Capisco l’amarezza di FunnyKing ma meglio tesi vergognose che i panopticon dei vari Severgnini

Di Mauro Bottarelli , il - 113 commenti


Ho letto e riletto il post molto risentito e sdegnato pubblicato ieri da FunnyKing riguardo la Catalogna. Non ho intenzione di introdurmi nel dibattito molto acceso che ha generato, sia perché sul tema mi sono già espresso (e non ho cambiato idea), sia perché trovo che sia altra la questione importante che quelle parole, a tratti molto amare, hanno sollevato: l’atmosfera da Guelfi e Ghibellini che questo mondo ormai ci impone. Al dialogo e al confronto sono subentrati lo scontro e l’attacco ideologico, la contrapposizione netta, l’insulto e non l’ironia, l’acrimonia e non il sarcasmo. Insomma, un gran brutto clima. Simile a certi talk-show urlati. Eppure, al netto di tutto, teniamoci stretta questa piccola comunità di pazzi che urlano, berciano, provocano, insultano.

Perché là fuori c’è gente che si preoccupa più del destino di Kevin Spacey che di quello del Paese, gente che per una partita di calcio è disposta a mettere in freezer sine die qualsiasi valutazione e analisi critica della realtà, che trova pace solo se il suo concorrete preferito passa le selezioni a X Factor. Ripeto un concetto a me caro: non sono affatto uno che criminalizza la leggerezza e lo svago, anzi. Però, fra relax e cervello all’ammasso ci sono varie gradazioni e sfumature di impostazione morale e personale. Oggi, invece, quella medietà è scomparsa: o non te ne frega un cazzo o eccedi nel caricarti sulle spalle, spesso assumendo posture millenaristiche un po’ridicole, il peso del mondo e dei suoi destini. C’è sempre una terza via, una terza posizione. Basta cercarla. Anche se costa fatica. E il prezzo dell’isolamento o della criminalizzazione.

Come sapete, leggo tutti i commenti a ciò che scrivo ma non intervengo mai: ho già il privilegio di poter pubblicare il mio pensiero, ritengo quindi un’esondazione inutile intervenire anche nello spazio che è dedicato a voi. Spazio che ritengo sacro, anche quando trovo attacchi personali di gente che forse ho incrociato nel mio passato: dite il cazzo che volete, non sono certo tipo da querele. Da cinque giorni ciò che scriviamo qui sopra non viene più “pubblicizzato” tramite la pagina Facebook di RischioCalcolato, siamo ancora in punizione per qualcosa di fuori linea finita on-line. Da un lato è certamente una medaglia al valore da appuntarsi al petto nella battaglia contro la censura immanente ma dall’altro è un segnale chiaro di un Leviatano del pensiero unico che si fa sempre più aggressivo e normalizzante: ciò che per settimane abbiamo dibattuto come un potenziale sviluppo di un politicamente corretto in fieri, ora è realtà.

Ed è ancora nulla, qui siamo in fase embrionale rispetto, ad esempio, alla Germania e alla sua legge sul “linguaggio d’odio”. Ma ci stiamo arrivando, tranquilli: ieri sera dalla Gruber, Beppe Severgnini ha difeso le argomentazioni statunitensi sul Russiagate in maniera vergognosa, roba davvero da Orwell all’amatriciana. Eppure, quei concetti sono passati e passeranno come realtà, anche perché il buon Alessandro Di Battista che avrebbe potuto rintuzzare quel fiume di propaganda, si è ben guardato dal farlo. Forse, perché non era in grado. Eppure, in America c’è dibattito, feroce: mentre Severgnini propagandava balle, il rappresentante repubblicano per la Florida all’House Judiciary Committee, Matt Gaetz, chiedeva le dimissioni di Robert Mueller, capo proprio della Commissione che indaga sul Russiagate, per responsabilità oggettiva in uno scandalo ben più serio e che sta investendo in pieno Hillary Clinton e i Democratici, il cosiddetto “Uranium One”.

Questo sì con la Russia protagonista. Per Gaetz, all’epoca Mueller era a capo dell’FBI e l’agenzia non fece nulla in materia di controllo e sorveglianza sul caso: “E’ compromesso senza speranza”, il suo giudizio. Ne parlerà qualcuno in Italia? Ne dubito. Certamente, non l’onnipresente Beppe Severgnini, barboncino fra i più apprezzati nei salotti che contano.

Quindi, ripeto, continuiamo a litigare e a tenerci stretto questo sfogatoio, anche con i suoi eccessi a volte davvero estremi. Quando ho cominciato a scrivere su RischioCalcolato, nel maggio 2015, limitavo i miei interventi a temi meramente economici ma nulla, ormai, a questo mondo può essere più piegato alla logica del compartimento stagno. Tout se tient, come dicono i francesi. Sempre più spesso, le guerre si fanno per l’economia e non più per sovranità o confini: dove un tempo c’erano le bandiere e le divise, oggi ci sono le materie prime. O la necessità di pompare un po’ la spesa per la difesa, tanto per far felici i dividendi e i bonus dei referenti economici dei vari governi: si chiamino essi elites, establishment, smart money, warfare o Deep State. Come cazzo vi pare. Tanti nomi, un unico concetto: il Potere.

(Lettura vivamente consigliata a tutti)

Lo stesso che si è inventato l’ISIS e prima Al-Qaeda come mostri da sventolare di fronte a un’opinione pubblica sempre più disorientata e senza punti di riferimento. Ogni tanto salta fuori il disturbato, il radicalizzato, il lupo solitario, fa il suo danno e via: la campagna di paura generalizzata può andare avanti e trarre linfa vitale dal clima ingenerato e amplificato dai media. E mentre la guerra asimmetrica e a bassa intensità scuote alle fondamenta le società in cui viviamo, altrove il Potere opera nascosto e silenzioso: gli americani stanno letteralmente facendo esplodere la situazione in Somalia in questi giorni ma nessuno lo sa. E in Afghanistan, quanto sta accadendo è anche peggiore (ne parlerò più diffusamente più avanti). Ma ce ne accorgeremo solo a danno compiuto. I fronti sono tanti, troppi. Meglio avere un solo filo conduttore chiamato ISIS o Daesh o Kim Jong-un o Vladimir Putin da far seguire alla gente, come un gatto segue irretito un gomitolo di lana che gli si pone davanti agli occhi.

Bene, a questa logica che ormai è imperante, io contrappongo fieramente il caos di questo blog e anche il sentimento di vergogna palesato ieri così nettamente da FunnyKing nel suo post. Al panopticon globale dei Severgini di turno, alla galera globale che ci vede sparire da Facebook per una parolina fuori posto, io preferisco mille volte le tesi estreme, l’insulto e la provocazione: almeno c’è sangue vivo in circolo. E non melassa rassicurante che porta al diabete. O all’infarto stesso del senso critico.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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