La “sindrome catalana” piomba sui referendum di Lombardia e Veneto. Ma attenti al voto austriaco

Di Mauro Bottarelli , il - 190 commenti


Non mi interessa entrare nel merito della questione catalana, oramai tramutatasi in una sorta di telenovela che vede due governi cialtroneschi fronteggiarsi in una situazione sfuggita di mano a entrambi. Stando all’ultima vulgata, martedì il Parlamento di Barcellona si riunirà e potrebbe essere quella l’occasione per la proclamazione unilaterale di indipendenza, atto a cui Madrid si è già detta pronta a rispondere in punta di difesa dello stato di diritto. Nel frattempo, oggi e domani scenderanno in piazza gli unionisti per fare sentire la loro voce e, da più parti, si parla di una mediazione della Svizzera – dopo quella vaticana proposta da Barcellona e rifiutata da Madrid – che potrebbe portare a uno sblocco dell’impasse prima dello showdown parlamentare.

Staremo a vedere, francamente io mi sono rotto i coglioni di stare dietro a queste guerre di retroguardia, ora ammantate anche di profilo economico-finanziario, con il governo spagnolo che ha varato un decreto-lampo che faciliti lo spostamento della sede fiscale di banche e aziende dalla Catalogna e giornali che già prospettano code ai bancomat e bank-run in stile greco a partire da lunedì. Penso che si risolverà tutto in una bolla di sapone, con grande sollievo di entrambe le parti ma non si sa mai, qualcosa potrebbe sfuggire di mano vista la caratura politica da barzelletta delle parti in causa. Una cosa è certa ed è ciò da cui vi mettevo in guardia nell’unico altro articolo dedicato alla Catalogna, quello della scorsa settimana pre-referendum: nonostante le due cose non abbiano nulla a che fare, la “sindrome catalana” era destinata strumentalmente a piombare sul dibattito relativo ai due quesiti referendari sull’autonomia di Lombardia e Veneto previsti per il 22 ottobre. E così è stato.

Come saprete, ho il vizio masochista di guardare “Piazza pulita” il giovedì sera (l’alternativa del Milan in Europa League lo sarebbe altrettanto), tanto per provare la febbre alle isterie buoniste del Paese. Due giorni fa, però, la trasmissione di Corrado Formigli mi ha garantito – oltre alla visione di un delirante servizio sul razzismo del cattolici tradizionalisti – conferma relativa alla mia tesi: del merito dei due referendum non frega un cazzo a nessuno, del loro uso strumentale sì. E molto. Avrete letto sui giornali delle sparata a freddo di Giorgia Meloni contro i due quesiti, partendo proprio dalla questione catalana e attaccandosi a un concetto di patriottismo che fonderebbe presidenzialismo, unità del Paese e federalismo che puzza molto di arrampicata libera sui vetri. L’ala autonomista della Lega, in testa proprio il presidente-promotore Roberto Maroni, è insorta, auspicando addirittura una ridiscussione dell’alleanza con Fratelli d’Italia e anche i rappresentanti veneti e lombardi del partito della Meloni sono insorti contro la presidente e la sua tardiva e un po’ sospetta presa di distanza. In questo video

PIAZZA PULITA: CORRADO FORMIGLI INTERVISTA GIORGIA MELONI (517)

trovate l’intervista integrale ma il succo sta nei primi 7-8 minuti, il resto potete tranquillamente evitarlo. Ora, al netto delle parole intrise di centralismo vecchia maniera, un po’ alla Marchese del Grillo quando si tocca la questione del debito senza fondo di Roma, ancorché ammantato di patriottismo 2.0, come spiegate il silenzio di Matteo Salvini al riguardo? Di fatto, la Meloni sta sconfessando non l’intero impianto del referendum ma due decenni di rivendicazioni fiscali del Nord che erano le radici stesse dell’albero politico leghista: tutto in cantina in nome del sovranismo, salvo correre a riprenderlo quando il voto siciliano avrà confermato brutalmente a Salvini che sotto Firenze non conta numericamente un cazzo? E poi, come mai solo un paio di tweet e tutti dedicati alle violenze della Guardia Civil, da parte del leader leghista? La Catalogna scotta troppa come argomento, visto che le urne sono ormai alle porte, come ci mostra la sparata della Meloni, terrorizzata – e ne ha ben donde – di essere messa all’angolo dall’accordo Forza Italia-Lega Nord, non a caso favorevoli al Rosatellum 2 come legge elettorale?

Anche in questo caso, solo il tempo ci darà conferme. E ne manca relativamente poco. Ancora meno, poi, ne manca a un appuntamento che mi pare in troppi stiano sottostimando come portato politico, non tanto a livello di assetto europeo e sistemico quanto proprio territoriale e federale, inteso come macro-regioni e interconnessioni territoriali ed economiche: le politiche austriache di domenica prossima. Perché se a Milano o Roma o Napoli, parlare di Austria significa sfogliare l’immaginario giornale politico fino alla pagina degli esteri, in Veneto (e ancora di più in Friuli-Venezia Giulia) si intende parlare del giardino di casa. O, peggio, del varco di confine dove scappano molte aziende, sempre di più, tentate dalle condizioni fiscali e dalla burocrazia zero, ad esempio, della Carinzia. E lo stesso ragionamento vale in Lombardia, nel comasco e nel varesotto, con la fuga in Canton Ticino o Grigioni.

E a che punto stiamo in Austria, visto che i media italiani non stanno dedicando un solo istante all’argomento? Un misto fra presidenziali USA ed elezioni tedesche. Già, perché le chance di Sebastian Kurz, ministro degli Esteri e giovane promessa della politica austriaca (per tutti già cancelliere), sembrano aumentare a pochi giorni dal voto: I socialisti del SPO, principale avversario della lista costruita attorno alla figura ministro degli Esteri, sono stati infatti travolti dal sospetto di aver finanziato una campagna fake contro l’enfant prodige della politica viennese. Tanto che il 5 ottobre, quelle accuse sono state smentite con toni molto aspri da Christian Kern, il cancelliere attualmente in carica, che corre alla Cancelleria per i socialdemocratici. Ma il danno resta. In una versione alpina e in sedicesimi del Russiagate, sotto accusa sono infatti finite alcune pagine di Facebook falsificate e concepite per infangare il nome di Kurz.

E per non farci mancare il tocco alla “House of cards” dello strudel, dietro all’attacco social ci sarebbe la controversa figura di Tal Silberstein, un esperto di “campagne negative”, il quale sarebbe responsabile dei tentativi di screditare l’avversario dell’OEVP. Nella conferenza stampa di giovedì scorso, i socialdemocratici hanno reso pubblico il contratto che li legava al consulente ingaggiato per la partita elettorale (536mila euro pagati “per un’attività di agenzia di comunicazione normale”, tanto che ora ne rivorrebbero 131.250) e hanno poi incaricato Christof Matznetter, alto dirigente del partito, di chiarire l’accaduto: “Non so cosa abbia fatto con i soldi. Ma non ha avuto da noi l’incarico. Noi non vogliamo questo tipo di dirty campaining”.

Scusa fiacca, tanto che il duello è proseguito per tutta la giornata. Lo staff di Kurz ha affermato che “l’Spoe con Kern ha perso ogni credibilità” e il cancelliere si è difeso, denunciando una “campagna diffamatoria” nei suoi confronti, che avrebbe coinvolto anche la sua famiglia. “Ci sono giornali che ritengono di poter decidere chi debba diventare cancelliere e questo prima che si vada alle urne”, ha affermato, attaccando uno dei tabloid che ha dato particolare rilievo alle fake news su Kurz. “Non indietreggeremo di un millimetro nella nostra campagna”, ha affermato, accusando i suoi detrattori di voler “calpestare ci piedi la visione del futuro del Paese che portano avanti i socialdemocratici”.

E i sondaggi, cosa dicono? L’ultimo in ordine di tempo è quello dello “Standard”, il quale vede l’OEVP (anzi, la “Lista Kurz”, visto che i centristi si presenteranno al voto sotto questo nome, tanto per sbianchettare mesi di inciuci con i socialisti in chiave anti-FPO) a 33% e la FPO al secondo posto con il 25%, mentre i socialisti del SPO starebbero bissando il tonfo dei cugini maggiori tedeschi, ballando sul filo del 20%. Insomma, anche in Austria come in Germania, visti poi i toni e le accuse degli ultimi giorni di campagna elettorale, i tempi della Grosse Koalition parrebbero terminati e si farebbe già avanti nuovamente l’ipotesi di una coalizione centrista con l’FPO di Heinz Christian Strache.

Se i sondaggi non saranno fallaci e se davvero Kurz aprisse a questa scelta, il programma potrebbe prevedere meno tasse, meno burocrazia, limitazione drastica dell’arrivo di profughi, frontiere esterne dell’UE chiuse e pene più dure per i criminali. Insomma, un governo di centrodestra legge e ordine in piena regola ma anche liberale e business-friendly. E che l’ipotesi sia più di una suggestione pare farcelo intendere la notizia giunta ieri dal Brennero, dove si è formata una colonna di tir lunga fino a 100 chilometri. La situazione è stata in gran parte determinata dalla decisione proprio delle autorità austriache di rallentare gli accessi oltre il valico: come spiega nei dettagli il quotidiano austriaco “Tiroler Tageszeitung”, infatti, è stato attuato per la prima volta un esperimento, volto ad evitare un afflusso eccessivamente massiccio di mezzi pesanti sulle arterie austriache.

E così, poco dopo il Brennero, la polizia tirolese è intervenuta per rallentare il traffico dei tir, facendone passare soltanto 300 ogni ora, contro un afflusso previsto di 600. Questo intervento ha naturalmente avuto come conseguenza che i camion si sono accodati lungo la carreggiata dell’autostrada, formando una coda che nel pomeriggio ha raggiunto appunto i 100 chilometri. Prove tecniche post-elettorali di addio, più sostanziale che formale, a Schengen e alle sue regole, le quali sono stati di fatto già gettate alle ortiche da due pezzi da novanta come Francia e Olanda e in forte ridiscussione in Germania? Al netto di tutto questo vi chiedo: se in Austria nascerà, su questi presupposti, un governo OVP-FPO, quanto carico da novanta metterà sulle rivendicazioni venete in prima istanza, viste le mutate condizioni che si creeranno a poche centinaia di chilometri?

Quante Meloni serviranno a bloccare la rabbia non di scalmanati rivoluzionari ma di piccoli e medi imprenditori che vedranno il lavoro spostarsi e saranno loro stessi, giocoforza, costretti a delocalizzare in Carinzia o Tirolo? Chi spiegherà il perché alle famiglie dei lavoratori che verranno lasciati a casa in nome di un federalismo, di un fisco e di un ordine sociale che oltreconfine funzione, a differenza che qui? Attenti a sottovalutare il voto austriaco, potrebbe rivelarsi il turbo di sommovimenti che qualcuno cerca strumentalmente nei due referendum del lombardo-veneto del 22 ottobre. La risposta della realtà potrebbe arrivare una settimana prima. E sotto forma di schiaffone che ti sveglia di soprassalto.

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