Oro, stato e libertà monetaria

Di Francesco Simoncelli , il - 31 commenti

di Richard Ebeling

Per più di duecento anni la maggior parte dei principali sostenitori della libertà individuale e del libero mercato, hanno affermato che il denaro e le operazioni bancarie fossero elementi in qualche modo diversi rispetto alle altre merci e agli altri mercati. Da Adam Smith a Milton Friedman, è stato affermato che i mercati competitivi e la libera scelta dei consumatori fossero superiori al controllo del governo e alla pianificazione statale – tranne che nel regno del denaro e dell’intermediazione finanziaria. Avevano torto.

Negli ultimi cento anni la presunta necessità di un controllo politico e di una gestione del sistema monetario è stata portata alle estreme conseguenze, periodo durante il quale gli stati hanno rivendicato l’autorità praticamente assoluta e illimitata sul sistema monetario nazionale attraverso l’istituzione della cartamoneta.

Prima della prima guerra mondiale il consenso generale tra gli economisti, i leader politici e la stragrande maggioranza dei cittadini, sosteneva che non si poteva riporre fiducia negli stati quando si trattava di gestione del sistema monetario. Il relativo abuso sarebbe stato troppo allettante per i demagoghi, i gruppi d’interesse e i politici miopi alla ricerca di modi semplici per finanziare potere, privilegi e vantaggi politici.

Il gold standard e le “regole del gioco monetario”

Prima del 1914 le valute nazionali di quasi tutti i principali paesi nel cosiddetto “mondo civilizzato”, erano ancorate ad oro o argento. Questa soluzione aveva lo scopo di schermare il denaro dalla manipolazione arbitraria degli stati. Qualsiasi aumento dell’oro o dell’argento richiedeva che i privati ​​trovassero redditizio ricercarlo nelle varie parti del mondo; estrarlo dal terreno e trasportarlo dove sarebbe stato raffinato in forme utilizzabili; e poi in parte coniato in nuove monete e lingotti, e in parte trasformato in diversi prodotti commerciali e industriali richiesti sul mercato.

Le valute di carta controllate dagli stati e dalle loro banche centrali dovevano essere emesse solo come crediti – o sostituti del denaro – in relazione alla quantità d’oro o argento reale depositata dalle persone nelle banche.

Le banche centrali dovevano supervisionare che il mezzo di scambio della società fosse adeguatamente coniato ed emesso, e monitorare le banche private per assicurarsi che le “regole” del gold standard fossero seguite in modo corretto.

Le banconote dovevano essere emesse, o i conti di deposito aumentati, dal sistema bancario nel suo complesso, solo se ci fossero state aggiunte nette nella quantità di moneta-merce all’interno dell’economia. Tutti i prelievi di moneta-merce dal sistema bancario dovevano essere accompagnati da una diminuzione della quantità totale di banconote in circolazione e di conti di deposito.

Lo stato ha sempre giocare secondo queste “regole”? Purtroppo la risposta è “No”. Ma, in generale, nel mezzo secolo o giù di lì prima dell’inizio della prima guerra mondiale, gli stati e le loro banche centrali gestirono le loro valute nazionali con una certa moderazione.

La ragione principale dietro questa moderazione la possiamo ritrovare nel gruppo d’idee predominante in quell’epoca, ovvero, quelle del liberalismo politico ed economico. Ma dobbiamo anche ricordare che allora il “liberalismo” significava la difesa della libertà individuale, dei diritti della proprietà privata, del libero mercato, del libero scambio e di uno stato costituzionalmente limitato sotto il governo imparziale della legge.

Ciononostante queste valute nazionali erano soldi di carta legati all’oro o all’argento per storia e tradizione, e lasciate (più o meno) libere dalla manipolazione politica diretta, grazie soprattutto alla filosofia politica prevalente dell’epoca che considerava i governi come dei protettori dei diritti individuali alla vita, alla libertà e alla proprietà acquisita in modo onesto.

Il paternalismo politico e monetario della pianificazione monetaria centrale

Tuttavia, nei decenni fino alla prima guerra mondiale, le tendenze politiche cominciarono a cambiare. Apparirono nuovi ideali e ideologie che guadagnarono crescente presa sulle menti delle persone. Si sviluppò una crescente convinzione circa la necessità del paternalismo politico e il bene che ne sarebbe derivato. I governi non dovevano essere solo “arbitri” imparziali che facevano rispettare lo stato di diritto e proteggevano le persone e la loro proprietà dalla violenza e dalla frode. No, dovevano anche intervenire negli affari economici e sociali degli uomini, per regolare i mercati, ridistribuire la ricchezza, e perseguire visioni di grandezza nazionale e benessere collettivo.

Ciò significò anche un cambiamento nella filosofia politica per quanto riguardava il controllo statale del sistema monetario. Nei decenni successivi alla prima guerra mondiale, negli anni ’20, ’30 e ’40, i responsabili della gestione monetaria divennero sempre più pianificatori monetari centrali. I banchieri centrali dovevano manipolare l’offerta di moneta affinché l’economia raggiungesse diversi obiettivi: stabilizzare il livello dei prezzi; mantenere la piena occupazione; ancorare o modificare i tassi di cambio; abbassare o alzare i tassi d’interesse per influenzare la quantità e il tipo d’investimenti effettuati da aziende private ed investitori; e, quando necessario, aumentare la quantità di denaro per finanziare i disavanzi pubblici affinché politici e gruppi d’interesse alimentassero la loro insaziabile fame di potere, privilegi e bottino politico.

Il trionfo dell’economia keynesiana nel periodo post-seconda guerra mondiale, creò un (quasi) monopolio di sostenitori accademici che abiuravano l’impresa privata come intrinsecamente instabile e spesso ingiusta, la cui esistenza doveva essere inserita in un contesto più ampio di controllo statale. La conseguenza fu uno stato in costante crescita in termini di dimensioni, portata, pervasività e intrusione in ogni angolo della vita individuale, sociale ed economica.

Big Government, grandi spese e la stampante monetaria

Ma più lo stato si espande, più richiede grandi somme di denaro. Circa un centinaio d’anni fa in America, nel 1913, tutti i livelli dello stato – federale, statale e locale – assorbivano meno dell’otto per cento del reddito e della produzione della nazione. Oggi tutti i livelli dello stato assorbono quasi il cinquanta per cento di tutto ciò che si guadagna e si produce negli Stati Uniti. Tale costo è superiore se ci aggiungiamo gli oneri finanziari imposti alle imprese private per rispettare la ragnatela strangolante di regolamenti e controlli burocratici.

Negli ultimi cinque anni e mezzo, sotto l’amministrazione Obama, il governo federale ha accumulato oltre sette miliardi di dollari in ulteriori debiti. Nel contempo, sin dal 2008, la Federal Reserve – la banca centrale degli Stati Uniti – ha creato più di quattromila miliardi di dollari in nuovo denaro. In altre parole, la Federal Reserve ha già prodotto dal nulla nuovi capitali pari a circa due dollari su ogni tre che il governo federale ha preso in prestito durante suddetto periodo.

Di solito i libri di testo d’economia ammorbidiscono questo tipo di processo, usando una terminologia sterile definita “monetizzare il debito”. La vecchia generazione di economisti e critici del paternalismo politico soleva definirla inflazione e svalutazione monetaria: la diluizione del valore del denaro nelle tasche dei cittadini attraverso la svalutazione della moneta.

Demagogia politica, oneri fiscali e il pericolo dell’inflazione

Con la crescita dello stato sociale moderno, l’America e gli altri principali paesi occidentali sono diventati, usando le parole dell’economista premio Nobel, James Buchanan, democrazie perpetuanti deficit finanziati principalmente da migliaia di miliardi di dollari creati dai monopoli monetari statali – le banche centrali.

Oggi stiamo raccogliendo la somma dei decenni di paternalismo politico e pianificazione monetaria centrale. Nazioni come la Grecia sono state sull’orlo del fallimento finanziario e paesi come gli Stati Uniti, strettamente interconnessi coi gruppi d’interesse che vivono grazie al bottino ridistribuito dagli altri membri più produttivi della società, sembrano sbandare da una crisi fiscale ad un’altra ogni tot. mesi o giù di lì. L’attuale politica del paternalismo ridistributivo sembra offrire pochi incentivi per fermare la valanga degli enormi deficit annuali e del debito nazionale.

I demagoghi e gli imbroglioni politici urlano di “spennare i ricchi” per finanziare i “diritti”non finanziati della previdenza sociale e del medicare per il resto del XXI secolo. Chiedono che le “grandi aziende” paghino lo stato affinché crei “posti di lavoro” e metta fine a quella disoccupazione che le stesse politiche statali sbagliate hanno creato e prolungato.

I politici hanno anche fatto ricorso all’ultimo rifugio di ogni furfante politico: il “patriottismo”. È vostro dovere essere un “buon cittadino” e pagare una “quota equa” di tasse sempre più alta; essere cooperativi, servili e obbedienti di fronte alle richieste e alle esigenze dello stato; e sacrificare la vostra libertà ed i frutti del vostro lavoro per “l’interesse nazionale” e “il bene comune”.

Val la pena di ricordare che coloro nel campo politico che affermano di sapere che cosa è “l’interesse nazionale” e “il bene comune”, sono gli stessi che affermano il diritto di costringervi ad accettare la loro visione di un’America “giusta”, indipendentemente da quanto si possa essere in disaccordo.

Uno strumento fondamentale in mano agli stati per mantenere la loro autorità sulla società e il loro controllo sulla vita delle persone, è la capacità di far accettare alla cittadinanza il loro mezzo di scambio monopolizzato. Rappresenta l’aspetto cardine della politica statale quando deve trasferire la ricchezza del popolo per soddisfare le “esigenze” della spesa pubblica.

Ogni cittadino diviene vittima dell’abuso della stampa monetaria, dal momento che le valute di carta non sono più collegate o limitate da una merce di mercato come l’oro o l’argento. Non dobbiamo presumere che l’iperinflazione e la distruzione del mezzo di scambio di una società si possano verificare solo in posti come la Germania degli anni ’20, o le nazioni africane contemporanee come lo Zimbabwe. Può succedere ovunque.

Il fallimento dello stato sociale

Il fatto è che lo stato sociale moderno è in bancarotta. È fallito dal punto di vista ideologico; nessuno ritiene più che lo stato interventista/ridistributivista porterà all’umanità felicità materiale o armonia sociale. Tutti sanno che è solamente una macchina politica corrotta attraverso la quale ognuno cerca di vivere a spese di tutti gli altri.

In tal processo la capacità produttiva della società si ferma lentamente, poiché sempre più persone si spostano da un senso di responsabilità produttivo ad una dipendenza ridistributiva. Inoltre si tende anche a sviluppare una presunzione di legittimità politica a tale dipendenza ridistributiva, la quale pervade ogni singolo gruppo e categoria sociale in tutta la nazione.

La maggior parte dei sondaggi d’opinione mostra che la maggioranza del popolo americano pensa che lo stato sia troppo grande, spenda troppo e che ci siano troppe tasse. Ma una volta che si parla di tagliare programmi sociali “specifici”, ben presto si vede come i tentacoli dello stato sociale raggiungono le tasche di tutti.

Non solo le tasse alimentano il processo ridistributivo ostacolando le persone, ma ci sono ben poche persone nel paese che non ricevano denaro, benefici o vantaggi dallo stato. La maggior parte delle persone non riesce ad immaginare di vivere senza il potere ridistributivo dello stato. E scardinare la dipendenza delle persone dai benefici statali, dalle sovvenzioni, dalle protezioni e dai favori speciali, otterremmo una grave crisi d’astinenza.

Questo significa anche che lo stato sociale sta rapidamente raggiungendo il fallimento finanziario. Né la tassazione, né i risparmi privati riusciranno a coprire tutti i costi della spesa pubblica corrente e futura.

Lo stato potrebbe, quindi, utilizzare la sua risorsa finanziaria più importante per continuare a far muovere le ruote della spesa: mandare fuori giri la stampante monetaria. Anche se la banca centrale dovesse seguire il suo “obiettivo d’inflazione dei prezzi” al due per cento l’anno, in meno di 22 anni il potere d’acquisto di ogni dollaro in tasca oggi verrà ridotto del 50%.

Iperinflazione e rinunciare al monopoli statale sul denaro

Di volta in volta la storia ha dimostrato che quando l’inflazione dei prezzi diventa iperinflazione, le persone finiscono per abbandonare la valuta dello stato. Scelgono valute alternative che ritengono più stabili, più prevedibili e che conservano più potere d’acquisto.

Un tale disastro monetario non è preordinato. Non è scritto in qualche “grande libro” nel cielo. In passato gli stati e le società hanno smesso di seguire il sentiero che conduce alla rovina economica e sociale. Anche l’America potrebbe decidere di non seguire più questa strada. Il futuro è imprevedibile e le tendenze sono cambiate molte volte in passato.

Uomo avvisato, mezzo salvato. Come potrebbe ognuno di noi ripararsi dalla possibile tempesta fiscale e monetaria? Al centro di tali azioni precauzionali c’è la protezione contro il possibile deprezzamento, o addirittura distruzione, della valuta statale.

Nella misura in cui si riesce a vedere un tale pericolo e si hanno i mezzi finanziari per “pianificare in anticipo”, gli individui dovrebbero abbandonare la valuta statale. In altre parole, ogni americano dovrebbe essere libero dalle pastoie statali che lo costringe ad utilizzare ed accettare una moneta coercitiva.

La strada verso la scelta della valuta

Tutti dovrebbero essere liberi di scegliere la valuta o la merce che si desidera possedere e utilizzare come mezzo di scambio senza restrizioni legali, sanzioni pecuniarie o pregiudizio politico.

La libertà monetaria non darebbe ad ogni cittadino solo il diritto legale di proteggere il proprio reddito, il proprio patrimonio e le proprie transazioni dalla cattiva gestione statale: sevirebbe anche a controllare il grado degli abusi statali in tal campo.

Più di quasi 40 anni fa l’economista Austriaco e premio Nobel, Friedrich A. Hayek, tenne una conferenza, “La scelta della valuta: un modo per fermare l’inflazione”, a Losanna, in Svizzera, e disse:

“Non esiste controllo più efficace contro l’abuso di potere da parte del governo di quello esercitato da individui liberi che rifiutano quella moneta di cui diffidano e scelgono quella in cui hanno più fiducia. Inoltre, affinché i governi garantiscano la stabilità della loro moneta, non esiste incentivo più forte della consapevolezza che fino a quando conserveranno un’offerta al di sotto della domanda, tale domanda tenderà a crescere. Quindi, cerchiamo di privare i governi (o le loro autorità monetarie) di ogni potere che scherma le loro monete dalla concorrenza: se non possono più nascondere che le loro monete stanno diventando inutili, dovranno limitare il problema.” […]

“Basta renderlo velatamente legale e la gente smetterà subito di utilizzare la moneta nazionale una volta che si deprezzerà notevolmente, scegliendo quella valuta di cui più si fida.” […]

“Molto probabilmente le valute di quei paesi che perseguiranno una politica monetaria responsabile tenderanno ad eclissare gradualmente quelle meno affidabili. La giustezza finanziaria diventerebbe un requisito di reputazione agognato da tutti coloro che vorrebbero emettere moneta, in quanto saprebbero che anche la minima deviazione dal percorso di onestà ridurrebbe la domanda per il loro prodotto.”

Togliere allo stato il potere di costringere i cittadini ad accettare una determinata forma di denaro potrebbe servire come un importante cambiamento giuridico ed economico per coloro che vivono di stato sociale. In questo modo potrebbero rendersi conto del suo fallimento fiscale ed ideologico prima che sia troppo tardi e scongiurare, quindi, un collasso totale della società.

La scelta della valuta potrebbe essere una via preziosa per contribuire a ripristinare la tradizione americana e la pratica dei diritti individuali, del libero mercato e del governo limitato sotto il dominio dello stato di diritto.

Naturalmente l’obiettivo finale di qualsiasi amante della libertà dovrebbe essere la separazione totale del denaro dallo stato. Cioè, il sistema monetario di una società veramente libera dovrebbe essere un free banking competitivo senza alcun coinvolgimento dello stato nelle questioni monetarie dei cittadini.

Stabilire la libertà di scelta in materia monetaria potrebbe servire come trampolino di lancio per porre fine alla pianificazione monetaria centrale negli Stato Uniti e in tutto il mondo. Rappresenterebbe un contributo prezioso per l’obiettivo finale di tutti i sostenitori e difensori della libertà – la liberazione della società e del mercato da ogni controllo politico e interferenza politica.

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/

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