Carina questa novità degli arresti annunciati: fra Catalogna e Russiagate, che gran presa per il culo

Di Mauro Bottarelli , il - 75 commenti


Sarò cinico. Ultra-realista. Disincantato. Dietrologo. Sostanzialmente, rompicoglioni. Ma francamente mi viene da ridere nel pensare che due degli eventi più importanti a livello politico-mediatico, ovvero l’inchiesta sul cosiddetto Russiagate e lo scontro fra Madrid e Barcellona sull’indipendenza catalana, si giochino unicamente su annunci. Di più, siamo arrivati all’annuncio di arresto gentile, ovvero quello che ti fa passare l’ultimo weekend di libertà tranquillamente a casa con famiglia e amici. Già, perché sia per la presunta svolta nel caso delle intromissioni (fantasma) dei russi nelle presidenziali USA del 2016, sia per lo strappo di Barcellona verso il governo centrale, i principali soggetti nel mirino di fatto sanno a mezzo stampa che lunedì con ogni probabilità vedranno scattare le manette ai loro polsi, ovviamente per ragioni differenti.


Nel caso del Russiagate è stata la CNN, ovvero la versione meno credibile di “Studio aperto”, a lanciare lo scoop: le persone coinvolte e i capi di accusa non sono stati ancora svelati ma tutto sarebbe pronto per l’intervento di un giudice federale di Washington. Accidenti che giornalismo serio e legato ai fatti! E, soprattutto, che inchiesta rigorosa quella nelle mani di Robert Mueller, in confronto le fughe di notizie che uscivano a orologeria dal Palazzo di Giustizia di Milano durante Tangentopoli erano innocenti refoli di un cancelliere un po’ ciarliero. Addirittura, si parlerebbe dell’arresto di Michael Flynn, ex capo della Sicurezza nazionale trombato da Trump lo scorso marzo. Di più, il dossier contro il presidente non sarebbe stato commissionato da McCain, Cruz o dalla Clinton, bensì dalla destra repubblicana. Insomma, Steve Bannon sta rompendo troppo i coglioni.

In Catalogna, invece, le 48 ore di preavviso – tempi tecnici della magistratura per istruire la causa, alla faccia dell’emergenza democratica e legalitaria nella provincia ribelle – prima delle manette sono state date in prima istanza a nientemeno che il deposto presidente Carlos Puigdemont, da ieri formalmente sotto accusa per sedizione insieme a tutti gli autori della dichiarazione di indipendenza, mentre il mitico capo dei Mossos de Esquadra, Josep Lluis Trapero, è stato rimosso e sostituito con il suo vice, il commissario Ferran Lopez. E già qui, capite da soli che siamo di fronte a una anomalia. Perché o Trapero ha convissuto con una serpe in seno come vice, visto che Madrid lo ha scelto per la transizione ex articolo 155 (e questo lo porrebbe come scaltrezza al livello dei servizi segreti belgi e francesi, ovvero l’ispettore Clouseau) oppure tutto questo clamore simil-golpistico è degno di miglior causa: se temo che i Mossos possano schierarsi con la popolazione in vista di eventuali disordini, a capo del vertice destituito ci metto un fedelissimo della Guardia Civil, un franchista al 100%, non il vice di chi ho appena rimosso per insubordinazione. O no?

Insomma, se a Washington alcune persone organizzeranno barbecue in giardino e andranno alla partita e poi fuori a cena, a Barcellona ci si sfonderà di tapas, prima di passare al rancio meno allettante delle patrie galere. Anzi, non patrie: galere dell’occupante. Già, perché Gazzetta Ufficiale alla mano, da oggi il premier spagnolo Mariano Rajoy ha assunto competenze e funzioni che fino a ieri spettavano a Puigdemont, premurandosi però – da buon dittatore – di fissare elezioni regionali per il 21 dicembre, il cui risultato darà vita a un nuovo esecutivo e alla fine della supplenza madrilena sulle autorità catalane. Insomma, un’occupazione da circa due mesi: dopo gli arresti annunciati, anche la dittatura a scadenza come gli yogurt e il latte.

In un breve messaggio di questo pomeriggio alla televisione, in effetti Puigdemont è apparso abbastanza in imbarazzo: con accanto la bandiera catalana e quella di un’UE che lo ha già mandato a cagare (insieme agli USA) a livello di possibile riconoscimento, ha attaccato la decisione di Rajoy di andare contro la volontà del popolo (scordandosi di dire che non tutto il popolo catalano voleva l’indipendenza, anzi) e ha invitato i cittadini ad andare avanti con la lotta di resistenza pacifica. Insomma, un limbo. Che ci accompagnerà, a quanto pare, fino all’alba di lunedì. L’ennesima attesa di questa partita a gatto col topo che vive di scadenze rimandate dal 1 ottobre scorso, manco la diatriba catalana fosse una riunione del board di BCE o FED sui tassi di interesse.

Ora, io in vita mia non ho mai vissuto un golpe, né un’occupazione militare ma penso siano vagamente diversi da quanto sta accadendo a Barcellona. Tangentopoli invece me la ricordo bene e la gente veniva portata a San Vittore in pigiama, dopo essere stata prelevata da casa alle 4 del mattino. Senza preavvisi. E ho citato Tangentopoli perché è l’inchiesta che più toccò gli assetti politici e istituzionali del nostro Paese, in questo – formalmente – paragonabile al Russiagate: e quel formalmente è dovuto, perché per come la si pensi su metodi e finalità, politici e imprenditori rubavano davvero, mentre il Russiagate è una pagliacciata senza uno straccio di prova dall’inizio. E tornando alla Catalogna, non vi pare strano che sia Rajoy che Puigdemont abbiano attivato le opzioni nucleari formali che avevano in mano, senza portarle di fatto a compimento? Ci sono 17mila uomini della Guardia Civil a bordo di due navi attraccate nel porto di Barcellona: e restano lì, mentre le città vive tranquilla: si cammina sulle ramblas, si va pranzo, al parco, a fare shiopping. I turisti, un po’ in calo già dopo l’attentato “islamista”, sono un po’ meno ma certo non sono spariti.

File disperate ai bancomat? No. Supermercati presi d’assalto stile Venezuela? Nemmeno. Il tutto, in un contesto di formale sedizione e attentato all’unità nazionale: ma di che cazzo stiamo parlando? Oltretutto, con Madrid che ha già fissato la data delle elezioni anticipate, dopo le quali restituire i poteri ex articolo 155. E Puigdemont? Dopo aver giocato diplomaticamente con la lucidità di un ubriaco, cosa fa? Da un lato non muove le piazze, recuperando stranamente di colpo quel senso di responsabilità che gli ha fatto difetto finora e dall’altro cerca di arruffianarsi l’appoggio estero, UE in testa, quando il “no” alla Catalogna indipendente della comunità internazionale è noto anche ai sassi. E da sempre. Sarà ma non mi pare una situazione così di emergenza. Tanto più che, al netto di dichiarazioni e interviste, l’UE non è pre-allarmata: la Mogherini tace (per fortuna) e non ci sono unità di crisi in convocazione permanente. Insomma, fotte sega, è un normale weekend di fine ottobre. Tutti a mangiare le castagne a bere del buon vino, poi lunedì chi dovrà andare in galera, ci andrà. Forse.

Lo stesso vale a Washington. Le teste che dovranno cadere, cadranno. Ma lunedì. Così domattina si potrà fare colazione con i bagel e poi fare una bella passeggiata lungo Pennsylvania Avenue incendiata di colori dalle foglie d’autunno, prima di vedere il cielo a quadrettoni per un po’. Ma andate a cagare, per favore. Sapete chi ci sarebbe dietro il Russiagate, stando alle ultime indiscrezioni che la stampa italiana si guarda bene dal pubblicare? Il Washington Free Beacon, ovvero un sito conservatore di informazione, il quale avrebbe pagato la Fusion GPS per condurre una ricerca su Trump durante le primarie ma che chiese di stoppare il lavoro a maggio 2016, quando ormai appariva chiaro che il tycoon newyorchese sarebbe stato il nominato. Anche il Comitato democratico e l’entourage della Clinton, attraverso l’avvocato Marc Elias, avrebbero contattato la Fusion per scavare nel passato di Trump nell’aprile 2016, ovvero quando il Washington Free Beacon mollò il colpo con le indagini.


Ma anche quando, invece, si cominciava a fare sul serio (quindi, il momento giusto per muovere gli investigatori e non per bloccarli). L’operazione del Washington Free Beacon, poi, era così segreta e destinata a minare le istituzioni USA nel loro momento più alto da essere confermata per intero in un tweet venerdì sera, sottolineando come i pagamenti per il lavoro – affidato all’ex spia inglese, Christopher Steele – furono bloccati sul nascere. Inoltre, sempre il Washington Free Beacon conferma di aver pagato per indagini anche su altri candidati oltre Trump, anch’esse bloccate. Cazzo che complottone, altro che i files sull’omicidio Kennedy! Siamo al gioco delle parti più assoluto, anzi alla teoria dei giochi tanto cara a Yannis Varoufakis. Sia in Catalogna, sia negli USA. Ma se vi piace farvi prendere per il culo, buon divertimento.

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