Sappiamo tutto dell’uragano Harvey e nulla della frana in Val Bregaglia: siamo global o solo servi?

Di Mauro Bottarelli , il - 81 commenti


Premessa doverosa: lo spunto di quanto state per leggere è arrivato dal fatto che una mia fidanzata era di Prosto di Piuro, frazione di una frazione di Chiavenna e quindi non solo conosco molto bene quei posti ma, ancora oggi, ci sono molto affezionato. Insomma, un moto interiore, per una volta. L’altra notte si è registrata una nuova frana in Val Bregaglia, in Svizzera, nel Canton Grigioni, a poca distanza dal confine con la provincia di Sondrio. Nella notte tra giovedì e venerdì una colata di fango, acqua e detriti ha raggiunto il fondovalle, a Bondo, vicino Chiavenna appunto, nella stessa zona in cui il 23 agosto si era staccata una prima, gigantesca massa di detriti che aveva sepolto otto escursionisti.

La valle è isolata e la strada cantonale del Maloja è chiusa in due punti ma, al momento, non risultano persone ferite, né dispersi. Insomma le tanto attese piogge hanno riacceso l’allarme scattato un paio di settimane fa, quando un grosso smottamento sempre nel territorio di Bregaglia (Svizzera) aveva costretto le autorità elvetiche a emettere provvedimenti di sgombero di abitazioni con un bilancio di oltre 100 sfollati. I nubifragi dell’altra notte hanno reso instabile il pizzo Cengalo, dal quale potrebbero precipitare a valle altri due milioni di metri cubi di detriti. La paura cresce anche nella vicina Valchiavenna e i disagi sono notevoli per i circa 6mila frontalieri che ogni giorno devono raggiungere Saint Moritz e le altre località svizzere per lavorare in alberghi, ristoranti, bar e cantieri edili.

Sono provenienti, in particolare, dalle province di Sondrio e Como e già oggi, essendo chiusa la via d’accesso alla Svizzera, sono stati costretti ad effettuare percorsi più lunghi. In poco tempo, infatti, il bacino di continenza ai piedi del Cengalo, si è riempito e si teme possa esserci una tracimazione in caso di nuovi smottamenti. Le autorità elvetiche, nelle ultime ore, stanno valutando di provvedere a nuove evacuazioni, mentre in Valchiavenna, al momento, non ci sono sgomberi ma la guardia dei sindaci di Villa di Chiavenna, Piuro e Chiavenna resta alta.

Direte voi, cazzo mi frega di cosa succede a Chiavenna, solo perché Bottarelli ha avuto una fidanzata da quelle parti? E avete ragione. Ma, in tal senso, che cazzo ve ne frega dell’uragano Harvey, dal quale vi distanziano migliaia di miglia e mai vi toccherà direttamente? Forse perché è un evento storico, una catastrofe naturale senza precedenti che costerà agli USA danni per 160 miliardi di dollari, solo in base alla stime attuali? Quanti morti ha fatto Harvey, finora? L’ultimo lancio ANSA che ho visto parlava di 47. Bene, in Sierra Leone le inondazioni dovute alle piogge torrenziali hanno fatto oltre 1.000 morti in una settimana, tra cui centinaia di bambini. La sola frana a Freetown del 14 agosto ne ha fatti circa un terzo del totale: avete mai visto un servizio tv che non fosse l’ultimo degli esteri, liquidato in 20 secondi o una notizia di prima pagina su questa immane tragedia naturale?


Zero, chi cazzo se ne frega della Sierra Leone, quella è una nazione buona solo per vendere armi, una volta che si sono ripresi dalla sciagura di turno. Harvey, invece, è sempre la prima notizia: servizi lunghi, doppi, alcuni solo per la cronaca, altri per il cosiddetto “contorno”, tipo Donald Trump che si presenta in visita in Texas con la moglie vestita da sfilata e si rovina la vecchiaia donando 1 milione di dollari. Sappiamo tutto di Harvey: la potenza, i gradi di classificazione, dove si è formato, la velocità dei venti, quali fabbriche sono più a rischio e dove. Eppure, formalmente, non dovrebbe fregarcene un cazzo: chi di noi verrà toccato dalla sua furia?

A noi non interessa Harvey e nemmeno ai media che ne parlano in continuazione, a noi interessa che sia qualcosa che ha a che fare con l’America. Il tutto, mentre a un’ora e mezza di macchina da Milano ci sono nostri connazionali che rischiano di vedersi cadere in testa due milioni di metri cubi di detriti. E chi ne parla? Il Tg3 regionale, punto. I tg nazionali ne hanno parlato finché in ballo c’era il destino degli otto escursionisti tedeschi colti di sorpresa dalla frana. Quando le autorità elvetiche hanno cessato le ricerche, buio. Delle italianissime Val Bregaglia e Val Chiavenna non frega un cazzo a nessuno: c’è Harvey a cui pensare.

Lo ripeto, la questione non è l’epicità del fenomeno e nemmeno il numero di vittime. E’ che l’America sa fare spettacolo anche nella disgrazia. E, soprattutto, è il nostro punto di riferimento. Per carità, io non voglio che il Tg5 apra la sua edizione con lo smottamento di Chiavenna e non con i danni in Texas o Louisiana, ci mancherebbe: vorrei solo che, almeno per 30 secondi, si parlasse anche dei nostri guai e non solo di quelli sempre più grandi dei nostri colonizzatori. Salvo poi, quando arriva la tragedia in casa, strapparsi le vesti e cominciare a organizzare raccolte di fondi con gli sms, quando fino a due settimane fa nessuno si cagava la possibilità che mezza montagna a cavallo tra Svizzera e Italia venisse giù.

C’è poco da fare, siamo troppo poco esotici per l’esterofilia americanocentrica che ci opprime. Guardate il terremoto di Ischia: appena la merda relativa all’abusivismo è saltata fuori dal tappeto e si è scoperto che avevano anche sbagliato a calcolare l’epicentro (roba da Oscar), sparito dai tg. Ma non era un’emergenza nazionale che ha fatto smuovere dal Quirinale anche il presidente Mattarella? Certo, a Ischia ci sono stati due morti ma finché non si è dovuto insabbiare tutto per decenza, sembrava addirittura un’ecatombe. E l’eroico Ciro? Un po’ dura tramutarlo in personaggio deamicisiano, visto che se lui e i suoi fratelli ci avessero lasciato le penne, da ringraziare ci sarebbe stato il padre che aveva costruito due piani (non vani, PIANI) in più della palazzina.

Harvey invece è perfetto, americanamente perfetto: è epocale, cinematografico, consente gesti di eroismo da trasmettere e comunicare e oscura di default ogni errore e criticità, vista la sua portata senza precedenti. Gli americani sono solo beni, buoni, eroici, sprezzanti del pericolo e con due palle così, pronti a ricominciare. Magari come dopo l’uragano Katrina, quello che vide i contractors privati sparare sulla popolazione con la scusa della tutela delle proprietà private abbandonate e del panico che scaturiva in disordini. Cosa credete che stiano facendo ora negli USA? Chi si sta fregando le mani? Quanto stanno gongolando alla FEMA? Ma nessuno ve lo dirà, perché in America non c’è gente che ride dopo i terremoti, pregustando i ricchi profitti della ricostruzione: o, se c’è, mica ve lo dicono. Solo immagini di coraggio.

Direte voi, siamo global, viviamo in un mondo social e interconnesso, possiamo collegarci via Skype con chiunque in qualsiasi parte del mondo, non ci sono più barriere. Dunque fanculo la Val Bregaglia e largo ai pezzi grossi, ai soggetti globali. Sempre gli stessi. Sempre catalizzanti. Sempre destinati a diventare riferimento e modello, parametro e ambizione. Non sarà, però, che questa deriva globalista ci ha fatto smettere di guardare in salotto, perché è più esotico vivere nel mondo attraverso un tg, un computer o uno smartphone?

Non è che non sappiamo più cosa accade sul pianerottolo ma non ci sfugge l’ultimo sciopero della metropolitana di Londra o l’impresa delle Femen a Sidney? Non è che, nel mondo che già vede l’informazione concentrata in poche mani, ridurre al minimo necessario la narrazione di cosa accade nel Paese reale sia necessario e strutturalmente strategico? Perché disgrazia per disgrazia, sappiamo tutto di Harvey, quasi un cazzo dei nostri connazionali che vivono con una montagna che gli grava ballonzolante sulla testa e, non fosse per “Il Giornale”, niente di questo:

ovvero dell’arrivo a tempo di record al campo della Croce Rossa di via Ramazzini a Roma dei cosiddetti moduli abitativi, le famose “casette”, che i terremotati del Centro Italia ancora attendono dopo un anno e che invece sono saltate fuori, super-accessoriate pare, per i migranti del campo, gli stessi che dovevano restare pochi mesi e che invece, dallo scorso anno, bivaccano allegramente, creando non pochi problemi al quartiere e rendendosi responsabili di atti esemplari come spappolare la milza a una 60enne per rubarle 10 euro e le chiavi di casa. Certo, la questione migranti è trattata forse fin troppo ma solo per l’emergenzialità del momento. E poi, in che termini, almeno nel 90% dei casi?

Esattamente come con Harvey: vanno aiutati, non hanno mai colpa e se ce l’hanno scatta il determinismo biologico e il giustificazionismo da fame e guerre, quando il più piccolo degli sbarcati potrebbe fare del wrestling. Anche qui, ti fanno guardare a Boko Haram, al Sudan e all’Eritrea affamata e assetata ma solo quando fa comodo a loro. Altrimenti, il trattamento è quello riservato alle inondazioni poco cinematografiche della Sierra Leone. Zero. Harvey fa notizia, altro che la Val Bregaglia. Cosa accadrà dopo il suo passaggio, no: come per Katrina, scenderà il silenzio sulla ricostruzione. Ci mostrano meravigliosi mondi lontani. Poi, però, spenti tv o pc, siamo davvero convinti di essere più liberi, moderni e global? O solo più indottrinati, completamente ignari di cosa accada dietro l’angolo? E servi.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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