Non sono i prezzi in ascesa del petrolio che causano l’inflazione

Di Francesco Simoncelli , il - 5 commenti

Prima di affrontare la lettura dell’articolo di oggi è bene ricordare un concetto che spesso viene ancora travisato. Soprattutto dai media mainstream. Lo scopo di una definizione, infatti, è quello di presentare la caratteristica essenziale della cosa che si vuole identificare. Nel nostro caso in particolare, l’inflazione: un aumento dello stock monetario. Attenzione, però, perché gli Austriaci a differenza dei monetaristi non dicono che un aumento dell’offerta di denaro causa inflazione; l’incremento stesso dell’offerta di denaro è inflazione. Questo privilegio permette a coloro nelle cui mani finisce il denaro creato ex novo, di appropriarsi della ricchezza reale senza contribuirvi affatto. Quindi il pompaggio monetario, l’inflazione, rappresenta una cattiva notizia per il processo di creazione di ricchezza. Non c’è bisogno di alcun studio empirico per confermare o confutare questo concetto. Ma l’incremento dei prezzi al consumo non è una conclusione automatica a seguito di un incremento dello stock monetario. I prezzi, infatti, sono determinati da fattori reali e monetari. Di conseguenza può accadere che se i fattori reali spingono i prezzi in direzione opposta a quella dove sono spinti dai fattori monetari, i prezzi mostreranno lievi cambiamenti.
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di Frank Shostak

Una buona correlazione visiva tra la variazione percentuale annuale dell’indice dei prezzi al consumo (IPC) e la variazione percentuale annuale del prezzo del petrolio, sembra fornire un supporto al pensiero popolare secondo cui i futuri cambiamenti nell’inflazione dei prezzi negli Stati Uniti saranno probabilmente impostati dal tasso di crescita annuale del prezzo del petrolio (vedi grafico).

Ma è valido affermare che il prezzo di un importante asset come il petrolio rappresenti un determinante fondamentale per i prezzi dei beni e dei servizi?

È vero che i produttori di beni e servizi impostano i prezzi dell’offerta di vendita. È anche vero che i produttori, pur impostando i prezzi, tengono conto di diversi costi di produzione, compresi i costi dell’energia.

Che il prezzo dell’offerta di vendita impostato dai produttori si materializzi o meno sul mercato, dipende dalla sua accettazione da parte dei consumatori. Questi ultimi sanciscono se il prezzo fissato dai produttori sia “giusto”.

Su questo tema Mises scrisse:

I consumatori patrocinano quei negozi in cui possono acquistare ciò che vogliono al prezzo più conveniente. Il loro acquisto e la loro astensione dall’acquisto decide chi debba possedere e gestire le piante e le aziende agricole. Determinano esattamente ciò che dovrebbe essere prodotto, in quale qualità e in quali quantitativi.[1]

Se i consumatori non hanno i soldi per sostenere i prezzi richiesti dai produttori, allora tali prezzi non si materializzeranno.

Cos’è un prezzo? È il tasso di cambio tra le merci stabilito in un’operazione. Il prezzo, o il tasso di scambio di un bene in termini di altro, è l’ammontare dell’altro bene diviso per l’importo del primo bene.

In un’economia monetaria, il prezzo sarà l’ammontare di denaro diviso per il primo bene. Un prezzo è la somma di denaro pagato per un’unità di bene.

Se il denaro aumenta, ceteris paribus, questo deve portare ad una maggiore quantità di soldi spesi per uno stock immutato di beni — un aumento del prezzo medio delle merci. (Il termine medio è usato qui in forma concettuale, poiché tale media non può essere calcolata.)

Se il prezzo del petrolio aumenta e se la gente continua ad utilizzare la stessa quantità di petrolio come prima, allora ciò significa che le persone saranno costrette a spendere più soldi per il petrolio. Se lo stock monetario delle persone rimane invariato, questo significa che meno soldi saranno disponibili per altri beni e servizi, ceteris paribus. Ciò implica naturalmente che il prezzo medio di altri beni e servizi debba diminuire.

Si noti che il denaro complessivo speso per le merci non cambia, ciò che invece cambia è solo la composizione della spesa (più soldi spesi per il petrolio e meno per gli altri beni). Quindi il prezzo medio delle merci, o il denaro per unità di bene, rimane immutato.

Possiamo dedurre che l’aumento dei prezzi dei beni e dei servizi in generale sarà limitato dal tasso di crescita dell’offerta di moneta, ceteris paribus, e non dal tasso di crescita del prezzo del petrolio. Non è possibile che l’aumento del prezzo del petrolio metta in moto un aumento generale dei prezzi dei beni e dei servizi senza il corrispondente sostegno dell’offerta di moneta.

Tuttavia si potrebbe sostenere che un aumento del prezzo del petrolio potrebbe comportare un aumento del tasso di crescita dell’offerta di moneta. (Vale a dire, l’aumento del prezzo del petrolio verrà monetizzato). Questo a sua volta dovrebbe comportare un aumento generale dei prezzi a causa dell’incremento del prezzo del petrolio.

Anche se così fosse, nel breve periodo questo non avrebbe quasi alcun effetto sul ritmo di crescita dell’IPC, perché il lasso di tempo tra la variazione dell’offerta di moneta e la variazione dell’inflazione dei prezzi è relativamente lungo.

Ad esempio, dopo il picco al 13.1% a luglio 2012, la media mobile di 12 mesi del tasso di crescita annuale della nostra misura monetaria (AMS) è rimasta in un trend ribassista, chiudendo all’8.9% a marzo di quest’anno. Sulla base di ciò, la dinamica di crescita dei prezzi dei beni e dei servizi probabilmente segnerà un ribasso nei prossimi mesi.

Dato il modo in cui i prezzi di mercato sono impostati, non è possibile che l’aumento dei prezzi del petrolio comporti un aumento generale dei prezzi. È più probabile che gli aumenti generali dei prezzi dei beni e dei servizi siano causati dalla crescita monetaria (AMS).

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/

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Note

[1] Ludwig von Mises, Human Action, 3rd ed. (Chicago: Contemporary Books), p. 270.

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  • post decisamente carino. Si potrebbe anche dire che il denaro in più necessario per acquistare il petrolio dopo l’aumento potrebbe finire nella casse dei paesi produttori, riducendo la quantità di denaro disponibile nel paese dove il petrolio viene consumato.
    una crescita monetaria potrebbe non generare inflazione, in quel caso ( se ridotta)

  • Ronf Ronf

    Ottimo articolo, grazie mille.

  • Simoncelli, ti hanno cagato molto, a questo giro, per dirlo in termini tecnici.
    Cosa dici proviamo a parlare di calcio, la prossima volta?

  • Yanni

    Quando si calcola l’incremento medio dei prezzi si attribuisce un peso maggiore alle variazioni relative a beni e servizi per i quali i consumatori spendono di più (ad esempio l’energia elettrica) rispetto a voci di spesa meno significative (quali lo zucchero o i francobolli).
    Io operatore sui mercati obbligazionari baso le mie decisioni anche in base alle aspettative degli indicatori di inflazione che per costruzione sono eccome influenzati dal prezzo degli energetici in paniera più che proporzionale rispetto ad altri beni. Inoltre considerando la natura inelastica per i beni di prima necessità, porterebbe i consumatori a rinunciare a parte del consumo destinato a beni e servizi non di primaria necessità, beni a cui presumibilmente viene destinato una porzione minore del proprio reddito. Inoltre non necessariamente i consumatori rinunceranno al consumo di questi beni, parte dei consumatori semplicemente abbasseranno i livelli di risparmio.
    L’articolo è interessante tuttavia dovrebbe trovare riscontro nella realtà con i dati, se questo fosse sempre vero allora mi aspetterei una tendenza al ribasso dell’inflazione core nei periodi in cui il prezzo degli energetici salgono.

  • Nikytower

    Molto interessante ma c’è qualcosa che non torna almeno nella realtà che ho avuto modo di osservare. Probabilmente dato, dale nostre parti, un costo dell’energia che è dipendente più dalla tassazione che dal costo del petrolio in se il fenomeno descritto è difficilmente osservabile…

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