In Catalogna, gli indipendentisti giocano la carta della corsa ai bancomat. Ma attenzione al Brexit

Di Mauro Bottarelli , il - 50 commenti


Ormai è una guerra fra il gatto e il topo. Sembra davvero una puntata di “Tom e Jerry” la disputa catalana, un qualcosa che con il passare delle ore assume i toni della pantomima ma che sottende una necessità, più ampia e condivisa di quanto sembri: prendere tempo in una clima di controllata e calcolata incertezza. Domani mattina, infatti, scatta la dodicesima “ora x” del braccio di ferro fra Madrid e Barcellona, con il Consiglio dei ministri straordinario convocato da Mariano Rajoy chiamato all’applicazione senza precedenti dell’articolo 155 della Costituzione, ovvero la revoca temporanea dell’autonomia regionale catalana come risposta al diniego di Puigdemont di dare una risposta chiara rispetto alla proclamazione di indipendenza della scorsa settimana.

Per cosa si deciderà? Un sospensione morbida da accompagnare alla richiesta di nuove elezioni regionali entro 3 mesi, nella speranza che siano le urne (politiche e legali, questa volta) a disarmare gli indipendentisti o si picchierà duro, avocando tutti i poteri – fiscali in testa – al governo centrale, dopo l’arresto dei due leader indipendentisti dei giorni scorsi? La Generalitat catalana, ancora una volta, ha scelto di giocare di rimessa, non dando risposte a Madrid ma limitandosi a dire che una mancata apertura di negoziato, le imporrà la proclamazione di indipendenza, così come la revoca dell’autonomia: della serie, ogni nostra mossa è una reazione alla vostra. Così facendo si potrebbe andare avanti per mesi, a colpi di articoli costituzionali e ricatti. E se a qualcuno potesse fare comodo una situazione simile?

Nel frattempo, stamattina due delle principali organizzazioni separatiste hanno messo in atto – o, almeno tentato di – una prima forma di disobbedienza civile di massa per porre pressione proprio sul governo spagnolo, in vista del Consiglio dei ministri di domani: corsa ai bancomat delle 5 principali banche presenti nella regione (Caixa Bank, Sabadell, Bankia, BBVA e Santander), in principal modo le prime due, ree di aver spostato la loro sede da Barcellona. D fatto, la protesta è finita – visto che era stata convocata fra le 8 e le 9 di stamattina – ma nessun dato numerico è disponibile: bunk-run stile cipriota o flop totale?


Lo sapremo in giornata, visto che entrambe le parti hanno tutto da guadagnare dal rendere noto il risultato dell’iniziativa, le une per propaganda, le altre per tutelare la loro credibilità agli occhi di correntisti e mercato. Parliamo, potenzialmente e solo a livello di contatti Twitter, di una platea di 270mila persone che, alla mezzanotte di ieri, avevano già ritwittato 7mila volte l’appello: e se questa immagine

ci ricorda come, prudenzialmente, già due settimane fa Caixa avesse limitato a 180 euro il prelievo massimo dai suoi sportelli, questo grafico

ci mostra come, dopo il tonfo borsistico di ieri, qualcuno potrebbe davvero cominciare a fare un pensierino riguardo la solvibilità e la solidità del già salvato sistema bancario spagnolo. Ad organizzare l’iniziativa è stata l’associazione “Crida per la Democràcia”, un’entità ombrello che raccoglie – fra le altre – due fra le associazioni indipendentiste più importanti, Catalan National Assembly (ANC) e Òmnium Cultural. Chi le finanzia?
Nonostante l’IBEX stamattina abbia aperto piatto e, alle 9.35, i portavoce di Caixa e Sabadell abbiano confermato l’assenza di code ai bancomat e la normale operatività ai loro sportelli nella regione, qualcuno avanza perplessità sull’intera vicenda catalana. “Il governo spagnolo ha annunciato per sabato l’inizio della procedura per sospendere l’autonomia catalana. Il punto è se il premier, Mariano Rajoy, si accontenterà di sciogliere il Parlamento catalano e indurre nuove elezioni, o opterà per azioni più incisive”, spiega Giuseppe Sersale, strategist di Anthilia Capital Partners a CNBC.

Puntualizzando che “sul fronte catalano i leader indipendentisti potrebbero tentare di boicottare le elezioni, sempre che Rajoy li lasci in libertà. La strada elettorale mi pare dura per loro perché credo che la secessione non abbia la maggioranza dei consensi in Catalogna. In ogni caso il processo si annuncia lento e irto di incognite”. E se, a bocce ferme dopo la giornata shock del 1 ottobre, ci si fosse resi conto di essere terminati in un cul-de-sac e si volesse ora tracheggiare per altri fini? In maniera differente, sia Madrid che Barcellona avrebbero tutto da guadagnare da un intervento esterno che sblocchi questo inutile e controproducente muro contro muro, mentre l’UE potrebbe usare la bomba ad orologeria catalana come pungolo e monito per mettere sul binario del dialogo forzato – a proprio favore – la trattativa sempre più incandescente sul Brexit, al netto di una Theresa May gelata ieri da Angela Merkel alla vigilia del Consiglio Europeo a Bruxelles, la quale ha negato qualsiasi aiuto a Londra.

E quale era stata la richiesta della premier britannica? Un po’ più di flessibilità nelle trattative, visto che in patria sono pronti a chiedere la sua ghirba politica, con Boris Johnson capo dei congiuranti. E il diniego arrivato da Berlino parla una sola lingua, quella del voler giocarsi il tutto per tutto pur di ottenere proprio le dimissioni della May, le quali non porterebbero solo elezioni anticipate con il Labour di Jeremy Corbyn favorito ma anche l’ovvia sospensione ufficiale delle trattative per tutto il tempo della campagna elettorale e della formazione del nuovo governo. Ovvero, lattina calciata in avanti almeno fino a primavera. E con la Catalogna e i suoi fantasmi secessionisti destinati a uno stillicidio di contrasti da qui in avanti, forse l’opinione pubblica britannica ci penserà due volte prima di porre il Brexit in testa alle proprie priorità elettorali, stante l’inflazione al 3% e i dati di crescita che non parlano più di luna di miele.

La Bank of England, saldamente in mano a un uomo Goldman Sachs, in tal senso, potrebbe dare un bello scossone alla situazione, ripetendo volontariamente l’errore della FED nella Grande Depressione, ovvero alzare i tassi a dicembre, garantendo al pubblico britannico una fiammata di spavento proprio sotto Natale e nel periodo dei saldi. Se Corbyn arriverà al 10 di Downing Street, poi, si troverà il modo di far digerire un eventuale ripensamento all’opinione pubblica del Regno Unito, grazie anche all’inconsapevole apporto offerto dal pagliaccio che sovraintende la politica estera di Sua Maestà in questi giorni. Ora molto dipende dalla scelta che Madrid opererà domani mattina: se sarà approccio morbido, una strategia appare sottesa. A livello più ampio. E attenti alle reazioni di lunedì ai referendum di Lombardia e Veneto: anche quelli potrebbero dirci molto sull’aria che tira. E non solo in Italia.

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