Caso ILVA, un governo di pagliacci che si spaccia per filo-operaista nei ritagli di tempo dello ius soli

Di Mauro Bottarelli , il - Replica


Ricordate, ai tempi del liceo, quei compiti in classe talmente importanti e omnicomprensivi da essere programmati settimane prima e che, in quanto tali, ci vedevano sempre rimandare di giorno in giorno la loro preparazione, tanto c’era tempo? Ecco, a leggerla attraverso i titoli dei giornali di oggi, la vicenda ILVA appare un po’ così: si è aspettato, cullandosi sulle basi di un accordo stretto in fretta e furia e poi, arrivati al giorno dell’incontro al ministero dello Sviluppo economico tra le parti, il governo – impreparato alla mossa della controparte, quasi si conoscesse il testo d’esame e questo fosse stato cambiato all’ultimo istante – ribalta il tavolo e fa slittare l’esame. Non è così. E’ peggio di così.

Sentendo aria di elezioni e sapendo del primo intoppo sul tema avvenuto lo scorso 21 settembre, il governo vuole giocare la carta Macron, quella dell’orgoglio nazionale: ovvero, spingere i nuovi padroni indiani di ArcelorMittal a ritirarsi per dare il via libera al secondo soggetto che partecipò alla gara dello scorso dicembre, uscendone sconfitto. Ovvero, quello che vedeva tra i partecipanti Cassa Depositi e Prestiti. Quindi, lo Stato. Una gran mossa, sulla carta, per due motivi. Primo, essendo il secondo Paese manifatturiero d’Europa e quarto al mondo, l’acciaio risulta asset strategico, quindi l’effetto Fincantieri-Saint Nazaire balza subito all’occhio. Secondo, si arriverebbe a un aggiramento delle norme UE che, relativamente all’acciaio, vietano gli aiuti di Stato. E chi lo prende nel culo, almeno potenzialmente, da questa pantomima elettorale? Gli operai, ovviamente, a Genova come a Taranto.

Ma partiamo dall’inizio, brevemente. Per anni, l’ILVA ha garantito a quei galantuomini dei Riva soldi a pioggia per le messa a norma degli impianti, accusati di inquinare e mettere a repentaglio la salute di cittadini e operai come nemmeno una fabbrica deregolamentata cinese. La cosa era nota ma ci volle l’arrivo della magistratura, con il blocco di parte delle fabbriche e il ritrovamento di conti esteri, per mettere un primo punto alla vicenda. Si arriva così al bando di gara per l’assegnazione degli impianti, il quale vede contrapposti appunto ArcelorMIllal-Marcegaglia e una seconda cordata in cui è presente Cassa Depositi e Prestiti. Vince il primo, in fretta e furia sotto Natale, perché occorreva vendere politicamente i “regalo” del governo a operai e famiglie.

Questo, nonostante il gruppo vincitore sia proprietario di un cantiere direttamente concorrente a quello ILVA di Cornegliano, a Genova, situato a poche centinaia di chilometri, a Marsiglia e veda il gruppo di Emma Marcegaglia tra i debitori di ILVA. Missione compiuta, l’ILVA è salva, il governo può piantare la sua bandierina. L’accordo, di massima, è il seguente: dei 14.200 dipendenti del gruppo, in un primo momento ne sarebbero stati salvati 8.500, poi saliti a 10mila nell’intero gruppo. Restava quindi il nodo irrisolto di oltre 4mila esuberi, tema più volte portato all’attenzione del governo dai sindacati ma lasciato decantare fino a ieri. Anzi, fino al 21 settembre, quando in un incontro preliminare e propedeutico al tavolo che avrebbe dovuto aprirsi, si palesa la seconda criticità.

Oltre agli esuberi, i livelli salariali e dei diritti acquisiti. ArcelorMittal, stando al governo, si era infatti impegnata a 10mila assunzioni con un costo medio per lavoratore di 50mila euro: qualcosa scricchiola ma le normative che garantiscono il mercato dell’acciaio permettono alle aziende contraenti di mantenere delle clausole d riservatezza all’interno dei contratti, quindi ci si basa sulla buonafede e si attende l’incontro decisivo del 9 ottobre, data in cui i sindacati indicono uno sciopero di 24 ore per porre ulteriore pressione.

Ed ecco che ieri, il segreto di Pulcinella salta fuori. Non solo la cifra dei 50mila euro per lavoratore non è rispettata ma gli stessi, per vedersi garantito il posto nella nuova ILVA, dovranno essere licenziati e poi riassunti in base al contratto a tutele crescenti contenuto nel Jobs Act, perdendo non solo i livelli salariali precedenti ma anche tutti i diritti acquisiti, scatti, anzianità e quant’altro. I conti sono presto fatti: chi guadagnava 1.300 euro sotto i Riva, ora dovrà campare con poco più di 900 euro al mese. Grazie al Jobs Act. Gran bella figura di merda per il governo. Anzi, duplice. Arrivare a un tavolo impreparato e, oltretutto, dover contrastare proposte ritenute inaccettabili ma rese possibili dalla riforma del lavoro di cui si continuano a decantare le sorti magnifiche e progressive.

Che si fa allora? Facile, si finge di cadere dal pero e si ribalta il tavolo, accusando la cordata vincente di non mantenere gli impegni. ArcelorMittal si è detta “sconcertata” dall’atteggiamento del governo italiano, mentre maggioranza e sindacati hanno immediatamente festeggiato la mossa del ministro Calenda come un insperato afflato di orgoglio patrio: balle, è soltanto una disperata mossa elettorale. Altrimenti non si sarebbe arrivati al 9 ottobre in quelle condizioni, avendo avuto un chiaro campanello di allarme durante l’incontro del 21 settembre: si sarebbe, seriamente, messo sul piatto subito il problema, arrivando al tavolo ministeriale del 9 ottobre in condizioni di chiarezza. Ovvero, o si va per chiudere o si interrompe prima, costringendo ArcelrMittal a dare una risposta alle criticità salariali fatte notare. Si è voluti arrivare invece allo scontro frontale programmato, il tutto solo per ottenere un risultato: far indietreggiare la cordata per far entrare il governo nella partita, alla francese appunto. Un atteggiamento serio, a vostro modo di vedere?

No. Il problema è che il sindacato è d’accordo. La politica, di fatto, anche. Il passato e le sue responsabilità enormi, tutte interne? Tutto scordato, ora ci sono gli indiani sfruttatori e stronzi da mettere nel mirino, il capro espiatorio è pronto all’uso. Davvero crediamo che si possa continuare a prendere per il culo i lavoratori in questo modo? Parliamo di migliaia di famiglie, gente che se perde quel posto – o quello garantito nell’indotto della bonifica degli stabilimenti, come ad esempio dovrebbe accadere a Genova – è sulla strada, magari a quaranta anni passati e con la pensione che è un miraggio. Davvero per evitare di dover rendere conto di una scelta sbagliata prima, di un bel conflitto di interesse (la presenza del gruppo Marcegaglia) poi e del Jobs Act come arma per portare a casa la rapina, si pensa di giocare la carta del ricatto occupazionale con gli indiani?

Gente che, appunto, ha un cantiere concorrente a Marsiglia e se decidesse di giocare pesante, a colpi di studi legali, potrebbe prendere l’ILVA e bloccare l’attività – e quindi i livelli occupazionali – dalla sera alla mattina, solo per il piacere di fare un culo così a Calenda e soci? Certo che sì, perché l’obiettivo ora è solo quello di vincere, in qualsiasi modo e a qualsiasi prezzo, le elezioni della prossima primavera: il resto, si sa, sarà poi materia di calcio della lattina per l’esecutivo che verrà. C’è tempo, come per studiare per quel famoso esame programmato al liceo. Nel frattempo, tutte le energie sono concentrate sul cercare i numeri per far passare l’altro, grande architrave della campagna elettorale, la legge sullo ius soli. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, non attende che il via libera per calendarizzare a novembre.

Di fatto, uno strumento parallelo all’intera vicenda industriale, visto che fa parte del progetto di più ampio respiro di ampliamento non solo del concetto di cittadinanza ma anche – e soprattutto – di forza lavoro, quello che Karl Marx chiamava esercito industriale di riserva, elemento necessario per il dumping salarale che sta alla base della vexata quaestio ILVA e di mille e mille vertenze industriali, in Italia e nel mondo. Ma questo tasto non toccatelo con i sindacati, l’accusa di razzismo e di soffiare sul fuoco della guerra tra poveri è subito pronto. E allora godetevi pure lo spettacolo della presa per il culo governativa, della svolta operaista in tempo di campagna elettorale. Occhio solo a una cosa: chei lavoratori non aprano mai gli occhi. Altrimenti saranno dolori. E temo non manchi molto.

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