Il Russiagate entra in fase social, il ridicolo corre sulla Rete. E Hollywood e sport giocano di sponda

Di Mauro Bottarelli , il - 40 commenti


Il Russiagate entra nella fase due e, a occhio e croce, la battaglia ora comincia a farsi interessante. Non solo, infatti, la caccia alle streghe orchestrata dal capo degli investigatori dell’FBI, Robert Mueller, vede al suo fianco i divi di Hollywood e i social network ma, soprattutto, perché la campagna contro i giocatori di basket e football poco rispettosi dell’inno nazionale sta alimentando un parossismo patriottico indotto che potrebbe risultare molto comodo alla prima, palese “provocazione” russa. E’ la Rete, bellezza! Verrebbe da dire così, infatti, dando un’occhiata al diluvio di pentimenti ad orologeria dei guru social statunitensi, dopo che Facebook ha ammesso la presenza sulla sua piattaforma di annunci politici a pagamento riconducibili a entità russe, la cui lista sarà presentata al Comitato intelligence del Senato, organo davanti al quale Mark Zuckerberg testimonierà ad inizio novembre.

Il percorso, in realtà, non è cominciato ora, visto che la scorsa primavera Evan Williams, co-fondatore di Twitter, parlò in questi termini del futuro della sua creatura: “Una volta pensavo che, dando la possibilità a tutti di scambiare liberamente idee e informazioni, il mondo sarebbe automaticamente diventato un luogo migliore: mi sbagliavo… Il meccanismo di Internet si è rotto. È diventato deleterio perché premia le affermazioni estreme. E va sempre peggio”. Insomma, scoperte le falle e finito il tempo del dominio propagandistico, ecco che il giocattolino non piace più. Detto fatto, dopo il mea culpa di Facebook, ecco che ora si scopre che proprio Twitter avrebbe reagito con scarsa energia anche ai tentativi russi di influenzare le elezioni presidenziali Usa del 2016, infiltrandosi nelle reti sociali.

E se fino a ieri ci si era limitati a campagne di bonifica per eliminare migliaia di account falsi che diffondevano all’infinito una stessa fake news, ieri proprio Twitter ha annunciato di aver sospeso circa 200 account legati ad entità russe, tra cui tre gestiti dalla tv filo Cremlino Russia Today (Rt), che “ha promosso 1.823 tweet che miravano in modo certo o probabile il mercato americano” nel 2016, spendendo 274 mila dollari. Lo ha reso noto lo stesso social media sul suo blog ufficiale, dopo il briefing alle commissioni intelligence della Camera e del Senato che stanno indagando sul Russiagate.

Margarita Simonyan, redattore capo di Russia Today, ha immediatamente dichiarato che l’acquisto di pubblicità su Twitter è una pratica commerciale standard che è stata presentata in modo falso come un’interferenza russa negli affari statunitensi: “Twitter ha rivelato alcune informazioni mostruose al Congresso: abbiamo speso soldi in campagne pubblicitarie, come tutti i media del mondo”, ha polemizzato, parlando con l’agenzia Ria. Ora, al netto di questo grafico,

il quale ci mostra chi davvero teme di più le fake news e la loro diffusione nel mondo, possiamo dire che la battaglia è aperta. E lo sanno anche a Mosca, visto che quasi un anno dopo la decisione di bloccare Linkedin, le autorità delle telecomunicazioni di Mosca l’altro giorno hanno inviato un segnale molto chiaro a Facebook, in caso l’azienda non si affretti a mettersi in regola con le normative di gestione dei dati russe: “La legge è obbligatoria per tutti e su questo non ci sono dubbi, quindi o si arriverà a una sua implemtazione o alcune aziende smetteranno di lavorare in Russia, come è sfortunatamente accaduto a Linkedin. Non ci sono eccezioni”, ha dichiarato Alexander Zharov, capo del Federal Service for Supervision in the Sphere of Telecom, Information Technology and Mass Communications, meglio noto come Roskomnadzor.

Caso strano, il giorno prima di questa mossa e due giorni prima di quella compiuta da Twitter, le autorità cinesi avevano bloccato il servizio di messaggistica di proprietà di Facebook, WhatsApp: il Congresso del Partito Comunista si avvicina (18 ottobre) ma dietro la decisione potrebbe esserci anche un voler anticipare le mosse censorie di Russia e USA, in quella che appare una vera e propria ritirata dall’era social, tramutatasi in un lampo da avvenire di libertà in un dedalo orwelliano di complotti. Ma attenzione, perché Oltreoceano lo schieramento comincia ad essere di quelli imponenti. Ancorché ridicolo, come d’altronde si palesato l’intero Circo Barnum del Russiagate. E se MSNBC




ha dimostrato di aver perso completamente la brocca con i suoi pasdaran più russofobi, inanellando una smentita ufficiale dopo l’altra relativamente all’hackeraggio russo, l’effetto Hollywood scatenato dallo spot in cui Morgan Freeman dichiarava che l’America è in guerra, dopo l’attacco manipolatorio del Cremlino, sta facendo proseliti. Ieri è stato il turno di Liam Neeson, il quale alla premier del suo nuovo film “Mark Felt: the man who brought down the White House”, nel quale guarda caso interpreta il vice-direttore dell’FBI nel pieno dello scandalo Watergate (la macchina della propaganda cinematografica USA è a pieno regime), ha invitato i cittadini che sanno qualcosa sui legami tra la campagna di Trump e i russi a dare il loro contributo all’indagine in corso, in nome del patriottismo. Ecco le sue parole: “Qualcuno mi ha chiesto quale sia la definizione di patriottismo e io penso che sia la capacità di alzarsi in piedi e ricordare a questa nazione cosa stia facendo di sbagliato”. Poi, riferendosi al film, ha sibillinamente sottolineato come “la storia tende a ripetersi… I governi vanno tenuti sotto controllo e per questo esiste la libertà di informazione. La politica deve dirci la verità”.

Certo, come hanno fatto Barack Obama e Hillary Clinton, soprattutto sull’attacco all’ambasciata di Bengasi, ad esempio. Ma che la situazione stia trascendendo nel propagandismo maccartista da un lato e populista di basso rango dall’altro negli USA, ce lo dimostrano due fatti apparentemente di poco interesse. Primo, dopo gli attacchi furenti di Donald Trump contro i giocatori di NFL e NBA rispetto all’inno nazionale e all’abitudine di ascoltarlo in ginocchio per protesta contro la brutalità della polizia verso i neri, ieri si è registrato il primo caso di boicottaggio posto in essere da un’azienda. Il brand sportivo Hardwick Clothing di Cleveland ha infatti annunciato il suo stop alla fornitura di abbigliamento al personale della NBC durante le dirette e le trasmissioni di approfondimento delle partite NFL, a causa proprio di “comportamenti anti-patriottici che non possiamo sopportare”, ha dichiarato Allan Jones, a capo di quella che è la più antica produttrice di divise degli USA.


Certo, Jones è un dichiarato sostenitore di Trump, quindi il suo atto potrebbe essere derubricato a propaganda politica ma occorre ricordare come i 32 team della NFL, di fatto, dipendono quasi interamente dagli 1,25 miliardi di dollari di sponsor e inserzionisti, stando a dati di ESP dello scorso anno. Il rischio che la palla di neve diventi valanga, davvero non è possibile correrlo: cosa faranno i presidenti di Lega, se i giocatori continuassero il loro braccio di ferro con a Casa Bianca? Attenzione, toccare lo sport negli USA è come toccare l’alta tensione. Secondo avvenimento. al netto dei boicottaggi di programmi sportivi come “Sunday Night Football” avavnzato da tifosi schieratisi con il presidente, i cameramen che operano nella NFL sono stati istruiti dai grandi network per cui lavorano al fine di evitare accuratamente le riprese delle folle negli stadi che fischiano o contestano i giocatori che si inginocchiano durante l’inno nazionale.

Hollywood e sport messe in campo, su fronti opposti, in nome del patriottismo. Appare chiaro come la mossa sia quella di voler far gonfiare il petto dell’american spirit, usando qualunque mezzo, mentre si dà vita alla fase social e 2.0 del Russiagate. Abbiano già visto qualcosa in passato, messo in campo per convincere gli americani che fosse giusto partecipare direttamente alla Seconda Guerra Mondiale… Guarda caso, poi, dall’oltretomba è tornata la voce del redivivo Al-Baghdadi e con essa lo spauracchio dell’Isis: chissà quale studio di registrazione della West Coast ha avuto l’onore di lavorare per Langley nella sua produzione? L’Impero è disperato. Attenti all’Impero.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Shares
Grazie per avere votato! Ora dillo a tutto il mondo via Twitter!
Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"
Come ti senti dopo avere letto questo post?
  • Eccitato
  • Affascinato
  • Divertito
  • Annoiato
  • Triste
  • Arrabbiato

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

RC Twitter

Licenza

Creative Commons License Eccetto dove diversamente specificato, i contenuti di questo sito sono rilasciati sotto Licenza Creative Commons Attribuzione 2.5. In particolare la pubblicazione degli articoli e l'utilizzo delle stessi è possibile solo indicando con link attivo l'indirizzo di questo blog (www.rischiocalcolato.it) oppure il link attivo dieretto all'articolo utilizzato.

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi