Bailout statale in arrivo per i fondi pensione USA: lo “schema Ponzi” dell’Impero sta per crollare?

Di Mauro Bottarelli , il - Replica


Come sapete, ho fiducia cieca nelle facoltà di predizione delle copertine di due settimanali: Sportweek e l’Economist. Il supplemento settimanale della Gazzetta dello Sport è una vera e propria sentenza: qualunque atleta ci finisca in prima pagina, si infortuna. O, comunque, cade in disgrazia sportiva. L’Economist, invece, ha una duplice funzione: anticipa quanto accadrà, quasi indicando la strada da seguire o suona l’allarme rosso. Ovvero, quando una testata establishment come quella londinese mette nel mirino un argomento, vuol dire che la pentola a pressione sta per esplodere al di fuori del circuito degli addetti ai lavori. Ecco a coi la copertina di questa settimana:

il ruolo di potenza globale degli USA è a rischio. Nulla di nuovo da queste parti ma un bello shock per quel mondo della stampa autorevole che continua a venderci la pantomima dell’economia USA che scoppia di salute perché Wall Street sfonda un record al giorno o il PIL si impenna per le spese obbligatorie dei programmi sanitari o ancora perché l’occupazione brinda a sempre nuovi assunti fra camerieri e baristi, al netto di una manifattura al palo. Eppure Donald Trump aveva promesso di fare grande l’America ancora una volta, facendo un culo così a quei mangiafagioli di messicani, i quali non solo pagheranno il muro anti-migranti ma smetteranno anche di produrre auto a prezzi più bassi. Sicuri?


Pare proprio di no, +11% di produzione e +13% di export dall’elezione di Trump alla Casa Bianca. E che dire del commercio al dettaglio, spina dorsale di un’economia che si basa al 70% sui consumi? Su dati Credit Suisse e Fung Global Retail & Technology, possiamo dire che dal 1 gennaio negli USA hanno chiuso più di 6.700 negozi, nuovo record dopo i 6.136 che hanno abbassato le saracinesche nel 2008, un annetto un po’ complicato. Soltanto la scorsa settimana Sears ha annunciato la chiusura di altri 60 punti vendita, mentre Walgreens ha comunicato che intende chiuderne circa 600. In totale, si parla di oltre 300 catene retail che hanno dichiarato bancarotta quest’anno, qualcosa che si sostanzia come la perdita di 147 milioni di piedi quadrati di spazi commerciali.

E vogliamo parlare dell’american way of life, ovvero il campare di debito e credito al consumo come se non ci fosse un domani? Questo grafico

ci mostra gli ultimi dati ufficiali della FED riguardo le due categorie più sensibili a queste dinamiche: debito studentesco e per comprare automobili. Bene, quest’ultimo ha toccato un nuovo record assoluto a 1,112 trilioni di dollari, mentre il primo viaggia ormai con il pilota automatico verso il default, avendo raggiunto quota 1,486 trilioni. Ma c’è qualcosa di peggio. Molto peggio. Questo grafico

ci mostra il livello di sotto-finanziamento dei principali 20 fondi pensione corporate statunitensi: dati di Bloomberg, ci dicono che nel 2016 oltre il 90% dei 200 principali fondi pensionistici erano sottocapitalizzati per qualcosa come 382 miliardi di dollari. Soltanto quelli presenti nel grafico sono sotto-finanziati per oltre 100 miliardi. Ma attenzione, perché questo altro grafico

del World Economic Forum non solo ci dice che la situazione è molto peggiore, se presi in esame tutti i fondi pensione USA ma che l’allarme è a livello globale. Se infatti i fondi previdenziali nel loro complesso solo negli Stati Uniti sono sotto-finanziati per quasi 4 trilioni di dollari, a livello globale la bomba demografica sta creando le condizioni entro il 2050 di una condizione di buco previdenziale da 400 trilioni di dollari! E voi state a preoccuparvi di Tito Boeri e dell’innalzamento a 67 anni di età!? E quale straordinaria idea hanno partorito negli USA? Un bel bailout federale dei fondi pensione! Ovvero, più debito pubblico creato dal nulla per finanziare lo schema Ponzi delle pensioni americane, la più colossale truffa mai vista a livello federale. E la questione, dopo i primi tonfi in California, Illinois e New Jersey, pare urgente, se la legge che dovrà introdurre il salvataggio di Stato potrebbe essere votata entro domani sera.

L’iniziativa è dovuta al senatore democratico dell’Ohio, Sherrod Brown, in collaborazione con il collega Tim Ryan e creerebbe un nuovo ministero denominato “Pension Rehabilitation Administration”, simpatico nomignolo che cela due inculate in una: i contribuenti USA pagheranno di tasca loro pensioni ingestibili promesse dai fondi per anni e anni di vacche grasse (e dopate) e il dollaro passerà dall’attuale stato di carta da parati a quello di carta igienica (usata, per altro). Lo schema è semplice: i fondi potranno ottenere denaro dal governo con prestiti a 30 anni a tassi ridicoli a un’unica condizioni, non potranno investire in assets rischiosi. E se questo programma non bastasse ad alcuni fondi con buchi pari a voragini? Non c’è problema! In quel caso, dovranno presentarsi a un altro sportello, precisamente quello del “Pension Benefit Guaranty Corporation”, il quale elargirà quanto manca a colmare il gap.

Ovviamente, il buon Brown vuole vendere bene la sua merda, spacciandola per cacao al 90% e così ha fatto parlando lunedì sera a un gruppo di pensionati del Teamsters nel natio Ohio. Ecco le sue toccanti e patriottiche parola: “E’ già abbastanza inaccettabile che Wall Street sperperi il denaro dei lavoratori ma è peggio che il governo, che dovrebbe tenere d’occhio, infranga la promessa fatta a questi lavoratori. Non permetteremo che questo accada”. E come? Seguendo il metodo denunciato con vivida prosa da Stefano Ricucci: la nuova creatura federale utilizzerà infatti le tasse dei contribuenti americani per mantenere quelle promesse, fatte per decenni, tralasciando la natura mendace delle stesse e senza chiedere minimamente conto ai fondi per le loro scelte sciagurate e per dei prospetti che tramutano quelli della Popolare di Vicenza nel Vangelo.

Uno schema Ponzi in perfetto stile: si paga chi va in pensione adesso, creando l’illusione e inculando nemmeno più chi entra dopo nel gioco, ovvero chi paga contributi ai fondi ma TUTTI, attraverso l’aumento del debito pubblico per coprire le liabilities ed evitare i default. Non male, vero? Capite ora perché Donald Trump ha alzato la voce con Xi Jinping sul dumping commerciale, salvo poi sedersi da bravo bambino e firmare accordi per 250 miliardi? Sono nella merda, gli Stati Uniti stanno esplodendo di debito e devono tamponare falle che ogni giorno appaiono sempre più le cascate del Niagara. Il tutto con un presidente al minimo storico di sostegno popolare che, per salvarsi il culo, sta scommettendo tutto su cosa? Il taglio delle tasse! E con che cazzo lo finanzia, con i fondi pensione?! L’oro di Paperone?

Ma attenzione, perché – per quanto perversa – c’è una logica in questo endgame. Gli USA sanno di avere ancora un compratore di ultima istanza del debito che emettono, perché la Cina non potrà cambiare assetto e impostazione economica in un battito di ciglia, quindi continuerà a finanziare Washington per tenere le porte spalancate del più grande mercato del mondo per le sue merci di bassa qualità e a bassa costo. Sovra-produzione e deflazione, l’export preferito di Pechino con cui gli USA (e la FED) dovranno imparare a convivere. Di converso, Pechino dovrà accettare ancora per un po’ il ruolo di benchmark globale del dollaro negli scambi commerciali, altrimenti vedrà deprezzarsi il debito statunitense che detiene alla velocità della luce. Equilibrio di sopravvivenza. Ma per quanto? E a che prezzo di tenuta sociale per gli USA, una volta che qualcosa dovesse andare storto? Questo grafico

ci mostra come il warfare stia non solo sostenendo il comparto bellico-industriale USA, visto che i missili nei depositi vanno esaurendosi e ne servono di nuovi ma anche che gli effetti collaterali come questo

sembrano fatti apposto per tenere calma l’America profonda. Più che calma, narcotizzata. D’altronde, se è funzionato con la guerra in Vietnam, perché non dovrebbe funzionare ancora. Tutto bene, insomma, la barca sta sprofondando ma c’è ancora musica sul ponte per continuare a ballare? Questi due grafici


ci dicono che, debito USA a parte, qualcos’altro potrebbe aver rotto l’incantesimo da tossicodipendenza keynesiana: stanotte, in meno di un’ora, l’indice NIkkei in Giappone ha visto trasformato l’ennesimo andamento da rally solido in un crollo del 3,6%, oltre 500 punti. Poi, ci ha pensato la Bank of Japan a mettere le cose a posto. Un mini flash-crash? Algoritmo impazzito? O, forse, questo.

Chissà. Certo, se salta anche la favola dell’Abenomics e il mercato dovesse ritrovare il minimo sindacale di mark-to-market, il problema del debito USA e dei fondi pensione diventerebbe una romantica passeggiata nel parco. Fossi in voi, per precauzione, camminerei con le spalle al muro. E resterei nei paraggi dell’uscita di sicurezza.

P.S. Con riferimento al mio articolo di stamattina, voci da Ryad parlano di una abdicazione di Re Salman in favore del principe Mohammad bin Salman entro le prossime 48 ore, mentre le autorità saudite e quelle del Kuwait hanno ordinato ai propri cittadini presenti in Libano di lasciare il Paese immediatamente. Farsa o vera escalation?

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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