Oblio o vendetta, tertium non datur. Il caso Battisti è solo il fantasma degli anni di piombo. Che resta

Di Mauro Bottarelli , il - 65 commenti


ANSA| 2017-10-07 15:33++ Battisti: in aeroporto brinda con birra ++Testimoni, ex terrorista sorride ai fotografi (ANSA) – RIO DE JANEIRO, 07 OTT – Prima di imbarcarsi sul volo per San Paolo, Cesare Battisti si è fermato al bar dell’aeroporto internazionale di Campo Grande. Secondo quanto testimoniato dai giornalisti presenti, l’ex terrorista – vestito con una maglietta rossa sotto una giacca nera – era di buon umore, ha sorriso varie volte, letto il giornale e bevuto diversi bicchieri di birra. Poi, con gesto ironico, ha fatto un brindisi in direzione dei fotografi. (ANSA). XCL 07-OTT-17 15:33 NNNN. Verrebbe da mettergli le mani al collo. E stringere. Per far sparire quel sorrisetto beffardo e sarcastico, tipico del bulletto di quartiere che si fa forte delle amicizie che ha alle spalle.

Ed è così. Cesare Battisti non è sprezzante in forza allo status garantitogli da Ignazio Lula da Silva ma del fantasma degli anni di piombo che la sua figura incarna e perpetua: come i Piperno, gli Scalzone, i Curcio e a scendere gli Erri De Luca e i Toni Negri. Cesare Battisti – e scrivendo questo spero vivamente di sbagliarmi – resterà tranquillo nella sua casa di Rio: non sarà certo l’ennesima falsa promessa del governo brasiliano – ok all’estradizione ma solo se l’Italia commuta in 30 anni di prigione i suoi due ergastoli per quattro omicidi – a cambiare le cose, né tantomeno l’impegno dei ministri Alfano e Orlando. Quando pochi giorni fa è stato scoperto al confine con la Bolivia con addosso circa 9mila euro, sembrava fatta. Pareva che stesse per salire la scaletta di un volo solo andata per Roma: poche ore e la scaletta era quella dell’aereo che lo ha riportato a casa sua a Rio, dove adesso starà bevendo birra alla faccia nostra. Con quel sorrisetto da iena stampato sul volto.

Per quanto mi riguarda, la questione Battisti – assunta come paradigma degli anni di piombo – è semplice. Ci sono due modalità, tertium non datur: o la vendetta o l’oblio. E la vendetta passa attraverso le forche caudine dell’essere più o meno uno Stato con un minimo di coerenza. Se davvero non si ha nulla da temere dagli archivi delle Storia riguardo Battisti e al netto delle prese in giro dei governi, prima francese e poi brasiliano, si cerca la vendetta e lo si fa attraverso i servizi segreti. Israele opera in questo modo, dicendolo apertamente e anche USA e Russia non disdegnano certi modi sotterranei: un incidente stradale, una rapina finita male, uno strano avvelenamento. Se non si sono smosse tutte le pietre del mondo per Litvinenko, dubito lo si sarebbe fatto per uno come Battisti. Poi, a cose fatte, ci si accorda tra governi per la versione da sostenere. E il prezzo da pagare: d’altronde, abbiamo pagato riscatti per chiunque e verso chiunque, dubito che questo avrebbe dannato la nostra anima repubblicana.

E questa è vendetta, l’extrema ratio di un sistema che non è riuscito a garantire la giustizia e cerca la scorciatoia. Altrimenti c’è l’oblio, la presa d’atto che negli anni Settanta era in corso una guerra asimmetrica sta Stato e anti-Stato e che, come in tutte le guerre, alla fine ci si scambia i prigionieri ancora in vita e scatta l’amnistia. I familiari della vittime, ovviamente, saranno coloro i quali pagheranno il prezzo più alto ma, alla luce dello status attuale, cosa cambia per i cari di chi Battisti ha ammazzato senza pietà durante una delle tante rapine per autofinanziamento? Nulla. Non hanno giustizia, né vendetta: un dignitoso oblio che chiuda davvero i conti – e magari metta un po’ di balsamo sulle ferite, oltre quello naturale del tempo – non sarebbe forse meglio?

C’è però un problema, oggettivo, nel perseguire questa strada di riconciliazione, ancorché forzata. Al netto che in questo Paese ci si accapiglia ancora oggi sui crimini post-Liberazione, quindi gli anni di piombo temo debbano aspettare il loro turno ancora per un po’, resta il fatto che Cesare Battisti è un infame ma, almeno, si è messo in prima linea. Ha ucciso come un verme, perché sparare sui civili inermi non fa di te un rivoluzionario ma un sicario e ha vissuto scappando dalle proprie responsabilità ma, almeno, la pistola in mano l’ha presa: un bel discrimine da chi, invece, perseguiva le stesse idee malate, fiancheggiandole e coprendole ma con in mano solo una penna, tanto per costruirsi una carriera futura. Perché per quanto vigliacco nell’approccio, se fai rapine, prima o poi il rischio che la polizia ti becchi esiste: e, magari, ti becchi anche una pallottola.

Chi invece ha speso anni a parlare di piombo rivoluzionario, Hazet 36 e P38 dal chiuso di fumosi collettivi universitari, al massimo ha rischiato di beccarsi la clamidia per quanto scopava: il loro assalto al cielo era un assolto alla figa. Punto e basta. Tramutatosi, poi, grazie all’edonismo anni Ottanta che tutto mistificava, perdonava e mitizzava, in straordinarie carriere da politico parlamentare, giornalista, scrittore, opinionista: con stipendi molto borghesi e una sorta di immunità storica. Viviamo in un mondo dove il direttore di “Repubblica” è il figlio del commissario Calabresi, un testacoda politico-emozionale che penso parli da solo. Di cosa stiamo discutendo?

Abbiamo un’intera genia di giornalisti e intellettuali 60enni che ora pontifica di legalità e fake news, quando la propria credibilità l’hanno costruita proprio sulle spalle di idee come quelle di Cesare Battisti, senza però mai sparare un colpo. Sparavano cazzate, ieri come oggi. E questo gli è bastato: Mughini, Liguori, Mieli, Lerner, Capanna. Potrei andare avanti ore a elencare gli ex rivoluzionari che hanno poggiato il culo su poltrone confortanti e borghesi grazie al loro passato extraparlamentare, gente che detta la linea editoriale ai giornali e ai tg e ci fa la morale sui migranti: e ci preoccupiamo di Cesare Battisti, un poveraccio che scrive romanzetti gialli e campa di sussidi statali del governo brasiliano? E’ davvero lui il problema, il nodo da sciogliere?

Forse no. Forse il nodo è che l’anti-Stato di allora è diventato non solo Stato ma anche – e soprattutto – società: chi oggi strepita contro la xenofobia e magari sciopera a staffetta per lo ius soli, diceva e pensava le stesse cose di Cesare Battisti. E, probabilmente, in cuor suo ancora le pensa, salvo declinare certi slanci rivoluzionari in progressismo e tutela dei diritti di ogni genere. E’ di ieri la notizia che Veronica Padoan, la figlia del nostro ministro delle Finanze, ha ricevuto un foglio di via dalla Calabria, regione nella quale opera come leader dell’associazione “Campagne in lotta” contro il caporalato e in difesa dei migranti. Niente di male, se lei crede in ciò che fa ha e avrà sempre il mio rispetto, perché ci ha messo la faccia.

Ma è paradigmatico di questa Italia, la stessa che durante gli anni delle Brigate Rosse e dei gruppuscoli satellite vedeva padri politici, notai e avvocati trattare l’immunità del figlio rivoluzionario di turno con il magistrato compiacente. Bologna, in tal senso, era un vero laboratorio. E poi resta il nodo del grande tradimento: il movimento italiano ha infatti vissuto due fasi, la prima di spontaneismo violento e la seconda, post-Moro, di doppio livello. Chi ci credeva – con la doppia alternativa di essere morto o incarcerato – e chi faceva il doppio gioco per il grande infiltrato, lo Stato dei Dalla Chiesa, per capirci. Il quale ha sì smantellato le Brigate Rosse, seppellendole con il rapimento Dozier ma che ha voluto rinnegare per troppi anni il suo lato oscuro: tutti i governi occidentali, in quegli anni, infiltravano ed erano infiltrati. C’è chi però lo ha ammesso, facendo i conti con la Storia e guardando avanti e chi, come l’Italia, ha scopato in giro per due decenni ma ha voluto millantare verginità sull’altare del mondo post-Muro di Berlino.

Ecco perché il caso Cesare Battisti sembra ancora così vivo e dolente, perché ce lo ritroviamo libero di bere birra al terminal di un aeroporto brasiliano, mentre ci ride in faccia, forte della sua impunità di Stato. E talmente borghese da difendere la sua libertà a colpi di carte da bollo, avvocati, sentenze, amicizie, coperture e fiancheggiatori governativi e non pistola alla mano. Battisti è una merda. Chi lo ha generato, lasciato libero e coperto in nome di un’omertà sociale e politica, lo è molto di più. E sono tra noi ogni giorno, scrivono sui giornali e parlano in tv. Dandoci degli xenofobi.

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