patria, di prendere in esame la pattuglia parlamentare della Lega Nord, visto che tolta una decina di persone davvero preparate e degne del loro ruolo, l’analfabetismo politico (e generale), regna sovrano: e ve lo dice uno che la Lega l’ha vissuta dal di dentro e per parecchio tempo, non temo smentite.

Tant’è, questa è la politica in Italia nell’anno di (dis)grazia 2017. Anzi, questa è la politica che vi raccontano i giornali e le tv. Le stesse che oggi, tanto per tornare in tema Cinque Stelle, schiumano indignazione contro Beppe Grillo per la frase sui giornalisti che fanno vomitare e che dovrebbero vergognarsi del loro lavoro da 10 euro al pezzo. Certo, Grillo è provocatorio, abrasivo e spesso sgradevole ma una cosa l’ha detta giusta: perché i giornalisti non chiedono conto all’Ordine delle migliaia di colleghi che, oggettivamente, lavorano come schiavi – e col culo, ovviamente – per quella cifre e invece si incazzano con Grillo che solleva – seppur con toni magari sbagliati – il problema? Io, nel mio piccolo, devo prendere oltre 12mila euro da testate fallite con cui collaboravo, tra concordati e altri magheggi: non li vedrò mai, eppure ho lavorato sodo. Che cazzo fa l’Ordine per me, oltre ad andare in culo a Grillo, attività utilissima per la categoria?

Ipocriti del cazzo, ecco cosa siete. E potrei citare mille casi al riguardo, casi di strabismo prono al potere e in spregio alla deontologia. Ma ve ne cito brevemente solo uno, tanto per farvi capire a quale livello di degrado e scontro di potere occulto è arrivato il nostro Paese, lo stesso che si occupa con livore degno di miglior causa del curriculum di Luigi Di Maio. Che fine ha fatto la notizia sullo stupro di Firenze, quello delle due studentesse americane per il quale l’Arma ha chiesto scusa ufficialmente prima ancora che si chiudessero le indagini e ci fossero – o meno – degli eventuali rinvii a giudizio? Per giorni è stata la prima notizia dei tg e l’apertura dei giornali, con i carabinieri accostati agli stupratori di Rimini (anche loro spariti, stranamente, dalle cronache) e ora, puff. Eppure ieri sono arrivate interessanti novità. Se non lo sapete, il ministro Pinotti ha chiesto la destituzione dei due carabinieri, prima ancora che si arrivi a un eventuale processo.

E chi dovrà formalizzare l’eventuale decisione? Il comandante generale, quel Tullio Del Sette implicato nel caso Consip, casualmente tornato di enorme attualità in questi giorni e con una ulteriore vagonata di fango da riversare sull’Arma e la sua credibilità, in quella che appare una palese guerra fra le procure di Napoli e Roma. Non a caso, ieri l’avvocato di uno dei due carabinieri ha scritto una lettera aperta a Del Sette, facendo notare – tra le altre cose – che la sua vicenda giudiziaria non ha comportato la sospensione dal servizio: perché per i due militi di Firenze si starebbe arrivando addirittura alla destituzione preventiva? E poi, cosa ancora più interessante: dalla Procura fanno sapere che le due studentesse non dovranno sottoporsi all’incidente probatorio.

Insomma, non dovranno raccontare di nuovo l’accaduto al gip, come si dovrebbe fare ai fini di prova processuale: non ci sono i requisiti, nemmeno quelli di urgenza. Ma c’è urgenza dell’Arma di destituire i due militi, prima che l’inchiesta sia conclusa e si arrivi – eventualmente – a processo, visto che contro i due, di fatto, l’accusa di stupro non è stata formalizzata. Ma sapete perché non si terrà l’incidente probatorio? Perché le due studentesse sono già tornate negli USA, addio Firenze e addio accuse. Nel silenzio dei media, gli stessi che azzannano Grillo per le sue parole al vetriolo e chiedono conto a Di Maio del suo scarso curriculum vitae. Mi aggrego ai disturbi gastro-intestinali del leader degli M5S: ho il vomito.

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