Zaia va all-in sullo statuto speciale e il governo lo manda a cagare. O forse l’autonomia non c’entra?

Di Mauro Bottarelli , il - 33 commenti


Forse deve essersi reso conto che, da qui alla prossima primavera, il Parlamento è talmente imballato di priorità o presunte tali da trasformare l’emergenza autonomia in una materia la cui importanza se la gioca con la metratura delle toilette nei luna park. O, forse, inorgoglito (giustamente) dal risulto di affluenza ben superiore a quello del cugino lombardo, Luca Zaia a meno di 14 ore dalla proclamazione dei risultati ha gettato subito la maschera e giocato l’asso: il Veneto vuole lo statuto speciale. E il governo? Lo ha mandato a fare in culo: “Questa è una provocazione”. Il tutto, mentre Roberto Maroni ancora cercava di scendere a patti con la figura di merda dei voto elettronico.

Insomma, al netto di ua giornata in cui i talk-show non hanno parlato d’altro, nemmeno fossimo davvero a un caso catalano 2.0, tutto sembra già rientrato nell’alveo della normale contrapposizione politica e di competenze: muro contro muro, addio aperture di Roma, addio autonomismo come confessione laica di tutti gli italiani. Tanto più che domani sbarca all’Aula del Senato il Rosatellum-bis, ciò che davvero interessa al potere: se Zaia aveva fatto tutto bene, l’ultima sortita è stata veramente da ubriaco che vuole comunque giocarsi l’ultima mano della serata. Oppure che si gioca il tutto per tutto: ma in una partita interna.

Prendiamo atto, è stato un bel momento di testimonianza, una splendida dimostrazione di attaccamento popolare alla voglia di contare e decidere ma è già morto: la netta chiusura del sottosegretario agli Affari regionali, Gian Claudio Bressa, parla la lingua del pantano romano. “Siamo pronti ad aprire un tavolo subito ma la condizione di partenza è che le Regioni approvino una legge in attuazione dell’articolo 116 della Costituzione per chiedere autonomia differenziata. Il problema è che oggi Zaia ha fatto approvare in Giunta una proposta di modifica costituzionale per inserire il Veneto tra le Regioni a statuto speciale. E’ una proposta non ricevibile dal Governo, semmai di competenza del Parlamento”, la sua dichiarazione. Iter parlamentare da qui a primavera: legge elettorale, DEF e se si riesce testamento biologico e calendarizzazione dello ius soli al Senato, tanto per mettere la ciliegina sulla torta alla campagna elettorale.

Ah, scordavo: sicuramente la legge Fiano avrà strada spianata al Senato, dopo gli adesivi con la faccia di Anna Frank e la maglietta della Roma sparsi in giro dai tifosi della Lazio (che negano, quando hanno sempre rivendicato ogni atto estremo compiuto in nome del tifo più becero). Tutto occupato fino dopo al voto politico di primavera: porta chiusa. E poi, vista la maggioranza che regge il governo in Parlamento, davvero pensate che lo statuto speciale per il Veneto verrebbe accolto come una priorità? Con Grasso e Boldrini presidenti dei due rami del Parlamento? Ci sono poi un paio di variabili che ci fanno capire come certi percorsi riformatori in Italia siano preclusi per via parlamentare o, comunque, meramente politica. Primo, eccolo:

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Matteo Renzi, da paraculo qual è, si lancia sulla preda e propone un patto tra partiti per ridurre le tasse. “La vera priorità per l’Italia è la riduzione della pressione fiscale, ecco perché mi piacerebbe che la prossima legislatura cominciasse con un accordo delle forze politiche per un progetto come quello che abbiamo lanciato noi (“Tornare a Maastricht”) che permetterebbe la riduzione annuale delle tasse per una cifra che può variare tra i 30 e i 50 miliardi di euro”. Stamattina si parlava di autonomia e soffiava aria di libertà, tempo 10 ore e stiamo parlando di riduzione delle tasse con Mister 80 euro nel medesimo contesto. E’ l’Italia, amici miei.

Seconda variabile. Se c’era qualcosa che questo appuntamento referendario imponeva era il muoversi come fronte comune tra Lombardia e Veneto, imponendo la massa critica di popolazione, Pil, reddito pro capite e rappresentanza. Invece, nulla. Due entità a parte, due soggetti a parte, due vicende a parte. Zaia con il suo blitz, Maroni con un scelta suicida ancor più di quella del voto elettronico, soprattutto in vista delle regionali della prossima primavera: “Gentiloni mi ha confermato il via libera al confronto su tutte le materie previste dalla Costituzione, con anche il coinvolgimento del ministero dell’Economia, per la parte che riguarda il coordinamento del sistema tributario. ll tema delle risorse sarà al centro della trattativa fra Lombardia e governo, ma questo non significa che ci sia stata un’apertura formale sul tema del residuo fiscale. Il ministero dell’Economia sarà un osso duro”, ha dichiarato oggi pomeriggio il numero uno lombardo.

Quindi, da un lato garantisce argomenti all’opposizione riguardo la non necessità del referendum, perché se non avesse pensato a tutt’altro per quattro anni e mezzo, quel contatto con il governo poteva stabilirlo con una semplice lettera, essendo un atto meramente formale in punta di Costituzione e non la rivolta di Pasqua del 1916 che vuole spacciare Maroni. Il quale, a meno di 24 ore dal referendum, già fa capire ai lombardi che l’unica questione che interessa loro e per la quale hanno mosso il culo fino al seggio domenica, ovvero il residuo fiscale, appare fin da ora una pia illusione. Della serie, abbiamo scherzato. Giorgio Gori penso che potrà anche tenere comizi e rutti e scoregge la prossima primavera, vista la geniale mossa del governatore lombardo. Quindi? “Non c’è scontro tra Maroni e Zaia nelle scelte che hanno fatto il giorno dopo il referendum – fanno sapere fonti vicine al segretario del Carroccio, Matteo Salvini – i territori sono diversi e diverse sono le strategie”.

Balle. O Zaia è matto o vuole spaccare la Lega, al netto del suo “Resto in Veneto” dichiarato oggi a chi gli chiedesse conto rispetto a prospettive da primo ministro. Vuoi vedere che il buon Berlusconi, il quale sa che non è scontata la sentenza europea a sua favore, sta riuscendo nella sua idea originaria, ovvero piazzare Luca Zaia a Palazzo Chigi, pur di non vedere trionfare Salvini nella disputa a due e contestualmente indebolire al massimo il Carroccio, minando le fondamenta venete? Come vedete, uno scenario romano che più romano non si può. Ma se volete, continuate a farvi pippe sul dato di affluenza del Veneto. Tanto è gratis.

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