Punireste al voto chi ha garantito crescita al 3,6% e avanzo primario? Chiedetelo ai cittadini cechi

Di Mauro Bottarelli , il - 59 commenti


Per favore, non parliamo di svolta a destra per la Repubblica Ceca. Andrej Babis, il magnate populista leader del movimento “Ano 2011” che ha vinto le politiche tenutesi venerdì e ieri, è un Berlusconi dell’Est. Basti dire che a febbraio di quest’anno, i deputati cechi erano riusciti a far passare – nonostante il veto del presidente – la normativa sul conflitto di interessi, la cosiddetta “Lex Babis”, per garantire l’imparzialità dei politici ma il miliardario aveva già rimediato, intestando le sue proprietà a fondi fiduciari. Uno Zonin qualunque, insomma. Di più, a maggio scorso Babis era stato sollevato dalle cariche governative dal premier, in seguito a operazioni finanziarie fraudolenti ed era stato travolto dallo scandalo su tentativi di influenzare i suoi media, mentre ad agosto è arrivata l’accusa di frode sui finanziamenti Ue. Eppure, ha vinto. Anzi, stravinto con circa il 30% dei consensi e ora può diventare premier. E quali sono le sue parole d’ordine?

Opposizione ai migranti islamici, contro l’adozione dell’euro, contro i diktat di Bruxelles ma in nome del filo-europeismo: ho conosciuto ubriachi meno confusi dopo un addio al celibato. D’altronde, però, ricalca le posizioni del capo di Stato, Milos Zeman. Lo stesso Zeman che ha più volte dichiarato di volergli dare la possibilità di formare il governo, “anche se fosse stato in carcere”. Ecco le sue parole, a scrutinio concluso ieri sera: “Ringraziamo tutti gli 1,5 milioni di elettori che ci hanno dato la chance di formare il governo, nonostante la campagna diffamatoria di due anni. E’ favoloso, abbiamo vinto in tutte le regioni. Siamo un movimento democratico, siamo filo-europei. Voglio combattere a Bruxelles in favore degli interessi nazionali cechi”, Poi, la promessa: per la formazione del governo, parleremo con tutti, privilegiando però i partner di governo, i socialdemocratici del Cssd e i popolari Kdu-Csl.

E qui, arriva l’elemento davvero interessante, al netto degli isterismi antifascisti degni di miglior causa dei soliti noti, esplosi già ieri pomeriggio.

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Il Cssd del premier Bohuslav Sobolka, precipitato al 7,2%, di fatto è il vero sconfitto della tornata, l’ennesimo caso di partito socialista europeo a precipitare nella polvere in questo 2017 di elezioni infinite: “Abbiamo combattuto, abbiamo perso”, ha ammesso il leader, Lubomir Zaoralek. Ma quale Repubblica Ceca è arrivata alle urne per sostanziare una bocciatura simile del partito di governo? La crescita economica per quest´anno è del 3,6%, la disoccupazione stando a Eurostat è al 2,9%, tra le più basse dell’intera UE, il bilancio statale vanta un avanzo primario e l´export di eccellenza (auto, macchinari industriali, locomotori, aerei, chimico-farmaceutico) vola. Perché, al netto di una situazione macro simile, si garantisce il 10,74% al partito dei “Pirati” o il 7,8%, più del partito di governo, ai comunisti ortodossi del KSCM? Perché votare in massa per forze anti-sistema?

Ma, come al solito, la questione viene bypassata e l’intero quadro filtrato unicamente attraverso il prisma dell’allarmismo politically correct. Già, perché il partito di Babis potrebbe aprire un dialogo, stando all’agenzia Ctk, addirittura per formare una coalizione a due, con gli estremisti, euroscettici e anti-islamici del Partito della Libertà e della Democrazia diretta (SPD) dell’imprenditore ceco-giapponese Tomio Okamura, forte del suo 10,68%, tanto più che i Civici democratici (ODS), il più forte partito della destra arrivato al secondo posto con l’11%, hanno già dichiarato di non essere disposti ad accordi con Ano. Certo, il fatto che il “Trump ceco” o “Babisconi”, come già la stampa ha ribattezzato il 63enne miliardario che ha terremotato Praga, possa sedersi al tavolo per un governo di coalizione con un partito dichiaratamente anti-UE, anti-migranti e nettamente di destra può far paura ma solo in un quadro più grande: dopo l’Ungheria di Orbán e la Polonia di Kaczynski, dopo gli accenti euroscettici nella Slovacchia del premier socialista Robert Fico, un altro dei Paesi del gruppo di Visègrad esprime posizioni euroscettiche e anti-migranti, il tutto a pochi giorni dalla vittoria della destra OVP di Sebastian Kurz in Austria.

Il quale, stando a notizie di stampa finora non smentite, come primo atto di governo informale avrebbe dato 28 giorni a George Soros per cessare le attività della Open Society in Austria, ritenute “un tentativo di minare la democrazia della nazione”. La decisione sarebbe stata successiva alla notizia della donazione di 18 milioni di dollari del magnate ungherese alla Open Society: se il “filantropo” non dovesse cedere, si dice, l’alternativa sarebbe quella di “andare in contro ad una azione legale”. Insomma, il tanto temuto sodalizio fra Kurz e Orban avrebbe già un presupposto concreto, stando almeno a quanto rivelato da YourNewswire e Money-it, fino ad oggi non smentiti da Vienna, ripeto.

Ecco un virgolettato delle parole attribuite a Kurz durante un dialogo privato con i suoi più stretti collaboratori dopo la vittoria: “Soros sta versando tutto ciò che ha dietro alla sua spinta per (ottenere) il controllo mondiale. La disinformazione e la manipolazione dei media sono già aumentate esponenzialmente durante la notte (dopo il voto, ndr). Non abbiamo spazio per la compiacenza”. Vero? Falso? Verosimile? Ripeto per l’ennesima volta per amore di verità, da Vienna finora non è giunta alcun tipo di smentita o ridimensionamento al riguardo, quindi – anche al netto dell’appello (che suona più come un aut aut) della comunità ebraica viennese a evitare qualsiasi ipotesi di coalizione con l’FPO – consiglierei a Sebastian Kurz di far tenere sotto controlli i freni della sua automobile.

Cautela a parte, la vicenda di Joerg Haider insegna, ciò che mi pare interessante è un risveglio nell’Europa dell’Est che parte da istanze nazionaliste ma improntate non a una nostalgia generica e sciovinista del concetto di Mitteleuropa, bensì a un sano pragmatismo figlio dei tempi, questo sì paragonabile all’effetto Trump della campagna elettorale. Cioé, basta al mondialismo delle elites, in prima istanza l’immigrazionismo che ne è il cavallo di Troia e la punta di lancia. Questo, parlando della Repubblica Ceca, al netto di una condizione economica che non è né di disagio, né tantomeno di degrado: qui è difficile attaccare la Bruxelles matrigna in punta di Pil o disoccupazione ma, rivoluzione vera e propria, per l’impianto ideologico e politico che vuole imporre. Il Gruppo di Visegrad cresce, forte paradossalmente anche delle sue contraddizioni e differenze (prima delle quali, l’approccio diametralmente opposto di Ungheria e Polonia verso la Russia d Vladimir Putin) e l’appoggio esterno dell’Austria di Kurz potrebbe tramutarsi nella proverbiale goccia che fa traboccare il vaso per la nomenklatura europea e i poteri forti transnazionali?

Non si può escluderlo, almeno sulla carta. Certamente, se si continuerà con gli allarmi ideologici e il “fantasma nero”, il gap tra popoli ed elites non potrà che continuare a divaricarsi, arrivando a un punto di non ritorno: la situazione della Catalogna, lasciata precipitare in maniera abbastanza incredibile dalle autorità UE, sarà soltanto il pretesto per un riforma urgente degli assetti esterni, ovvero la possibilità di interventi diretti di Bruxelles sulle crisi nazionali? E chi ci dice che, un domani, l’idea stessa di dare il benservito a Soros non sarà interpretata come atto ostile ai principi di Ventotene, “costringendo” le autorità europee a intervenire sulle politiche sempre meno sovrane di Vienna o chi altro? Il voto, almeno stando alle ultime tornate, o non è più manipolabile o sta trasformandosi in arma di distruzione di massa per l’establishment: occorre intervenire. Babis è solo il sintomo di una malattia più grande dei nostri tempi malati, chi evoca la “svolta a destra” o peggio il pericolo fascista senza guardare alle radici del fenomeno, è solo in malafede. O idiota.

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