Abbiamo un nuovo, rassicurante volto della paura e i soldati per le strade. Per un bidone in fiamme

Di Mauro Bottarelli , il - 229 commenti


Quando il 3 giugno scorso, un furgone bianco si scagliò sulla folla del sabato sera a Tower Bridge, prima di certificare che si trattasse di un atto di terrorismo, Scotland Yard attese che l’azione si spostasse a Borough Market. Minuti e minuti. Questo, nonostante la dinamica dell’accaduto e i testimoni che parlarono fin da subito di un commando armato di coltelli sceso dal van dopo l’impatto e intento a menar fendenti sui passanti, inneggiando ad Allah. Ieri, sono bastati pochi minuti dall’esplosione del secchio su un vagone della metropolitana della Circle Line alla stazione di Parsons Green perché la polizia londinese sciogliesse ogni dubbio: era terrorismo. Di più, in pochi minuti l’area vicino a Fulham era un brulicare di polizia, elicotteri, squadre speciali e agenti dei servizi interni: tutto, per un bidone in fiamme, formalmente e all’atto pratico.

E un fantomatico uomo in fuga armato di coltello. Ovviamente, sparito nel nulla, salvo una sua mediatica comparizione a Birmingham, dove sarebbe stato arrestato. Bufala. Se sei a Birmingham, capitale dell’islam britannico e sede della seconda moschea più grande d’Europa, perché ti prenderesti il rischio di fare un attentato nella metro di Londra? Oltretutto, premurandoti di tornare immediatamente a casa dopo l’azione? Perché, appunto, Birmingham è un simbolo, Birmingham uguale islam, Birimingham uguale capitale delle comunità musulmane, Birmingham paradigma del Regno Unito che ha paura. Birmingham è solo una parola ma deve restare nelle orecchie. Deve essere mantra: quindi, qualcuno è stato arrestato nella capitale delle Midlands in relazione all’atto di terrore accaduto a Londra. Che questo sia vero o meno.

E poi, che strano. Quando ancora l’indagine si basava su pochi elementi, quando ancora di certo c’era solo l’esplosione parziale dell’ordigno più che artigianale utilizzato, ecco che dalla Casa Bianca arriva un diluvio di tweet al riguardo:


non solidarietà alla Gran Bretagna ma dettagli. Un lupo solitario, un po’ paranoico ma, soprattutto, noto a Scotland Yard. La quale, deve darsi una svegliata. Donald Trump aveva per caso letto al volo un report dei servizi e voleva renderlo noto al mondo? Oppure voleva solo far notare quanto in America siano più bravi che in Gran Bretagna? In ogni caso, la faccenda non è piaciuto affatto a Scotland Yard, né tantomeno al premier, Theresa May. Anche in questo caso, però, simbologia. E deja vù. Ricordate l’attentato a Manchester al concerto di Ariana Grande? Chi fu a dar vita alla fuga di notizie relativa all’identità e alla nazionalità dell’attentatore, tanto che mentre Scotland Yard ancora brancolava nel buio, i media di mezzo mondo erano a intervistare parenti e amici del presunto attentatore? Media USA. Poi sostenuti nell’azione dal ministro dell’Interno francese. All’epoca si parlò di una resa dei conti fra servizi, USA e britannici da un lato ma anche intestina fra MI5 e MI6, con tanto di cotè della fulminea azione in Libia a sole 24 ore dall’attentato.

Perché quei tweet volutamente provocatorio di Trump? Messaggio in codice? Siamo di fronte all’ennesimo capitolo di un duello fra intelligence, magari legato a qualche segreto siriano che deve restare tale, ora che manca solo il 15% del territorio da essere liberato dal fantomatico Isis? E, casualmente, gli americani hanno portato via i capi di Daesh in elicottero da Deir ez-Zor prima dell’avanzata delle truppe di Assad e dei russi? Chissà, certamente appare irrituale che come primo atto della giornata in cui la Corea del Nord ha testato l’ennesimo missile balistico che ha fatto la barba all’isola di Hokkaido, il primo atto della Casa Bianca sia preoccuparsi con tale dovizia di particolari e con vis polemica simile di un bidone-bomba esploso in un vagone della metro a 6mila chilometri di distanza da Washington. Non vi pare? In compenso, silenzio pressoché tombale dei media su quanto detto da Donald Trump poco dopo, durante un discorso alla Joint Base Andrews in Maryland, per il 70mo anniversario dell’aeronautica USA: “Ho chiesto al Congresso di porre fine una volta e per tutte alle limitazioni di spesa per la Difesa”. Warfare a go-go. Ma voi non dovete saperlo dovete preoccuparvi per un bidone in fiamme.

Il problema è che se Trump lo ha fatto c’è un motivo, ovvero farne parlare. E il risultato è stato raggiunto. Simboli, è una guerra fatta di simboli. Avete notato come, tra mille immagini a disposizione, tutti i media si siano concentrati sulla giovane donna con il tailleur rosa? Tutti. Eppure, grazie al cielo, non è morta. E non è nemmeno quella che ha riportato i danni maggiori. Eppure eccola lì, con gli occhi tra il rassegnato, l’atterrito e il disincantato, accanto alla poliziotta che la scorta: il paradigma del nostro essere tutti vittime potenziali. Ovunque. In ogni momento, con il nostro bel tailleur rosa tirato fuori all’armadio e stirato con cura perché oggi c’è l’appuntamento fondamentale al lavoro.

E, invece, un pazzo e un bidone in fiamme cambiano completamente la nostra vita: il crinale tra essere ancora al mondo e non esserci più, la proverbiale sliding doors, diventa immagine e si sostanzia proprio nella normalità tradita e violentata di quel tailleur rosa. Roba forte, che ti resta in testa. Come i ragazzi con le mani sopra la testa a Tower Bridge, come la mamma che abbraccia forte la bimba fuori dalla Manchester Arena o come il volto di Saffie, la vittime più piccola o come la disperazione sulla rambla di Barcellona: come la donna con il tailleur rosa sopravvissuta e scortata dalla poliziotta, simbolo dello Stato che non ci abbandona mai.

Anzi, ci ricopre di attenzioni. Tanto da innalzare il livello di allerta in Gran Bretagna al massimo, “critical” e dispiegare l’esercito per le strade, cose che non si videro nemmeno durante i troubles nordirlandesi e le campagne terroristiche dell’Ira negli anni Settanta e Ottanta. Dove non scoppiavano bidoni ma pub pieni di gente. Già, a Londra come a Manchester e Liverpool, i soldati sono per le strade da oggi e l’allerta è al top, sintomo che un attacco è imminente: il tutto, non per un’azione coordinata come a Tower Bridge o a un atto di sangue come alla Manchester Arena ma per un bidone-bomba mal funzionante su un vagone della metro. Senza responsabile, se non un identikit. Né immagini a circuito chiuso. Né altro, se non una serie di tweet d Donald Trump e l’immancabile rivendicazione dell’ISIS.

Non vi pare strano quanto sta accadendo, al netto di una paventata minaccia atomica coreana? Arrendiamoci, hanno vinto loro con la strategia della paura: tornerò a scrivere di tassi di interesse e calo delle vendite al dettaglio negli USA. Non mi chiederò più se questo allarme in Gran Bretagna abbia a che fare con il fatto che il 12 settembre Westminster abbia sancito il primo, vero atto formale del Brexit, dando il via libera alla legge che cancella le norme europee.

O che l’inflazione britannica ad agosto si sia talmente surriscaldata da obbligare la Bank of England ad alzare i tassi il prossimo novembre (dopo il grande, ennesimo calcione al barattolo dell’altro giorno), mettendo le ali alla sterlina e facendo fibrillare – per davvero, stavolta – i mercati riguardo a quale sarà il vero fall-out dell’addio all’Unione da parte di Londra. Alla fine, siamo tutti la donna in tailleur rosa che cerca protezione a qualsiasi costo da una minaccia troppo costante e invisibile da poter sopportare a lungo, prima che saltino i nervi. Talmente invisibile da far pensare che non esista. Ma solo pensare.

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