Il franchising del terrore offre di tutto, dall’Isis alla “pura malvagità”. Abbiate paura e niente domande

Di Mauro Bottarelli , il - 122 commenti


Hanno corso i titoli delle aziende produttrici di armi oggi a Wall Street. I 58 morti e 515 feriti dello shhot-out di Las Vegas hanno messo le ali ai primi beneficiari del Secondo Emendamento e di una delle principali battaglie incastonate nella campagna elettorale di Donald Trump, la libertà di possedere armi da fuoco. E rialzi del genere, nell’era Obama, avevano un senso: a ogni strage, il presidente prometteva un giro di vite. Quindi, le gente si fiondava a comprare pistole e fucili come ha acquistato acqua e generi alimentari in scatola prima dell’arrivo degli uragani. Detto fatto, i titoli azionari si impennavano.

Ma chi, in coscienza, può pensare che Trump possa mettere in discussione il possesso di armi e la sua regolamentazione? Tanto varrebbe fare le valigie e abbandonare la Casa Bianca fin da ora, perché i suoi sostenitori lo caccerebbero a furor di popolo. Qualcuno vuole questo? Non certo ora. Adesso il presidente deve stare al suo posto, sta bene lì.

Certo, ancora una volta viene da pensare. Stephen Paddock, il cecchino folle del Mandalay Bay Hotel di Las Vegas, aveva 64 anni, era di Mesquite, in Nevada e non aveva mai dato segni né di squilibrio, né di adesione a particolari affiliazioni religiose o politiche. Non era un veterano di qualche guerra con risentimento verso la società borghese o vittima di stress post-traumatico. Ma aveva una casa simile a un arsenale e nelal sua stanza d’albergo, l’avamposto della strage, sarebbero stati rinvenuti una decina di fucili. Il paranoico americano medio che un giorno impazzisce e fa una strage. Senza senso. Salvo poi suicidarsi. Come ha detto il presidente Trump nel suo discorso, evocando la “pura malvagità” come radice del gesto e postando questo tweet molto blando


rispetto ai pirotecnici eccessi social cui l’inquilino della Casa Bianca ci aveva abituato. Ringraziamento alla polizia di Las Vegas che, con il suo pronto intervento ha evitato un numero maggiore di vittime e le condoglianze alle famiglie. Sobrietà assoluta. Strano da parte di uno come il tycoon newyorchese. Molto strano: quasi qualcun’altro avesse twittato al posto suo. Certamente, qualcuno ha scritto il discorso alla nazione.

Poi c’è questo, però:


arrivato via il sito SITE di Rita Katz, quando la polizia di Las Vegas aveva già escluso la pista terroristica. Paddock era un convertito da pochi mesi, divenuto in brevissimo tempo un “soldato” dell’Isis ed entrato in azione. Vero? falso? CIA e FBI negano collegamenti con il terrorismo. Ma non importa. E’ verosimile, il nuovo orizzonte della paura e dell’informazione globale. Tanto Paddock, così come l’assalitore di Marsiglia, anch’egli radicalizzato a tempo di record dopo una vita di furti e rapina, è morto. Anzi, si è ammazzato. Non può parlare. Non può dire niente, nemmeno proclamarsi martire del jihad o vittima di una società ingiusta: di chi era davvero Stephen Paddock, state certi, non sapremo mai nulla. Resta la location, a favore della pista islamista. Las Vegas è nell’immaginario collettivo la città del vizio: gioco d’azzardo, night club, escort, alcool e droga. Il country, poi, è la musica amata dall’America profonda, quella dei cowboys, quella di Hazzard e di chi, probabilmente, nelle scorse settimane era in piazza in difesa delle statue del Generale Lee che il politicamente corretto stava abbattendo in mezza America. La musica di chi non vede, magari, poi di cattivo occhio i tempi in cui la gente di colore lavorava nei campi a raccogliere cotone.

Insomma, un bersaglio legittimo per chi combatte la società occidentale decadente e corrotta. O chi combatte un’America razzista, retrograda ed edonista al tempo stesso. Vi rendete conto di come questo attacco, la peggior strage a colpi di arma da fuoco della storia recente USA, contempli tutto lo spettro di moventi possibili, ogni sfaccettatura di paranoia ed estremismo? Comunque lo si prenda, da qualunque angolazione lo si guardi, c’è da aver paura. Una paura quotidiana, quasi un Netflix del terrore sempre pronto a mandare in onda ossessioni e fobie: non esistono posti sicuri o, peggio, posti da evitare. Se uno Stephen Paddock qualunque potesse essere stato in realtà un miliziano dell’Isis, radicalizzato in pochi mesi e già pronto a un’azione del genere, nessuno è al sicuro. Da nessuna parte. E’ il panopticon del terrore, un’enorme prigione dove non esiste un angolo dove ritenersi al sicuro.

E a cosa ti porta una situazione simile? A impazzire. Lentamente. E allora la riposta è questa,



una nazione di dipendenti da farmaci oppiaci, con famiglie devastate e piccole comunità che stanno cominciando a pensare a class-action contro Big Pharma, stante i budget fuori controllo per la spesa sociale e le politiche di aiuto. Ma una situazione così è anche due volte favorevole: ti garantisce una platea di zombie, il cui unico pensiero e imbottirsi di pillole e alcool e riesci a far passare come emergenza quella che, di fatto, è solo la stroncatura delle promesse elettorali di Donald Trump, già mandate nel cassetto dal Congresso grazie al “no” determinante di John McCain. L’Obamacare, magari sotto altro nome, rimane, i premi salgono e le compagnie farmaceutiche e assicuratrici godono.

Il Pil, con le sue farsesche revisioni al rialzo, pure. E il mito della ripresa gonfia d’orgoglio il petto di Zio Sam. La notizia, d’altronde, è di una settimana fa: è bastato il no reiterato della senatrice del Maine, Susan Collins, per stroncare del tutto le velleità del presidente sulla riforma sanitaria. E il 30 settembre scorso è stato l’ultimo giorno utile perché proprio la riforma della sanità potesse essere approvata con una maggioranza semplice. Dal primo ottobre, infatti, i repubblicani hanno bisogno di una maggioranza di almeno 60 voti e se vorranno cancellare l’eredità di Obama, potranno farlo solo venendo a patti con i Democratici. Insomma, lettera morta. La politica statunitense delle corporations non conosce ostacoli. Al limite, qualche piccolo intoppo.

C’è poi un qualcosa di non secondario come effetto in questa nuova versione della paura permanente: l’incapacità ontologica di identificare il nemico, il pericolo reale. Se Stephen Paddock, un 64enne del Nevada dalla vita anonima, ha fatto quel che ha fatto a Las Vegas in nome dell’Isis, allora non ci sono davvero più certezze. Allora davvero tutto può uccidermi, tutto può mettere a repentaglio me, i miei cari e la mia nazione, colpita a un concerto country senza pietà. Ma colpita, ancorché fino ad oggi senza prove, da un nemico che potrebbe addirittura aver deviato il corso delle elezioni presidenziali, manomesso il destino del Paese. L’accreditamento di Stephen Paddock come paradigma dell’insicurezza e della paura globale si incastra alla perfezione nella discesa in campo di Hollywood – Morgan Freeman prima, Liam Neeson poi – al fianco di Robert Mueller e dell’inchiesta sul Russiagate con lo slogan “We are at war”. Siamo in guerra. Contro l’Isis, contro la “pura malvagità”, contro la Russia. Contro tutti. Ogni giorno. Solo il consolante sorriso del Grande Fratello può proteggerci. E sarà così.

Lo è stato esagerando gli effetti degli uragani, lo è stato manipolando le menti con gli oppiacei come caramelle, lo è questa strage. lo è la tv, lo è la propaganda. Gli USA stanno trasformandosi nel più grande esperimento di controllo sociale a cielo aperto del mondo, una clinica di rieducazione e riprogrammazione senza precedenti. Non a caso hanno messo alla Casa Bianca uno che non crederesti mai capace di certe cose, uno che grida “America First” e immagini che rutti davanti alla tv guardando il football, come fai tu. Uno che proprio in nome di quela normalità americana e patriottica, proprio al football e al basket fa la guerra in difesa della sacralità dell’inno nazionale. Ma a guidare il Paese c’è qualcun’altro. Qualcuno che ha un’agenda e due necessità: la paura generale e il fatto che la gente non si faccia domande riguardo quanto sta accadendo. Si limiti al timore e alla ricerca di protezione, fosse essa garantita dagli oppiacei o dallo stato di polizia. Poco importa. E poco cambia. Mi sbaglierò ma aspettiamoci un’escalation del Russiagate e della russofobia a brevissimo. Siamo entrati in pieno dentro Matrix. Basta guardarci intorno.

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