L’Isis è superato, ora occorre trasformare in realtà l’incubo mediatico del mostro della porta accanto

Di Mauro Bottarelli , il - 63 commenti


Per essere stata la peggior strage con armi da fuoco della storia americana, diciamo che la copertura mediatica è stata un po’ leggerina. Tutti i talk del mattino, infatti, hanno incentrato la loro attenzione sullo sciopero generale in Catalogna, il mercato del lavoro e la strisciante campagna destabilizzatrice sui quesiti per l’autonomia di Lombardia e Veneto, da qualche giorni declinati ovunque in contrapposizione Nord-Sud. Forse 59 morti e 527 feriti non sono più sufficienti a catalizzare l’attenzione, la nostra asticella dell’orrore si è alzata così tanto? No, la strage di Las Vegas, mediaticamente, è questione tutta americana. La questione del possesso indiscriminato di armi è argomento che attecchisce poco in Europa e il fatto che FBI e CIA abbiano negato decisamente ogni possibile collegamento fra Stephen Paddock e il terrorismo islamico, per noi ha chiuso la questione: no Isis, no party.

D’altronde, col passare delle ore, il quadro strumentale dell’accaduto è andato delineandosi. Al netto della privacy che a Las Vegas vige sovrana quanto in una banca svizzera, il nostro protagonista degno di “Un giorno di ordinaria follia” aveva con sé, stando alle autorità, 19 fucili. Nessuno si è accorto di niente in hotel? Cameriere, inservienti, concierge: certamente quell’arsenale non lo si può trasportare in uno zainetto o in un trolley, possibile che non abbia dato nell’occhio, essendo arrivato in albergo giovedì scorso? Mai rifatto i letti o rassettato la stanza? Anche in quel caso, un sospetto sarebbe dovuto emergere. Prendiamo anche per buona la vulgata della compagnia di scorribande, la donna australiana di origine asiatica: comunque sia, il volume dei bagagli era da trasloco, non da vacanza nel paradiso del vizio. Tant’è. La notizia vera è un’altra: il padre di Paddock, negli anni Sessanta, era stato inserito nella lista dei “Most wanted” dell’FBI, un rapinatore seriale. Direte voi, cosa cazzo c’entra? Niente. Ma non in America.

La fotografia che ho usato come copertina è appunto quella che contrappone padre e figlio, un taglio decisamente da immagine segnaletica delle forze dell’ordine. Bene guardate queste immagini:



sono i loghi di presentazione di alcune delle trasmissioni di genere real-crime che tengono incollati al televisore gli americani medi in cerca di brividi da da mostro della porta accanto. Non certo i newyorchesi o i cittadini di Los Angeles o Boston, piuttosto quelli del Mid-West, famiglie nelle loro villette uni-famigliari (ancorché non pignorate dalla crisi) che mangiano in fretta e furia la cena per piazzarsi davanti alla tv, ingozzandosi di pop-corn e gelato e seguendo le gesta di irreprensibili cittadini che nel privato erano diabolici torturatori o stupratori seriali. Gli americani vanno pazzi per questa roba, la produzione televisiva al riguardo è un pozzo di denaro senza fondo: nessun terrorista, infatti, può far più paura dell’idea che il vicino di casa che ti presta la griglia per il barbecue possa, un domani, cucinarti su quella stessa brace, dopo averti smembrato in garage. E’ l’ossessione per la banalità del male, senza scomodare Hannah Arendt.

Bene, Las Vegas sta regalando questo agli americani e in dosi da cavallo, h24 e su tutti i network e giornali: l’intrattenimento famigliare del giovedì sera diventa realtà. Roba da non credere. Roba che manipola senza che tu nemmeno te ne accorga. E che spaventa, eccitando al tempo stesso. L’America è paralizzata con gli occhi su Las Vegas: a Washington può accadere qualsiasi cosa, nessuno se ne preoccuperà. Nessuno farà caso alla sparizione dello spauracchio nord-coreano, divenuto anzi soggetto con cui trattare su più tavoli, come confermato dal segretario di Stato, Rex Tillerson, non più tardi dell’altro giorno: dai bombardieri in volo al confine ai tavoli di dialogo senza passare per il via. L’Isis? Superato, qualcuno lo dica a Rita Katz: dopo San Bernardino e Orlando, quella pista non fa più presa sul pubblico USA. Meglio il mostro della porta accanto. O i russi che spiano e manipolano, come ci dice Morgan Freeman in tv.

Diversa la vulgata europea. Prendiamo l’assalitore di Marsiglia, di cui da stamattina conosciamo un trascorso in Italia, esattamente ad Aprilia. Già, fino a 3 anni fa viveva nella cittadina laziale, era sposato con una donna italiana e sbarcava il lunario con lavoretti saltuari nei campi e nei cantieri della zona. Un altro insospettabile. Poi un paio di arresti per spaccio e furto e la fuga in Francia, senza lasciare tracce. All’epoca della sua permanenza nel nostro Paese era già radicalizzato? Non si sa. Stando a quanto dichiarato dagli inquirenti francesi, no, visto che anche l’Isis nel suo comunicato di rivendicazione parlava di un percorso di radicalizzazione di pochi mesi.

Anche in Francia, nessun segnale: aveva precedenti per taccheggio e rapina, la polizia lo conosceva bene ma non lo ha mai ritenuto un elemento pericoloso. Un balordo come tanti, collezionista di fermi e rilasci in attesa di giudizio. Poi, la folgorazione religiosa che lo porta a sgozzare a sangue freddo due donne, in pieno giorno, alla stazione di Marsiglia. Epilogo: un coraggioso militare lo fredda, mostro sparito dal videogame, minaccia sventata. Lo Stato ha vinto, nonostante tutto. Un tutto che, come spesso è capitato finora, si sostanzia in un fermo a 24 ore dall’omicidio non tramutatosi in arresto; il nostro jihadista-sprint è stato rilasciato e poche ore dopo un furto a Lione, si ritrova a Marsiglia in missione per conto di Allah.

Non vi pare una fiction? Esattamente come Stephen Paddock e la sua follia misantropa e stragista senza un motivo, se non forse quel gene del male trasmessogli dal padre criminale e presente nella lista dei “Most wanted” dell’FBI, come nelle serie tv? E ora, il passato italiano. Non in qualche moschea borderline di una grande metropoli ma ad Aprilia, cittadina dove tutti sanno tutto, dove la vita è lenta e tranquilla. Ma dove si è annidato, fino a 3 anni fa, un jihadista ora ammazzato a Marsiglia, dopo aver compiuto il suo rituale si sangue. Quale messaggio pensate che passi nella mente di lettori e telespettatori?

La lucida analisi di un terrorismo che non esiste nella vicenda o il concetto del pericolo che si è annidato potenzialmente nella porta accanto anche nella placida Aprilia, quindi la necessità di prevenzione e repressione a ogni livello? In America siamo al livello superiore, l’Isis e il suo spauracchio sono stati troppo abusati, ora serve altro. In Europa, invece, il giocattolo del male islamico funge ancora come il pagliaccio di “It”, in Francia come in Italia, quindi abbondino pure i particolari, vero o falsi che siano. Tanto è morto, chi li contesterà. L’importante è che nell’aria resti l’odore acre del dubbio. E quello più dolciastro e più letale, come le mandorle amare del cianuro, della paura quotidiana.

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