Invece che difendere Asia Argento, indignamoci per quel rito abbreviato allo stupratore di Rimini

Di Mauro Bottarelli , il - 68 commenti


Cosa io pensi del caso che riguarda Harvey Weinstein l’ho scritto a chiare lettere qualche giorno fa, quindi non mi dilungherò in dettagli da cronaca nera – o, peggio, da mattinale di questura – relativamente agli sviluppi in terra d’Oltreoceano. Vi basti dire che, a occhio e croce, alla lista di chi si è scopato o ha molestato mancano la cassiera di un drugstore del Nebraska, una casalinga del Maine e un’agente immobiliare del South Dakota. Anzi, una novità devo darvela, perché appare esemplificativa dei tempi che stiamo vivendo. Oggi la prestigiosa università di Harvard ha ritirato un’onorificenza concessa a Weinstein nel 2014 per il suo contributo alla cultura africana e dei neri d’America. All’epoca, il comitato esecutivo dell’Hutchins Center for African and African American Research aveva votato all’unanimità per la medaglia al produttore: altrettanto unanime è stato oggi il voto per ritirare l’onorificenza alla luce delle accuse.

Questo dopo che il Wenstein è stato espulso dall’Accademia degli Oscar, dalla sua stessa società cinematografica e il presidente francese, Emmanuel Macron, ha ritirato la Legion d’onore. Insomma, terra bruciata. Mi chiedo, al netto di quanto emerso (e un po’ silenziato) nel giorni scorsi, ovvero che a Hollywood anche le caffettiere sapessero cosa accadeva nell’ufficio del produttore: nessuno aveva chiesto in giro, prima di riempire di medaglie il petto del nostro eroe, nemmeno fosse un reduce pluridecorato del Vietnam? O, forse, basta che ci si “sbatta” un po’ per una minoranza qualsiasi e allora i premi e i riconoscimenti fioccano a prescindere, nonostante quel vizietto – noto a tutti – di avere una predilezione un po’ ossessiva e predatoria per la figa? Tant’è, tutto il mondo è Paese.

E questo mi porta a ciò che davvero ritengo interessante, ovvero quello che possiamo chiamare il “capitolo italiano” del caso Weinstein. Tutti saprete della denuncia fatta da Asia Argento di essere stata stuprata dal produttore nel 1997, quando la figlia del maestro del brivido aveva 21 anni. Apriti cielo, mezzo mondo dello spettacolo ha attaccato l’attrice, avanzando l’ipotesi che abbia parlato dell’accaduto dopo tanti anni soltanto per vedersi garantita pubblicità dallo scandalo globale in atto. Lei si è risentita, ha minacciato querele ai giornali e, l’altro giorno, ha tuonato perentoria: “Me ne vado dall’Italia, qui non c’è solidarietà fra donne”. E chi doveva intervenire?


Eccola qua, la presidente della Camera, spalleggiata a stretto giro di posta da Emma Bonino, ha lanciato un appello all’attrice: “Resta in Italia, ora la gente sta dalla tua parte”. Col cazzo, cara Boldrini, io dalla parte di chi – pur di preservarsi una carriera – ha evitato di denunciare un atto devastante come il proprio stupro, solo perché l’aggressore era così potente da poterla danneggiare nella vita professionale, non ci sto. E non ci starò mai. E, soprattutto, penso e spero che non ci stiano le donne, quelle che magari uno stupro lo rischiano ogni sera tornando a casa dopo 8 ore di lavoro, magari precario e sottopagato, solo perché abitano in una periferia dimenticata da Dio e dagli uomini. Per quanto mi riguarda, Asia Argento può ritirarsi a vita privata in Papuasia e dormirò meravigliosamente, visto poi l’enorme contributo che finora ha dato la sua figura al Paese e all’emancipazione femminile.

E adesso basta anche con questa cazzo di ossessione per la donna, quasi fosse un panda: se hanno voluto la parità, per quale cazzo di motivo deve esserci ogni giorno una levata di scudi da razza protetta? Soprattutto, poi, per una non certo cresciuta a Tor Bella Monaca in monolocale di una casa popolare. La signora Argento, grazie al suo cognome e non certo al talento, una strada spianata verso la carriera cinematografica l’ha avuto da quando era in fascia. E, stante il reddito garantito al padre e alla madre da un vero talento, a occhio e croce poteva vivere di hobby e rendita tutta la vita. Perché dovrei provare empatia e difendere una persona che, al netto di tutto questo, ha scelto di non denunciare chi l’ha stuprata, perché poteva danneggiare la sua carriera?

Non stiamo parlando di una segretaria mobbizzata dal capo e costretta a subire in silenzio, perché quei 1.200 euro al mese le servono per vivere e far vivere, magari, i suoi figli. Qui stiamo parlando di qualcuno che ha accettato l’umiliazione criminale di una violenza carnale non per paura di perdere il sostentamento ma la carriera ad Hollywood, invece che nella sola e provinciale Italia, dove papà le faceva recitare senza problemi nei suoi tristi film di fine carriera. C’è una bella differenza. Direte voi, aveva 21 anni e si ritrovava catapultata nel dorato e magico mondo di Hollywood, non era in grado di capire. Vero, perché però ci ha messo 20 anni a denunciare? A quel punto, stai zitta e ti porti il tuo doloroso segreto con te, perché se lo spiattelli ai quattro venti solo quando il tuo aggressore finisce nella merda ma anche su tutte le televisioni, allora puzza di vendetta a orologeria: e francamente, non capisco come si possa portare dentro quel senso di sporco e ingiustizia per 20 anni.

Salvo poi darlo in pasto a Twitter, come fosse la notizia della fine di una dieta o l’acquisto di una nuova casa. Cosa si aspettava la signora Argento, un Paese ai suoi piedi che le porgeva la spalla per piangere? Oltretutto, in un bailamme generale di accuse e controaccuse, visto che dopo l’outing sullo stupro sono saltate fuori denunce a più non posso contro altre sue colleghe per giochini a tre e altri intrattenimenti nei confronti del potente produttore, ora finito nella polvere. Vogliamo dirlo che nel mondo del cinema c’è un tasso di maiali maschi pari a quello di puttane femmine, oppure rischiamo la denuncia per lesa dotazione di vagina? E’ dai tempi dei fratelli Lumiere che succedono queste cose, tanto che si parla del mitologico “divano del produttore”: lo scandalo tutto adesso deve divampare? Tutte adesso denunciano, stranamente quando molte carriere sono finite dove dovevano, ovvero nel dimenticatoio?

E, ripeto, di Asia Argento e del suo ventilato esilio dall’Italia non mi frega veramente un cazzo. Mi disturba, pesantemente, che la terza carica dello Stato faccia patetica propaganda gender su una storia che è un’offesa in primis proprio verso quelle donne che uno stupro l’hanno subito e non hanno avuto giustizia, ovvero il 90% dei casi, sia che la violenza sia avvenuta tra le mura domestiche che a causa di un estraneo. E non ditemi che il caso Argento può aiutarle, che può divenire esempio della necessità di denunciare, senza paura: dopo 20 anni si denuncia, quando lo stupratore è già bello che rovinato e incastrato e la sua storia è una headline di tutte le televisioni del mondo? Volete dirmi che trasformando Asia Argento nell’archetipo della vittima, lo Stato dimostra che è presente e non le lascerà sole?

Stronzate, grosse come una casa. Andate a vedere le statistiche relative alle violenze sessuali che restano impunite oppure ai casi di condanna che, magicamente, vedono l’animale che ha perpetrato la violenza fuori di galera dopo pochi anni (se non mesi), grazie a patteggiamenti, riti abbreviati, buona condotta o sentenze estrose di qualche magistrato. Come mai Laura Boldrini non ha twittato indignata, né detto nulla sul fatto che Guerlin Butungu, il capo branco dello stupro in spiaggia a Rimini, potrà beneficiare del rito abbreviato (sconto di un terzo della pena, tanto per gradire le italiche abitudini)? Le pare una cosa giusta? Un segno di giustizia verso le vittime, al netto di quell’efferatezza? Essendo la terza carica dello Stato, non sarebbe più di aiuto reale e fattivo un suo intervento al riguardo, magari per arrivare a una discussione che precluda il patteggiamento per certi reati odiosi e brutali?

Se lo dico io, non mi si incula nessuno ma se parla la presidente della Camera (visto anche il profilo mediatico di cui gode), forse il dibattito si apre, che ne dite? Ma si sa, fa più comodo condurre battaglie ad alto tasso di audience. E si disturba meno la magistratura. O, forse, c’è un ordine di scuderia in base al quale certe categorie sociali vanno preservate, altrimenti si alimenta il razzismo, si getta benzina sul fuoco. Va bene, però almeno evitateci la rottura di coglioni della difesa dei diritti delle donne. Perché è il modo più insultante di trattarle e offenderle.

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