Le molestie a Westminster, Russiagate in spolvero e la mafia del Berlusca. Tutto ora, tutto insieme…

Di Mauro Bottarelli , il - 36 commenti


Sicuramente mi sbaglio, ossessionato come sono dalla teoria del complotto. Però, c’è qualcosa di strano nel timing che ha visto emergere, contemporaneamente, tre fronti destabilizzanti per altrettanti scenari politici. Al netto della querelle catalana, ormai sprofondata nel farsesco, mi pare davvero strano quanto sta accadendo. Ricorderete che la settimana scorso scrissi di come alcune strane usciti dal fronte UE mi lasciassero prefigurare un accerchiamento di Theresa May finalizzato a un cambio netto di equilibri sul Brexit. In particolare, ritenevo che un voto anticipato che mandasse in cantina per almeno sei mesi le trattative ufficiali fra Londra e Bruxelles sarebbe stato propedeutico alla possibilità di un potenziale “Bregret”, ovvero la grande marcia indietro verso l’addio britannico e l’ipotesi di un secondo referendum sotto un governo Corbyn.

Altresì, sottolineavo la già debolissima struttura di resistenza dell’esecutivo May a scossoni particolari. Et voilà, ecco che in piena epidemia di molestie sessuali a livello globale – ultimo caso, quello di Kevin Spacey – salta fuori a Londra uno strano documento Excel intitolato “High Libido MPs”, contenente i nominativi di oltre trenta politici britannici, fra cui 15 membri dell’attuale governo, accusati di molestie e comportamenti inappropriati. Si va dal veterano conservatore perennemente ubriaco e assai inappropriato con le donne a un alto membro del governo “lesto di mano alle feste” fino all’importante deputata donna accusata di avere relazioni extraconiugali con giovani assistenti maschi. Accidenti, che scandalo! Altri deputati avrebbero poi consumato rapporti sessuali nei loro uffici di Westminster e due politici conservatori avrebbero pagato le prestazioni di prostitute.

Per finire, ci sarebbe un video che mostra un deputato conservatore impegnato in una performance di sesso estremo con tre uomini. I ricercatori parlamentari che hanno compilato il dossier sostengono che i deputati menzionati sono stati oggetto per anni di voci e sussurri sui loro comportamenti e che le “interazioni normali e consensuali” sono state omesse. Ma gli autori della lista sono ben consapevoli delle possibili conseguenze: “Se solo la metà dei ministri coinvolti dovesse dimettersi, potrebbe cadere il governo”. Ma guarda un po’. E conoscendo l’attitudine dei tabloid britannici verso certi argomenti, potete immaginarvi come andrà a finire.

E vogliamo poi parlare della svolta tanto improvvisa quanto “chiamata” sul Russiagate? Mesi e mesi di audizioni inutili, falsi scoop giornalistici, campagne da maccartismo 2.0 totalmente campate in aria ed ecco che, di colpo, tre pedine di primo livello dell’entourage di Donald Trump capitolano di colpo e ammettono le loro colpe, consegnandosi all’FBI come in un telefilm. I primi due sono il capo della campagna elettorale di Trump, Paul Manafort e l’uomo d’affari e amico del tycoon, Rick Gates, entrambi destinatari di una dozzina di accuse che vanno dal riciclaggio alla frode fiscale fino alla più evocativa, cospirazione contro gli Stati Uniti d’America.

Il primo rischia fino a 80 anni di galera, il secondo 70. E quale sarebbe la chiave di tutto? Fatti risalenti al 2006-2007, completamente slegati dalla campagna elettorale per le presidenziali del 2016 ma riferibili a un qualcosa di molto evocativo in chiave ant-Cremlino: i rapporti con l’ex premier ucraino filo-russo, Viktor Yanocuvich, il quale avrebbe versato 12 milioni di dollari a Manafort per consulenze. Di qui, l’accusa di riciclaggio per un totale di 18 milioni di dollari, mentre Rick Gates si sarebbe limitato a far transitare 3 milioni di dollari in paradisi off-shore. Questa tabella

ci mostra quanto fanno sparire annualmente alcune grandi corporations USA nei cosiddetti “tax-havens”, qualcosa come 2,6 trilioni di dollari: vuoi non scomodare l’ex capo dell’FBI e una mega-commissione d’inchiesta del Congresso per un totale di 21 milioni di dollari di soldi presumibilmente riciclati? Ma è l terzo personaggio quello chiave, George Papadopolous, ex volontario della campagna per Trump, il quale – di colpo – ha ritrovato la coscienza e il senso civico, dichiarando di aver mentito ai federali negli interrogatori subiti nell’ambito dell’inchiesta Russiagate. A renderlo noto è stato proprio l’ufficio del procuratore, Robert Mueller, a detta dl quale Papadopolous ha testimoniato il falso “sui tempi, l’estensione e la natura dei suoi rapporti e della sua interazione con certi stranieri che aveva capito avere strette connessioni con alti dirigenti del governo russo”. In una email del marzo 2016, Papadopoulos propose di organizzare un incontro tra dirigenti russi e dirigenti della campagna di Trump, con oggetto “Incontro con la leadership russa, incluso Putin”.

Il nostro peccatore redento rischia anni di galera ma la commissione d’inchiesta ha fatto sapere che se le sue rivelazioni, d’ora in poi, porteranno a sviluppi fruttuosi per l’indagine, la pena si ridurrà a pochi mesi. Forse, addirittura, si arriverà all’immunità. Ma guarda. E, stranezza delle stranezze, non solo in straordinaria contemporanea il rappresentante legale di Facebook, Colin Stretch, rendeva noto che contenuti aggressivi russi potrebbero aver raggiunto circa metà dell’elettorato statunitense tramite il social nella campagna per le presidenziali, qualcosa come 126 milioni di statunitensi irretiti dalla propaganda del Cremlino ma, addirittura, con colpo di culo ancora più straordinario, le forze speciali USA in Libia avrebbero catturato la mente dell’attentato al consolato statunitense di Bengasi dell’11 settembre 2012, quello i cui punti oscuri sarebbero transitati sotto forma di e-mail di Sidney Bluementhal nel computer del Dipartimento di Stato ma “aggiustato” ad uso privato di Hillary Clinton. Ora, Mustafa al-Imama sarà trasferito in località segreta negli USA. Come dire, Donald Trump non si è fatto cogliere alla sprovvista da Mueller e tiene la Clinton e l’entourage democratico per le palle. Tutte coincidenze. Nessuno scontro di potere ai massimi livelli in atto.

E dopo tanto esotismo, un po’ di Italia. Dove, con timing e locazione geografica perfetta, ecco che tornano le accuse di mafia per Silvio Berlusconi. Il Cavaliere e Marcello Dell’Utri sono infatti nuovamente indagati nell’inchiesta sui mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993 che colpirono Firenze, Roma e Milano. La procura di Firenze ha già ottenuto dal giudice delle indagini preliminari la riapertura del fascicolo, archiviato nel 2011 e ha delegato nuovi accertamenti alla Direzione investigativa antimafia. Obiettivo, passare al setaccio le parole pronunciate in carcere dal boss Giuseppe Graviano, intercettato dai pm palermitani del processo “Trattativa Stato-mafia” mentre parlava dell’ex presidente del Consiglio e dall’ex senatore di Forza Italia in carcere per scontare una condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

“Berlusconi mi ha chiesto questa cortesia, per questo c’è stata l’urgenza”, diceva Graviano, il padrino condannato per le stragi, al suo compagno dell’ora d’aria, il camorrista Umberto Adinolfi. Era il 10 aprile dell’anno scorso, le telecamere della Dia spiavano il braccio del 41 bis del penitenziario di Ascoli Piceno. Una tegola non da poco, proprio mentre la campagna elettorale per le regionali in Sicilia è entrata nei suoi ultimi giorni, i più caldi e con il centrodestra accreditato di possibile vittoria finale. Di più, a ormai pochi giorni dalla sentenza di Strasburgo chiamata a decidere sulla candidabilità del Cavaliere, dopo la tagliola della legge Severino.

Ma, soprattutto, con il candidato della sinistra extra-PD, Claudio Fava, da sempre in prima linea nella lotta anti-mafia e per la legalità: una spintarella per spedire il partito di Matteo Renzi al quarto posto e innescare un po’ di caos post-urne e pre-voto politico in casa del maggior azionista del governo uscente? Ovviamente, sono tutte e soltanto coincidenze, nessuna Spectre planetaria: Westminster, il Russiagate, la mafia del Berlusca. Tutto insieme, tutto adesso. Tutto meravigliosamente destabilizzante.

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