Le elites hanno un problema di QE, chi pagherà? Gli indizi dicono Pechino. Che ora fissa il prezzo

Di Mauro Bottarelli , il - 61 commenti


Come è ovvio che sia, dal Congresso del Partito Comunista cinese arrivano notizie e dati filtrati. Il presidente, Xi Jinping, ha parlato di una Cina che deve diventare “un moderno Paese socialista entro il 2050”, di “crescita economica di qualità” e di “un miglioramento del quadro normativo sostenuto dalla politica monetaria e da quella macro-prudenziale, con i tassi di cambio che diventeranno più basati sul mercato”. Non una parola, ovviamente, sui continui default obbligazionari, sulle difficoltà di rimborso dei prestiti da parte delle SME, sugli outflows di capitali e, soprattutto, sul sistema bancario ombra, vero elefante nella stanza che il mercato continua a ignorare. Ma, a dire il vero, dal Congresso in corso è arrivata una notizia molto interessante, ancorché ignorata.

Questa: “Il presidente Xi Jinping ha salvato il Partito comunista dal tentativo di presa del potere ordito da figure di alto livello del PCC, ora rimosse”. Insomma, un qualcosa che dovrebbe aprire tg e prime pagine dei giornali: un golpe sventato nella seconda (o, forse, prima) economia del mondo, oltre che in un Paese comunista che dopo Tienanmen è divenuto architrave di equilibrio globale, non ultimo nella disputa in atto fra Corea del Nord e USA. E chi ha affermato una cosa simile, tra l’altro senza essere minimamente smentito? Non un politico, né uno storico, né un intellettuale troppo zelante verso il potere. Bensì Liu Shiyu, capo della China Securities Regulatory Commission, l’ente regolatore del mercato,, parlando l’alro giorno a un panel finanziario a margine proprio del 19mo Congresso del PCC. E di più, facendo nomi e cognomi: Liu – riportava il “South China Morning Post” – ha menzionato tra gli altri l’ex boss del Partito di Chongqing, Sun Zhengcai, ex astro nascente, rimosso ed espulso dal Partito proprio in estate.

Verità o mito pret-a-porter della narrativa di Partito? Una cosa è certa: il caso di Sun è soltanto l’ultimo tentativo in ordine temporale di una lista di mosse e situazioni improprie che parte da circa 5 anni fa, dalla salita al potere di Xi Jinping. Il presidente, che è anche e soprattutto segretario generale del Partito Comunista e intende blindare il Politburo attraverso “pensionamenti” eccellenti dei membri non allineati, di fatto ha affrontato i casi di Bo Xilai, Zhou Yongkang, Ling Jihua, Xu Caihou, Guo Boxiong e Sun Zhengcai. Tutti avevano posizioni di vertice nel Partito ma tutti – ha affermato Liu – “erano pesantemente corrotti e hanno complottato per usurpare la leadership e impossessarsi dello Stato”.

Sun, il più giovane componente del Politburo uscente e tra i più accreditati per la promozione nella ristrettissima cerchia del Comitato permanente, è stato rimosso a luglio dopo l’avvio di indagini per corruzione e gravi violazioni della disciplina e successivamente allontanato da ogni carica ed espulso dal PCC. Sun e gli altri erano “grandi non solo per disonestà e corruzione ma anche nella cospirazione apertamente finalizzata a usurpare la leadership del Partito”, ha aggiunto Liu. Insomma, un mattone in più nel muro di legittimazione di Xi Jinping come uno dei padri della patria. Stranamente, spiattellata dal principale giornale cinese e reso noto dal numero uno dell’ente regolatore della Borsa, organo che – ricordiamo – la settimana prima dell’inizio del Congresso ha di fatto vietato le vendite per non turbare i mercati nel corso dell’assise di Partito. Eppure, come ci mostra questo grafico,

in settembre sono tornati gli outflows, in contemporanea con lo stop all’intervento statale sul mercato valutario. Per caso, con questa sparata del golpe, Pechino ha voluto mandare un messaggio, oltretutto talmente codificato da essere palese, visto che il messaggero è stato il capo dell’ente regolatore dei mercati? Forse Donald Trump dovrà resettare un’altra volta il suo giudizio riguardo Pechino e la sua attività manipolatoria sullo yuan? Forse il Pentagono dovrà smetterla con le irritazioni per l’attività marittima cinese nel Mare Meridionale di Cina, denunciata ancora non più tardi dell’altro giorno con grossa enfasi? O forse sono le manovre militari a Gijbouthi ad aver fatto innervosire Mattis e soci?

Una cosa è certa, Pechino non ha scelto a caso il timing. E non tanto per il Congresso del Partito, quanto per la fine del QE globale: la grande paura. Questi tweets di Nick Rieder, CIO del reddito fisso a Blackrock, parlano molto chiaro:


al netto di quasi 10 trilioni di liquidità riversata sui mercati dalle Banche centrali dal 2008 ad oggi, ora comincia – almeno formalmente – l’era del grande ritiro, quindi chi fornirà lubrificante al mercato affinché la transizione non lo faccia deragliare? I petrodollari, forse, con Arabia e soci che combattono con i deficit di budget al netto del prezzo del greggio che non sale e dell’OPEC ormai ridotta a un club di nobili decaduti? E anche Deutsche Bank comincia a porsi preoccupata il quesito, partendo da questo grafico:

entro fine anno, infatti, in linea teorica, il mercato passerà da un tasso di espansione combinata a 12 mesi dei bilanci della Banche centrali pari a 2 trilioni di dollari l’anno a virtualmente zero. Un’ecatombe. Chi può salvare il mondo dalla criptonite del deleverage? La risposta sta nell’ultimo tweet di Rieder: la Cina.


E come, se nelle intenzioni del governo c’è proprio un cambio di passo, ovvero basta crescita economica basata su sovra-produzione (alla base dell’esportazione globale di deflazione da parte di Pechino che sta mandando a quel Paese gli obiettivi dei vari programmi di QE) ed export e via alla rivoluzione di servizi e consumi interni? Davvero la PBOC smetterà di iniettare liquidità con il badile nel sistema (interno e, per interconnessione finanziaria, globale), come ufficialmente pare aver detto al mondo? E se così non fosse e Pechino divenisse davvero l’enorme e unico contrappeso globale al deleverage di FED e BCE, come potrebbero conciliarsi le politiche protezionistiche USA e in parte UE contro l’economia del Dragone?

Oltretutto, proprio ora che da Pechino ci fanno sapere di rischi scampati per la tenuta stessa del sistema, stante attitudini golpiste dentro il PCC? E si sa, un domani quegli agenti destabilizzatori potrebbero avere anche un mandante, di comodo e con tempistica perfetta, stile Fetullah Gulen. Siamo nelle mani di Pechino? Pare proprio di sì. E la colpa è soltanto nostra, Xi Jinping fa bene a godersi la sua marcia trionfale. A meno che a Washington, vista persa la partita politico-diplomatica, qualcuno non sia così pazzo da dare davvero retta all’ala più estrema dei neo-con. Magari senza affondare il colpo, solo per vedere l’effetto che fa, come diceva il compianto Enzo Jannacci. L’Europa, intanto, si occupa di Catalogna.

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