La Catalogna ci ha insegnato una cosa precisa: la mitologica “piazza” non conta un cazzo di niente

Di Mauro Bottarelli , il - 71 commenti


Dunque, ragioniamo un attimo a bocce ferme e mente fredda. Ieri il presidente catalano, Carlos Puidgemont, ha chiesto a Madrid trattative senza condizioni sull’indipendenza catalana, proclamata e subito sospesa nel suo discorso di martedì pomeriggio. Per tutta risposta, davanti alle Cortes, Mariano Rajoy gli ha dato i cinque giorni come alle cameriere licenziate: entro lunedì Barcellona deve chiarire se ha o non ha dichiarato l’indipendenza unilaterale, nel qual caso verrà attivato l’articolo 155 della Costituzione spagnola che impone la sospensione temporanea dell’autonomia. Insomma, scemo e più scemo a confronto, al netto di una diatriba che per giorni ha fatto sembrare l’eurozona di nuovo sul baratro di una crisi strutturale. E che crisi, visto che a Bruxelles, dopo aver prima dormito e poi minimizzato, richiamando “la questione interna spagnola”, si sono trovati ad affrontare un dubbio amletico: ci siamo arrovellati sulla possibilità dell’addio di un Paese alla zona euro, stiamo affrontando fra mille difficoltà il caso dell’addio di un membro dall’UE ma come cazzo la mettiamo con una regione di un Paese europeo che vuole secedere?

Cautelativamente, Bruxelles ha subito detto che un Catalogna indipendente non sarebbe stata riconosciuta dall’UE e, quindi, avrebbe dovuto ingaggiare dall’inizio la trafila per l’ammissione. Et voilà, ecco che accelera la volontà delle aziende di spostare la sede dalla Catalogna altrove in Spagna, l’IBEX traballa, lo spread risale (poca roba, in realtà, visto che c’è Draghi) e, soprattutto, ecco che Caixa Bank ne approfitta, preventivamente, per imporre controlli sui capitali in stile cipriota sui suoi bancomat. Alla faccia del non far precipitare nel panico la popolazione, verrebbe da dire. O, forse, la volontà occulta che stava dietro all’intera impalcatura del caso catalano era proprio dar vita al più realistico degli stress test, in modo da rendere non solo accettabile ma addirittura auspicabile l’intervento dell’UE? Ma tant’è, per tutti ormai il meccanismo è stato attivato e nulla sarà più come prima: il referendum, al netto delle modalità con cui si è tenuto, è stato uno spartiacque, la gente di Catalogna non accetterà passi indietro. Proprio sicuri?

Cosa ha ottenuto, in realtà, Carlos Puigdemont in questi dieci giorni di delirio? Di fatto, ha portato i catalani alle urne, come promesso ma, in questo modo, ha operato una rottura netta del vincolo costituzionale, di fatto ponendo in essere un quesito illegale. La sua forzatura n tal senso ha portato alle reazione poliziesca fuori misura e fuori controllo di Madrid, ottenendo il risultato sperato: il mondo intero solidarizzava con la causa catalana, fatta salva un’UE che fino a cinque giorni fa si limitava a osservare e a schierarsi con la costituzione spagnola. Di più, ha spinto il Re a un discorso molto duro che ha portato ulteriore acqua al mulino di Barcellona, arrivando quindi all’atto formale di fissare per martedì di questa settimana la seduta del Parlamento catalano per proclamare l’indipendenza, atto che ha subìto l’immediata diffida da parte della Corte costituzionale spagnola. Di fatto, aveva ottenuto il massimo. C’era un problema, però: la sua marcia trionfale era basata su un bluff. Puigdemont non aveva in mano un poker ma una striminzita coppia di 6: e Rajoy, immagino debitamente consigliato, ha lasciato fare, attendendo martedì pomeriggio, momento nel quale ha dichiarato il più classico dei “vedo”.

E cosa abbiamo visto? Un Puigdemont che non controllava nemmeno la sua maggioranza parlamentare, costretto a rinviare di un’ora il suo discorso proprio per i dissidi tra il PUC, la parte più oltranzista dei nazionalisti marxisti e l’ala più moderata: alla fine, si è gunti alla quadra, un brodino riscaldato. Puigdemont proclama, di fatto, l’indipendenza ma la sospende subito per aprire trattative con Madrid: quando mai si è visto un processo indipendentista simile? Ve li vedete Eamon De Valera e Michael Collins che, dopo la Pasqua del 1916, lottano per arrivare alla “Partition” del 1921 e poi sospendono tutto per aprire un dialogo con Londra? Detto fatto, forte dell’appoggio dell’UE, Madrid definisce “inaccettabile” la proclamazione e chiude le porte. Risultato, mezza piazza catalana comincia a mugugnare contro Puigdemont e il suo poco coraggio e il PUC rompe, uscendo dal governo. In un pomeriggio, Puigdemont ha perso credibiità popolare e maggioranza di governo. Il tutto, senza nemmeno essersi tolto la soddisfazione di aver proclamato la tanto agognata indipendenza unilaterale ma, anzi, facendo la figura del debole. E, soprattutto, di chi ha ingaggiato una guerra con un arsenale estremamente e dolosamente sovrastimato.

Ma non basta. Con il suo azzardo assurdo e delirante, Puigdemont è riuscito nel miracolo di trsformare un minus politico come Marano Rajoy in un padre della patria, rafforzando il suo rabberciato e traballante governo e dando vita anche a una sorta di “Grosse koalition” contro l’indipendentismo, visto che ieri il PSOE ha dato via libera al governo rispetto alla reazione da porre in essere contro Barcellona da lunedì prossimo, in cambio della promessa di una riforma costituzionale. La quale, alla luce dei fatti, potrebbe tradursi in qualcosa di paradossalmente penalizzante per la Catalogna. Un vero capolavoro di demenza politica. Puigdemot non è uscito politicamente indebolito ma, bensì, a pezzi da queste giornate. E, ora, con un ultimatum sulle spalle e senza più metà delle sue truppe, oltretutto quelle più organizzate, ramificate nella società e irriducibili sul tasto indipendentista. Ma, soprattutto, ha perso credibilità verso la piazza, visto che molti suoi sostenitori hanno cominciato a chiamarlo “traditore” della causa, dopo il discorso al Parlamento. Sicuri che sia davvero irreversibile, alla luce di tuto questo, il processo di secessione catalano?

Ed eccoci però arrivati al punto, il quale crea un fil rouge immaginario fra Barcellona e Roma: la piazza tradita della Catalogna, quella che si è fatta manganellare e ha dormito dentro i sacchi a pelo nei seggi per non far entrare la Guardia Civil, quanto ha in comune con la piazza che sta mobilitandosi contro la legge elettorale, chiamata alle armi della protesta democratica dal Movimento 5 Stelle? Quanto azzardo politico alla Puigdemont c’è dietro a chi in queste ore pensa di spaventare il partito dell’inciucio, mobilitando cittadini e comitati? Che senso ha, realmente, dar vita a una “veglia per la democrazia” davanti a Montecitorio come quella organizzata per stasera da M5S, di fronte a un vizio di forma ontologico: ovvero, il fatto che dicendo “no” a prescindere a qualsiasi accordo, i grillini sapevano da principio che la logica di coalizione li avrebbe schiantati? Non hanno, clamorosamente, sovrastimato il loro dato numerico? O, peggio, non hanno dato vita a un bluff basato su quest’ultimo, facendosi ora “scudo umano” dei militanti in piazza per gettare un po’ di fumo negli occhi populista?

E attenzione, perché a mio modo di vedere questa presa per il culo della mitologica piazza, la quale in effetti non conta un cazzo, a uso e consumo dei processi interni dei partiti, non vale solo per M5S, il quale però paga l’aggravante del continuo richiamo alla democrazia diretta, all’uno vale uno, al web come riferimento e cazzate del genere. La tiepidezza di Matteo Salvini verso i referendum di Lombardia e Veneto, pensate sia condivisa dalle migliaia di persone che erano sul prato di Pontida poche settimane fa, in delirio quando sul palco sono saliti i governatori-promotori Zaia e Maroni? No ma la radice leninista di culto del capo che alberga in Lega, fa in modo ch tutto passi in cavalleria: salvo i colpi di coda come quello posto in essere ieri da Maroni, il quale è andato a prendersi la solidarietà e l’appoggio diretto di Silvio Berlusconi sul tema in un incontro ad Arcore.

Sintomo di sintonia interna in Lega? No. E la mitologica piazza, il popolo cui Salvini si rifà ogni tre per due? Preso per il culo. Anzi, preso in mezzo nell’eterna lotta per il potere fra due anime del partito. Ma non basta. Sulla stessa legge elettorale, Matteo Salvini è stato chiaro da almeno due anni: votiamo qualsiasi modello, purché si torni alle urne. Quindi, nessuno scandalo per l’ok al Rosatellum-bis che oggi dovrebbe vedere la luce, franchi tiratori permettendo. Ma, al netto dei mal di pancia di coalizione di Giorgia Meloni, come si può far passare – senza dire una parola – il ricorso alla fiducia? Certo, la Lega come Forza Italia non la voteranno ma si limiteranno a uscire dall’aula ma accettare pedissequamente questo percorso quantomeno irrituale e anti-democratico, esattamente come fa l’odiato Angelino Alfano, fa salire al cielo una puzza irrespirabile di inciucio politico pre-elettorale.

Ovvero, altro che Roma ladrona, la smania di potere di Matteo Salvini lo sta tramutando in un Puigdemont che crede davvero che potrà diventare premier, se la Lega prenderà un voto di più di Forza Italia, come se l’inciucio fra Berlusconi e Renzi per un governissimo non fosse già nelle carte da ora (quando mai un partito di opposizione “capisce le ragioni”, come a detto Brunetta, del governo che mette la fiducia sulla legge elettorale, se non c’è un accordo già scritto di spartizione?). Forse conviene che tutti noi – io per primo che la evoco troppo e continuo a pensare che possa muovere delle pedine – prendiamo atto che la piazza, i cittadini, gli elettori non contino davvero un cazzo di niente, siano un marxiano esercito elettorale di riserva che viene interpellato solo quando scatta la “sindrome Puigdemont” dell’aver pisciato fuori dal vaso. Altrimenti, non si spiegherebbe l’astensione ai livelli degli ultimi anni, nonostante le varie leggi elettorali usate nelle tornate intercorse fra regionali, europee e comunali.

Siamo alla grande scollatura fra politica e società? Siamo al capolavoro assoluto delle elites e del loro piano, quello che abbiano visto prodromicamente in atto dal 2011 in poi, fra governi tecnici e non eletti? Se sì, quanta colpa abbiano noi e quanta i cosiddetti partiti di opposizione, di qualunque colore? Vi lascio con le parole di Ernst Junger tratte da il “Trattato del ribelle” e dedicate proprio al processo elettorale nell’età del Leviatano e della paura come costante, dove si pone l’interrogativo ontologico fra scheda elettorale e mero questionario: “L’essere umano è ridotto al punto che da lui si pretendono le pezze d’appoggio destinate a mandarlo in rovina. E oggi bastano delle inezie a decidere la sua rovina”. Rifletteteci.

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