E’ partita l’offensiva per blindare PD e governo. Regola numero uno, non accettare provocazioni

Di Mauro Bottarelli , il - 195 commenti


Et voilà, oggi 15 settembre la XVII legislatura compie il giro di boa: 417 deputati e 191 senatori di prima nomina hanno maturato l’assegno di pensione aggiuntiva da circa 1.000 euro, che potranno incassare, se non rieletti, a 65 anni. E mentre il ddl Richetti giace al Senato, magicamente accadono cose. Dopo l’addio allo ius soli, proprio a Palazzo Madama, causa mancanza di numeri per far passare il provvedimento, in casa PD esplode il caso. Il ministro Delrio sgancia la bomba: atto di paura rinviarlo. Matteo Orfini, preisdente dei dem, risponde via Twitter: “L’unico modo per approvare lo ius soli al Senato è mettere la fiducia, senza di questo lo si uccide”. E da Corfù, un imbarazzato Paolo Gentiloni abbozza: “Il provvedimento è priorità del governo”. E poi ecco qui il convitato di pietra:

l’uomo che doveva spostare la sua tenda lontano dalla casa del PD, decide di entrare a gamba tesa proprio nel dibattito e nel momento più caldo del partito. Ovviamente, godendo del palcoscenico da prima della Scala politica che solo “Repubblica” può offrire. Ah, già che ci siamo, guardate anche il titolo del corpo centrale del giornale di De Benedetti: sul caso Consip emergono novità destinate a suffragare la tesi vittimistica di Matteo Renzi, ovvero parti dello Stato avrebbero tramato contro di lui, utilizzando i rapporti del padre con Russo e Romeo come mezzo per arrivare a colpire al cuore Palazzo Chigi. Che strana tempesta in casa PD, scoppiata oltretutto di colpo. E, caso strano, a ridosso del giorno del “liberi tutti”, visto che la legislatura è ormai alla fine, il DEF lo scriveranno a Berlino e Bruxelles e l’unica priorità, adesso, è quella di garantirsi un posto in lista per la primavera.

Ma ci sono molte altre coincidenze interessanti. Che dire, ad esempio, della sospensiva decisa dalla magistratura rispetto alle “regionarie” del Movimento 5 Stelle in Sicilia a meno di due mesi dal voto per Palazzo dei Normanni? Per carità, niente di drammatico ma comunque un segnale di instabilità, dopo che Matteo Renzi – conscio del rischio sconfitta altissimo – aveva bollato l’appuntamento siculo come “voto locale”, beccandosi dell’idiota da Massimo D’Alema. C’è poi questo,

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ovvero il fatto che Facebook, forse eccitatosi per l’ok della Camera alla legge Fiano contro la propaganda fascista, ha deciso che il termine “patriota” non va bene e ha cassato il video di Giorgia Meloni in vista dell’annuale appuntamento con la kermesse di Fratelli d’Italia, “Atreju”, prevista per la settimana prossima. Casualmente, come aveva ribattezzato Forza Nuova la sua “Marcia su Roma” del 28 ottobre, proprio per evitare rogne con questura e affini? “Marcia dei patrioti”: vuoi dire che, con velocità siderale, l’algoritmo di Facebook sia stato settato per andare a scovare quella parolaccia ovunque, bloccando post e video che la contengano in maniera palese? E avete notato come sia sparita in fretta la polemica su Forza Nuova dai giornali e dall’agone politico? In compenso, il fall-out di legalismo anti-fascista è bello presente e attivo.

C’è poi la provocazione per antonomasia, ovvero quella che ieri ha visto la magistratura genovese congelare i conti della Lega Nord per un totale di 48 milioni di euro, a fronte dei 400mila euro utilizzati indebitamente a Umberto Bossi, i suoi figli e l’ex tesoriere Belsito, reato per il quale sono stati condannati in primo grado. Insomma, un blocco cautelativo vagamente esagerato nelle proporzioni delle somme. Soprattutto se si pensa che, casualmente, la decisione è arrivata a tre giorni dal raduno di Pontida che si terrà domenica, forse l’appuntamento sul prato bergamasco più importante di sempre, non solo perché il Carroccio vola in area 15% di consensi ma anche perché era atteso l’annuncio di Matteo Salvini relativo al cambio di pelle politica, con l’addio alla parola “Nord” e la nascita de facto della Lega nazionale stile Front National. Casualità.

E chi ha attaccato con maggior durezza la Lega, tanto da portare Matteo Salvini a rispondere unicamente con l’invito a vergognarsi? Matteo Renzi, a detta del quale “i leghisti si sono trovati bene a Roma… Tutti i giorni la Lega fa la morale a Roma ladrona ma nessuno che dica che c’è un partito che ha rubato i soldi del contribuente… La Lega deve dare 48 milioni di euro del contribuente. E nessuno ne parla. Salvini è tutti i giorni sui talk show, è dappertutto tranne a Bruxelles, e nessuno che gli chieda conto dei soldi”. Insomma, un frontale. Non a caso, contro l’esponente politico che il barometro del consenso vede sempre più come principale competiror per il ruolo di candidato premier del centrodestra. Berlusconi è sceso in campo in difesa dell’alleato leghista, visti anche i suoi trascorsi burrascosi con le cosiddette “toghe rosse”?

Silenzio tombale da Arcore. E ci mancherebbe, una volta che i giudici lavorano a suo favore. Per quanto riguarda Renzi, invece, il rapporto di do ut des è antico. E destinato a rinnovarsi in grande stile, quando lo scontro etnico all’interno del PD si sarà consumato e concluso, colmo dei colmi proprio sul tema di pelle dello ius soli. Matteo Renzi ha atteso in silenzio, ha ingoiato bocconi amari, è stato in esilio in America, ha scritto un libro e, lentamente, ha cominciato la sua operazione di destabilizzazione carsica del partito.

Ha iniziato con la bomba del “aiutiamoli a casa loro” in piena crisi dei migranti, ha lanciato granate nello stagno dei malcontento latente a ogni intervento alle Feste dell’Unità estive, ha rivendicato a colpi di tweet ogni certificazione positiva dell’ISTAT sullo stato dell’economia italiana. Ora, ha deciso di mettere via il fioretto e sfoderare il bazooka. Il tutto, forte di una variabile ingestibile: Angelino Alfano, il quale piaccia o non piaccia gode di un pacchetto di voti risicati numericamente ma dal peso specifico enorme.

E i Cinque Stelle? Matteo Renzi pare avere una sicurezza al riguardo: sono ontologicamente inconsistenti, una volta traslati dall’opposizione al ruolo di governo, Virginia Raggi docet. Quindi, se si fanno male da soli, è inutile sprecare energie. Le quali, come si vede, sono tutte concentrate contro la Lega Nord e il suo cammino più o meno in solitaria all’interno del centrodestra, in cerca di un’egemonia che è nei fatti e vuole solo il casus belli per essere ufficializzata. E con Berlusconi che non fa nulla per spalleggiare il formale alleato di coalizione, anzi ne rivendica a ogni piè sospinto la titolarità, possiamo dire che il buon Matteo da Rignano se riesce a piazzare il colpo gobbo di portare lo ius soli al Senato e farselo bocciare – cosa che Alfano e i suoi farebbero senza problemi – avrebbe ucciso sul nascere le aspirazioni di potere di Gentiloni. E, forse, anche della superstar Minniti. E questa prima pagina

di oggi del quotidiano di proprietà del re dei palazzinari romani, la dice lunga su quale consenso graviti ancora attorno al “golden boy” della politica italiana che in troppi hanno dato per morto troppo presto, me compreso. All’editoriale di Mario Ajello e a quel titolo da nobile decaduto che copre con la mano guantata le pezze al culo, rispondo con questo tabella,

la quale ci dice che il Nord – che lui fa corrispondere e coincidere infantilmente e in malafede con la Lega e ai suoi guai giudiziari – a occhio e croce avrebbe diritto di “rubare” per altri 500 anni, al netto di quanto ruba ontologicamente Roma, intesa come Stato centrale e centralistico. A Matteo Salvini e Giorgia Meloni, invece, dico solo una cosa: restare calmi e non accettare provocazioni. Renzi è ancora forte e potente ma il PD è un covo di vipere: chissà mai che troppa foga nell’agitare il bastone della vendetta, ne svegli qualcuna. E si ritrovi morso dal suo stesso veleno casalingo.

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