Pianeta Terra chiama Mentana e Goracci: i soldati USA nelle aree di Al-Nusra non sono una notizia?

Di Mauro Bottarelli , il - 153 commenti


Più passa il tempo e più sento il richiamo del bosco, citando la sintesi del principio di ribellione di Ernst Junger. Sopporto sempre meno, indulgo sempre meno. Non mi ritrovo in un mondo che sembra non voler vedere quanto stia realmente accadendo e, per quieto vivere o ignoranza (e non so cosa sia peggio), si beve come un alcolizzato bugie sparse a profusione e con stragistica magnitudo dalla cosiddetta “stampa autorevole”. Un ultimo esempio, innocuo ma esemplificativo. Tutti i canali all-news stanno già giubilando il futuro di AfD in Germania, attaccandosi all’addio di Frauke Petry: la destra si spacca dopo un giorno. Al netto del passo di eventi da “estrema destra” e “destra”, la Petry era furori dal partito dallo scorso Congresso in primavera, tanto che tutti i giornali pubblicarono la sua foto in lacrime sul palco di Colonia.

Era il 22 aprile scorso e la linea moderata dall’ex leader uscì sconfitta come mozione, aprendo le porte a una nuova leadership: che strani nazisti, mi ricordo che Hitler non amasse troppo il principio di alternanza democratica. O le primarie. Ma essendo quella della Petry una figura importante, si arrivò a una patto da separati in csa, come sempre accade in questi casi: niente liti o spaccature pubbliche fino al voto, poi ognuno per la sua strada, per il bene del partito. Così è stato, visto che la Petry ha atteso i risultati ufficiali prima di andarsene e fino a venerdì ha continuato ad aggiornare il suo profilo Facebook con appelli al voto e all’unità. Una storia un po’ diversa da “il partito già si spacca”, non vi pare?

Ma tant’è, ormai è tutto così. E se guardiamo in casa nostra, è pure peggio. Ma ci sono cose che possono anche passare e altre che invece vanno sottolineate. Non con la matita rossa o con l’evidenziatore ma con il lanciafiamme. E occorre farlo per senso di giustizia, prima ancora per dovere di obiettività nell’informazione. La foto che ho scelto come copertina non è presa da GoogleMaps per cercare una pizzeria in zona che faccia consegne a domicilio, è una delle molte tratte da un footage aereo reso noto alla stampa ieri dal ministero della Difesa russo e che mostra le posizioni di Daesh e dei ribelli siriani a nord della città di Deir ez-Zor. Cosa c’è di interessante? Che mostrano anche l’equipaggiamento e il personale USA lì presente. E non per combattere. E la fonte è talmente certa e le accuse talmente chiare che, come vedete,

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il ministero della Difesa di Mosca le ha piazzate pubblicamente e in bella mostra sul suo profilo Facebook: l’equipaggiamento è quello delle forze speciali statunitensi. “Le fotografie aeree, scattate tra l’8 e il 12 settembre scorsi nelle aeree in cui sono presenti le forze di Daesh, mostrano un grosso numero di veicoli corazzati Humer statunitensi, utilizzati dalle forze speciali USA”, scrive il ministero su Facebook. E ancora: “Nonostante le roccheforti delle forze speciali USA siano presenti dove sono attualmente dislocati militanti d Daesh, non ci sono segni di organizzazioni di avamposti della battaglia. Questo dimostra come i militari americani si sentano completamente al sicuro nelle zone sotto il controllo dei terroristi”. E l’argomento per Mosca non è di quelli su cui si può scherzare, perché è di oggi la notizia che anche il generale russo, Valery Asapov, è tra i caduti nella battaglia contro lo Stato islamico proprio a Deir ez-Zor.

Nei giorni scorsi gli islamisti avevano genericamente rivendicato l’uccisione di “due soldati russi” ma non è chiaro se uno dei due sia l’alto ufficiale oppure Asapav sia morto in un altro scontro. In ogni caso è il più alto in grado fra i militari uccisi in Siria nei due anni dell’intervento russo, scattato il 30 settembre 2015: nel dicembre 2016, ad Aleppo, era stato ucciso il colonnello Ruslan Galitskiy. E si sa, in Russia con i militari caduti si scherza poco. Soprattutto se, alla luce di quelle fotografie, potrebbe sorgere il sospetto che a uccidere il generale possa essere stato fuoco statunitense. O fuoco islamista, coperto dalle forze speciali USA. Caso strano, le fotografie sono state rese pubbliche con un giorno d’anticipo rispetto a questa notizia: un bell’avvertimento in codice di Mosca a Washington, di quelli che non si possono ignorare? Decisamente sì, perché poco fa il vice-ministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha dichiarato quanto segue: “La morte del generale Asapov fa ascritta alla politica doppiogiochista degli USA in Siria”. Senza mezze misure.

Ora, mi chiedo: dopo tante bugie, puttanate, veline, non sarebbe il caso di raccontare per una volta la verità? Mi rivolgo in particolar modo a Mentana e la Goracci, amanti del genere “è stato Putin”: perché censurare questa notizia? A parti invertite, cosa avreste fatto? Come avreste ridotto il Cremlino nei vostri servizi? Quelle foto sono la prova provata che le forze speciali USA, dopo aver messo in salvo i capi di Daesh dall’area di Deir ez-Zor, hanno anche dato man forte alla strenua resistenza dei ribelli nella difesa della linea dell’Eufrate. Significa che gli USA hanno combattuto fianco a fianco con terroristi islamisti per garantire il loro successo militare in un’area di importanza strategica: non vi pare più credibile e degna rispetto alla notizia del forno crematorio di Assad o degli ospedali pediatrici che si moltiplicano come funghi?

E se poi non vi fidate della fonte, fate i giornalisti davvero: indagate, scavate e sbugiardate quei mascalzoni di russi. Con le entrature che avete e in un mondo dove se scoreggi in ascensore c’è un sensore che fa accendere una luce a Langley, non sarà difficile smentire un’eventuale bugia. O no? Il problema è che non è una bugia, altrimenti il solitamente rigidissimo ministero della Difesa russo non avrebbe affidato la comunicazione al profilo Facebook ma si sarebbe limitato a un marziale comunicato stampa.

Già, lo stesso Facebook che quella pagliacciata del caso Russiagate ora spera di usare come arma letale in Commissione per far passare la tesi che Mosca avrebbe influenzato il voto presidenziale USA attraverso – udite udite – 50mila dollari di pubblicità politica sul social network nell’estate del 2016. E Zuckerberg, ovviamente, si è immediatamente prestato alla pagliacciata, fornendo i dati alla Commissione intelligence del Senato e diramando un comunicato stampa che sembrava uscito da un film con Morgan Freeman che salva il mondo. Già, proprio questo Morgan Freeman,

'Committee to Investigate Russia' weaponizes Morgan Freeman in latest anti-Moscow hysteria

il quale la scorsa settimana ha reso noto agli americani che “siamo stati attaccati, siamo in guerra”, prestando il volto alla campagna hollywoodiana degna del maccartismo più bieco “Investigate Russia”, nata proprio a supporto dell’indagine legata al Russiagate. Per carità, ora poi per la legge dell’alternanza delle puttanate, negli USA è in onda la querelle fra Trump e i giocatori di NFL e NBA sul poco rispetto verso l’inno nazionale pre-partita, un colpo di genio degli spin doctors che cercano di limitare i danno del presidente: la questione riguarda la scelta di alcuni giocatori di inginocchiarsi durante l’inno, invece che cantarlo in piedi con la mano sul cuore, in memoria degli afro-americani uccisi dalla polizia. E contro il presidente si sono mossi calibri enormi come Stephen Curry e LeBron James, praticamente dei pagani negli USA. Stessa cosa per i giocatori di football della NFL. Ma a differenza di quanto vi racconta un’altra pasionaria della bufala come Giovanna Botteri, in queste ore negli USA si sussegue la pubblicazione di video come questi:

Kansas City Chiefs Fan Burns NFL Gear in Anthem Protest

Ravens NFL Jersey Burn

NFL Fans Everywhere Burn Their Jerseys After National Anthem

Burning My Steelers Gear

decine di filmati di protesta contro i giocatori, accusati di fare politica invece che pensare a giocare dall’alto dei loro stipendi e in favore del presidente. Il tutto, nel Paese dove lo sport è in grado di paralizzare ogni cosa, anche un tentativo di golpe. Chissà che non serva a qualcosa di collaterale questa ennesima, patetica crisi di nervi della società americana. Certamente a nascondere cosa fanno al fronte in Siria, i bravi ragazzi in divisa. Con il silenzio complice della stampa. Italiana in testa. Occhio però, dubito che le foto aeree siano le sole prove che Mosca ha in mano. Prima o poi, potrebbe saltare fuori dall’altro. Qualcosa che non si può silenziare.

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